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Family Day, una manifestazione di laici credenti e non

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Hanno sfilato in oltre un milione per le vie di Roma per dire il loro “convinto sì” a una famiglia fondata sul matrimonio e per ribadire un fermo “no” ai Dico. Da tutta Italia molte famiglie si sono recate in piazza San Giovanni per chiedere allo Stato, e al governo in particolare, una politica a favore della natalità e a sostegno della famiglia tradizionale. La mobilitazione di massa, al di là delle previsioni degli organizzatori, consuma così la speranza delle componenti laiciste di colorare politicamente la manifestazione. Non è stata una piazza politica, nessuna contrapposizione tra laici cattolici e non, e tuttavia il “popolo della famiglia”, come lo hanno definito i promotori della manifestazione, unito da un denominatore comune, si è trasformato in un contenitore di proposte. La piazza ha chiesto al governo di discutere di crisi e futuro della famiglia, con un richiamo al realismo, alle preoccupazioni diffuse che non accettano di essere ignorate e persino delegittimate. Esserci, dunque, per contare di più nella società e nell’agenda politica italiana.

Stando alle statistiche, lo Stato spende per la famiglia l’1,1% del suo Prodotto interno lordo (circa 1.500 miliardi di euro), contro il 2,6% della media europea (fonte: Eurostat, 2007). Una cifra molto lontana dagli investimenti degli altri Paesi membri dell’Unione: la Francia, ad esempio, spende quasi due punti percentuali in più e applica il quoziente familiare, un’agevolazione fiscale che tiene conto del numero di persone la cui sussistenza dipende da un dato reddito. Non solo. Secondo%0D il “Rapporto annuale 2004” dell’Istat, solo il 4,4% delle famiglie italiane in difficoltà che hanno ricevuto una qualche forma di aiuto si è rivolta al settore pubblico. Un altro 7,8% si è rivolto ai servizi privati a pagamento e un ulteriore 16,8% alla rete informale (famiglia, parenti, amici): la famiglia è stata lasciata al “fai da te”.

Davanti a ciò, nei tempi e nei modi più opportuni, il legislatore può e deve fare qualcosa: correggere lo squilibrio della spesa sociale per aumentare i trasferimenti verso le nuove generazioni (ora affidati alla solidarietà familiare); meno tasse e più aiuti e incentivi per far quadrare i bilanci familiari. Fare politiche a sostegno della famiglia non significa fare assistenza regalando denaro, ma perseguire la giustizia sociale e garantire il futuro delle generazioni. Il sociologo Francesco Belletti, aprendo i lavori di una recente conferenza regionale sulla famiglia in Valle d’Aosta, ha sottolineato l’importanza di promuovere progetti per favorire il benessere della famiglia e di chi si trova in situazioni di disagio, attraverso strumenti legislativi e politiche ragionevoli adeguati agli standard europei. Belletti, direttore tra l’altro del Cisf (Centro internazionale studi famiglia), ha poi osservato: “Promuovere politiche familiari è un investimento, non sono una spesa, ma attualmente il governo spende di più per la rottamazione delle automobili, che per le politiche sociali. In molti Paesi esteri cresce l’interesse per il capitale sociale, mentre l’Italia è stata finora assente da questo dibattito, manca una riflessione e una conoscenza empirica del fenomeno e mancano politiche attive di sviluppo in questa direzione”.

Tutto questo forse non sarà sufficiente, pur essendo ormai indispensabile. C’è chi ritiene piuttosto che bisognerebbe cambiare radicalmente il nostro modello di vita, i tempi, i ritmi della nostra società, l’organizzazione del sistema produttivo e del mondo del lavoro. Ciò servirà a mettere al centro della vita sociale la famiglia, dandole così più tempo libero per sé, più servizi a sostegno e più risorse a disposizione: più tempo da dedicare ai problemi, alle esigenze e ai piaceri della vita in famiglia. Perché pur con tutte le critiche che possono esserle mosse, l’istituzione familiare si è caratterizzata nel corso del tempo per la sua capacità di alimentare e conservare una dimensione qualitativa di immensa importanza: quella del disinteresse fondato sull’attesa reciprocità, difficilmente pensabile al di fuori di una dimensione familiare. Dentro la famiglia, infatti, ognuno si aspetta che gli altri componenti si prendano cura di lui, lo aiutino per ciò di cui ha bisogno gratuitamente, cioè non sulla base del principio dell’equivalenza dello scambio. In questo senso, storicamente, la famiglia si è sempre delineata come un luogo “altro” rispetto al resto della società, un luogo organizzato con regole diverse e dunque come uno straordinario contenitore di energie di riserva per tutto il corpo sociale. Si può allora capire come accanto a chi invita a prendere atto dei tempi accogliendo il bisogno di particolari riconoscimenti, vi sia anche chi è ben deciso a battersi in difesa di un’istituzione che probabilmente sarà pessima e superata, ma che al momento non ha un modello sostitutivo.

Negli ultimi tempi, invece, la gran parte dell’Occidente sembra voler rinnegare il ruolo della famiglia come pilastro della società. In realtà, è da almeno due secoli che la famiglia subisce gli attacchi di teorie che la ritengono un mero un retaggio del passato, una necessità strumentale delle economie arcaiche, o una creazione del cristianesimo, vecchia tesi dell’Ottocento, sostenuta dagli studiosi del tempo con molta fantasia ma scarsa scientificità. La scopriamo in Marx e in altri pensatori. Negli anni Sessanta, fu ripresa dai decostruttivisti francesi, con in testa il filosofo Jacques Derrida, l’idea che la famiglia fosse un’invenzione della Chiesa e che lo Stato laico sbagliava a lasciarla “fare”. La sensazione è che oggi l’attacco è più forte perché la società contemporanea tenta un esperimento inedito, quello di liberare l’individuo da tutti i legami sociali, pensando che le persone possano vivere più libere e felici. Ma oggi più che mai la famiglia è una realtà “naturale”, se con questo termine si intende il senso profondo di una relazione fra i sessi e fra le generazioni che costituisce il momento in cui la natura si fa cultura.

Di fronte a questa realtà, l’antica contesa tra laici e cattolici sui modelli e sui diritti della convivenza, che ha segnato il dibattito negli ultimi anni tra le élite politiche e intellettuali d’Europa, rischia di non cogliere l’urgenza di un confronto autentico sulla crisi e sul futuro della famiglia moderna. Detto questo, sarebbe imprudente non considerare che la trasformazione della nostra vita sociale ci mette dinnanzi a nuovi problemi, a nuove forme di gestione della vita fra persone. Sarebbe un esito disastroso non prenderle in adeguata considerazione. E del resto, il popolo di San Giovanni aiuterà a non fare del 12 maggio uno sterile strumento di polemica e strumentalizzazione  politica: sarebbe come buttar via un’unica opportunità di riflessione, che s’impone oltre i pregiudizi e le chiacchiere di questi mesi.  Forse da qui si può ricominciare. Chi può provveda.

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