Facciamo vincere il NO e torniamo al Mattarellum!
20 Giugno 2016
Così come per il primo turno, anche per l’analisi dei ballottaggi partiamo dagli interessi privati in atti d’ufficio. Innanzi tutto ha vinto il nostro amico Roberto Dipiazza a Trieste, e il primo eletto della sua lista è Marco Gabrielli, rappresentante di “Idea”. Hanno vinto Antonfrancesco Vivarelli Colonna a Grosseto, Angela Carluccio a Brindisi, Federico Binatti a Trecate. In tutti i casi “Idea” ci ha messo lo zampino. Per quanto riguarda i consiglieri, buone notizie giungono da Cascina, Massafra, Aversa, Adelfia, Torremaggiore. Il computo totale degli eletti si aggira sul centinaio, presto tutto sarà pubblicato sul sito. Scusate se è poco.
Muovendo da questo bilancio, nel tracciare un quadro del secondo round della tornata elettorale appena conclusa partiamo proprio dal centrodestra. Iniziamo col dire che non è andata male. Con la conquista di Milano sarebbe andata splendidamente. Ma aver strappato al centrosinistra Trieste, Pordenone, Grosseto, Novara, Savona, Olbia, Isernia, Brindisi e Crotone, non è proprio un nonnulla.
Se si tiene conto della propensione dei moderati a disertare le urne ai ballottaggi (confermata anche in questa occasione), e si considera che il centrodestra al secondo turno non può contare sull’apporto del “polo escluso” (sia che si tratti della sinistra, sia che si tratti del Movimento Cinque Stelle), il risultato raggiunto apparirà ancor più incoraggiante. Quel che colpisce è che la sostanziale tenuta non è stata determinata dal successo di nessuno dei partiti che compongono l’attuale realtà del centrodestra: né Forza Italia, né Fratelli d’Italia e tantomeno la Lega possono cantare vittoria. Per tutti e tre la mappatura dei risultati elettorali si presenta a macchia di leopardo. Ciò dimostra che l’elettorato di centrodestra c’è e non disarma. Al più si rifugia nell’astensione e al ballottaggio, per disperazione, è disponibile a votare i pentastellati.
Da qui l’altra conferma che questi risultati ci offrono: al secondo turno il movimento 5 stelle è pressoché imbattibile. Non sono solo i risultati di Roma e Torino a dircelo: sui venti ballottaggi nei quali erano impegnati nei comuni superiori a quindicimila abitanti, i grillini ne hanno vinti diciannove. Non è difficile comprendere il perché. Un movimento post-ideologico e di protesta raccoglie naturalmente, al secondo turno, i voti del polo escluso. Così il M5S si è radicato e diffuso sul territorio. Oggi dei tre è ancora il polo più debole, ma nessuno può più pensare a un rapido riassorbimento del fenomeno. E’ ben più plausibile immaginare il contrario, e cioè che il risultato conseguito ieri ne accelererà la crescita e la diffusione.
Chi invece ha inequivocabilmente perso è il governo e il Pd. Il populismo di palazzo non paga. Sono passati solo due anni dal clamoroso 41 per cento delle europee e Renzi ha già dissipato tutto. Quella di ieri è stata la sconfitta di uno stile ancor più che di un progetto politico. Non si può confondere il decisionismo con l’arroganza, la costruzione di una squadra coesa con l’occupazione del potere, la vocazione maggioritaria con l’annichilimento degli alleati, l’efficacia della comunicazione politica con una politica di annunci sistematicamente disattesi. Non si può declassare ogni problema a propaganda pensando di non pagarne il fio.
Ora Renzi è lanciato nella sfida finale del referendum. Avrebbe potuto evitare un Armageddon, a se stesso e soprattutto al Paese. Sarebbe bastata una maggiore capacità di ascolto e la comprensione dei problemi epocali ai quali la riforma avrebbe dovuto dare delle risposte. Invano avevamo evidenziato come, a fronte di una frammentazione politica che aumenta in tutta Europa, il combinato disposto tra una riforma sciatta e una legge elettorale mal pensata e ancor peggio congegnata sarebbe equivalso a una vera e propria roulette russa.
Il premier non ci ha dato ascolto e ora non c’è più tempo. Bisogna vincere il referendum facendo prevalere il No e, per farlo, bisogna anche iniziare a immaginare il dopo. In un sistema politico ormai tripolare, l’Italicum è un permanente non senso. In un Paese nel quale si sconta l’autoreferenzialità di una classe politica nazionale disabituata da decenni al confronto con il consenso elettorale, in un contesto in cui i partiti non hanno più la responsabilità delle proposte elettorali perché le delegano ai leader, forse bisogna pensare a tornare all’uninominale di collegio: qualcosa di molto simile al Mattarellum.
Nessuno propone scelte estemporanee, nessuno intende scindere la legge elettorale dal contesto istituzionale come ha fatto invece Renzi. Il progetto dovrà dunque essere ben articolato. Ma se i sostenitori del No iniziano a pensarci, a sottoscrivere una proposta condivisa, a contrapporla a quell’improvvido connubio tra riforma costituzionale e sistema di voto che il referendum ci propone, l’orizzonte potrebbe essere più chiaro e la vittoria del No più vicina.
