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Il niet di Mimmo Franzinelli

Falso ideologico è confondere i diari di Mussolini con la polemica politica

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Con la pubblicazione di “I diari di Mussolini - 1939 [veri o presunti]”, avvenuta presso Bompiani lo scorso anno, una storia quasi cinquantennale sembrava conclusa. Finalmente veniva pubblicata integralmente la prima di cinque agende di Benito Mussolini, che vanno dal 1935 al 1939. Il programma editoriale prevede l’uscita delle altre quattro nei prossimi mesi. L’operazione, laddove numerosi interlocutori avevano fallito, è riuscita al senatore-bibliofilo Marcello Dell’Utri, che ha rotto gli indugi acquistando i diari mussoliniani, custoditi in Svizzera. La notizia venne resa pubblica nel febbraio del 2007. Dell’Utri non nutriva nessun dubbio: le annotazioni di Mussolini sono autentiche. Immediatamente cominciarono a circolare perplessità sulla veridicità dei diari. “L’Espresso” pubblicò una lunga disamina dell’autorevole storico Emilio Gentile: le agende sono un  falso, una fabbricazione peraltro grossolana. Si ricordava inoltre che già nel 2004 qualcuno aveva provato a vendere proprio cinque agende al settimanale. Ma tre differenti perizie ne avevano dimostrato la falsità.

Alla storia delle agende di Mussolini Mimmo Franzinelli dedica una puntigliosa  e polemica riostruzione nel saggio “Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia” (Bollati Boringhieri, 278 pagine, 16 euro). Franzinelli sin dal titolo riassume la propria posizione: trattasi di falso. Le agende pubblicate da Bompiani furono redatte da due donne ingenue quanto geniali, le vercellesi Rosetta Panvini Rosati e sua figlia Amalia (Mimì). Verso la metà degli anni Cinquanta del secolo passato madre e figlia, per rimpinguare le modeste finanze, si industriarono nella redazione di lettere, autografi, fogli e quaderni, imitando alla perfezione la calligrafia del Duce. Il materiale finiva, ben pagato, nelle mani di nostalgici, spesso facoltosi, ai quali si inumidivano gli occhi al vedere la scrittura di Mussolini. Ben presto i traffici aumentarono, e le due donne ricevettero dieci milioni di vecchie lire per la fabbricazione di sedici diari. Comincia così per Franzinelli l’avventurosa storia dei falsi diari di Benito Mussolini. Le due “diariste” vennero smascherate dalle autorità giudiziarie. Alla madre, data l’età e lo stato di salute, fu risparmiato il carcere. Alla figlia no.

Franzinelli è convinto che le agende pubblicate da Bompiani sono quelle fabbricate dalle Panvini Rosati. Quindi trattasi di falso. Varie volte, nel corso del tempo, sono state offerte a  editori italiani e stranieri. Alla fine nessuno ha mai avuto il coraggio di pubblicarle, poiché le riserve, dettate da perizie tecniche e storiografiche, favorevoli e sfavorevoli,  alla fine hanno sempre fatto pendere il piatto della bilancia dalla parte della non autenticità. Fino all’edizione Bompiani.

Franzinelli ritiene questa operazione editoriale una sciagura. Giudizio chiaro ma davvero esagerato. Su un punto Franzinelli ha ragioni da vendere: nessuno storico del fascismo di un qualche valore, anche scarso, ha voluto mettere la propria firma sulla pubblicazione per confermarne la veridicità. E questa è la vera debolezza dei diari. Esistono precise contestazioni, come quelle formulate dallo stesso Franzinelli, ma non esiste nessun parere alternativo, serio e documentato sul piano storico. Ribadito ciò, bisogna pur convenire sul fatto che  grazie alla pubblicazione adesso chiunque (spcialisti o semplici curiosi) è in grado di farsi un’opinione. Per il futuro le possibilità sono due: o usciranno fuori i «diari autentici» (la cui esistenza storica è indubbia), oppure ci si dovrà accontentare, pur con tutti i dubbi del caso, di questa edizione.

Dell’operazione Dell’Utri-Bompiani si può discutere quanto si vuole. Franzinelli, è suo diritto, non la condivide. La debolezza delle sue riserve non è storiografia, ma di altra natura. L’errore vero Franzinelli lo commette quando decide di abbandonare i panni dello storico e del ricercatore, indossando quelli del propagandista. Contesta ad esempio le varie presentazioni dei diari di Dell’Utri in giro per l’Italia, presentazioni spesso accompagnate da contestazioni, come quelle avvenute a Como, dove a Dell’Utri venne impedito di parlare. Lo storico chiudendo il volume afferma di non essere spinto da animosità verso Marcello Dell’Utri. Non si direbbe.

Richiamare le assenze al Senato di Dell’Utri hanno una qualche utilità? E lo hanno anche le traversie giudiziarie (un dura condanna per mafia) che avrebbero spinto il senatore a crearsi un «mondo parallelo» (la specializzazione in memorialistica mussoliniana), basato sull’assunto del «buonuomo Mussolini» denigrato dagli antifascisti, che trova un doppio nel «buonuomo Dell’Utri» aggredito da magistrati e avversari politici? Dalle sponde della rigorosa comparazione delle fonti siamo così approdati al labile universo della psico-storia. E poi perché tirare in ballo Silvio Berlusconi, quando cita in pubblico i diari passatigli da Dell’Utri, per ricordare come già ieri Mussolini (oggi Berlusconi) aveva tanto potere in realtà non avendone nessuno: questa citazione aiuta a chiarire la falsità  o la veridicità delle agende? Un conto è contestare le certezze del senatore dal punto vista di calligrafia, carta, inchiostro e finanche interpretazione storica. Altro è ravvedere un pericolo democratico nelle affermazioni di Dell’Utri, convinto che da questi diari la storia del dittatore e della dittatura potrà essere riscritta.

È una valutazione, come tante. Si può condividerla o meno, ma non per questo si deve arrivare a parlare di «manipolazione della storia». Siamo alle solite. L’allarmismo ideologico. Diciamolo senza equivoci: dalle agende, anche se ritenute autentiche (fatto tutto da dimostrare), non esce nulla di sensazionale. La supposta contrarietà del Duce alla guerra, le perplessità sull’alleato tedesco, il suo giudizio positivo su Pio XI, la scarsa considerazione del gerarca Achille Starace e altro, tanto altro ancora, come si evince dalla lettura dei diari, non reggono sul piano della verifica storica. Franzinelli vede nella «volgarizzazione» di Dell’Utri il definitivo compimento dell’operazione di riabilitazione di Mussolini, attraverso la «leggenda del buon dittatore», avviata nel primissimo dopoguerra dal giornalista Indro Montanelli, che nel 1947 pubblicava “Il buonuomo Mussolini”. Montanelli ormai è diventato una «Madonna pellegrina», utile ad ogni causa. Lo invoca ad esempio Marco Travaglio, ritenendolo unico e autentico (nonché sinistrorso) svelatore dell’odierno male berlusconiano. E lo invoca Mimmo Franzinelli, ritenendolo l’anticipatore (destrorso) della cospirazione anti-antifascista. I giudizi contenuti nei diari - certo talvolta sorprendenti, come quello del 1939, un anno dopo le leggi razziali, di dichiararsi amico degli ebrei! - non sono tali però da cambiare consolidate valutazioni  storiografiche sul ventennio fascista.

Quanti sono convinti che attraverso la diffusione delle agende, veicolata da un editore di tutto rispetto, non accusabile certo di simpatie fasciste, si possa riabilitare la figura di Mussolini e del fascismo, prende un abbaglio. Per Franzinelli la pubblicazione dei diari mussoliniani vanta precedenti inquietanti, come “I protocolli dei Savi di Sion”. Caro Franzinelli, non stiamo un po’ esagerando?

 

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