Family Day, una manifestazione di laici credenti e non

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Family Day, una manifestazione di laici credenti e non

14 Maggio 2007

Hanno sfilato in oltre un milione
per le vie di Roma per dire il loro “convinto sì” a una famiglia fondata sul
matrimonio e per ribadire un fermo “no” ai Dico. Da tutta Italia molte famiglie
si sono recate in piazza San Giovanni per chiedere allo Stato, e al governo in
particolare, una politica a favore della natalità e a sostegno della famiglia
tradizionale. La mobilitazione di massa, al di là delle previsioni degli
organizzatori, consuma così la speranza delle componenti laiciste di colorare
politicamente la manifestazione. Non è stata una piazza politica, nessuna
contrapposizione tra laici cattolici e non, e tuttavia il “popolo della famiglia”,
come lo hanno definito i promotori della manifestazione, unito da un
denominatore comune, si è trasformato in un contenitore di proposte. La piazza
ha chiesto al governo di discutere di crisi e futuro della famiglia, con un
richiamo al realismo, alle preoccupazioni diffuse che non accettano di essere
ignorate e persino delegittimate. Esserci, dunque, per contare di più nella
società e nell’agenda politica italiana.

Stando alle statistiche, lo Stato
spende per la famiglia l’1,1% del suo Prodotto interno lordo (circa 1.500
miliardi di euro), contro il 2,6% della media europea (fonte: Eurostat, 2007).
Una cifra molto lontana dagli investimenti degli altri Paesi membri
dell’Unione: la Francia, ad esempio, spende quasi due punti percentuali in più
e applica il quoziente familiare, un’agevolazione fiscale che tiene conto del
numero di persone la cui sussistenza dipende da un dato reddito. Non solo. Secondo%0D
il “Rapporto annuale 2004” dell’Istat, solo il 4,4% delle famiglie italiane in
difficoltà che hanno ricevuto una qualche forma di aiuto si è rivolta al
settore pubblico. Un altro 7,8% si è rivolto ai servizi privati a pagamento e
un ulteriore 16,8% alla rete informale (famiglia, parenti, amici): la famiglia
è stata lasciata al “fai da te”.

Davanti a ciò, nei tempi e nei
modi più opportuni, il legislatore può e deve fare qualcosa: correggere lo squilibrio
della spesa sociale per aumentare i trasferimenti verso le nuove generazioni
(ora affidati alla solidarietà familiare); meno tasse e più aiuti e incentivi per
far quadrare i bilanci familiari. Fare politiche a sostegno della famiglia non
significa fare assistenza regalando denaro, ma perseguire la giustizia sociale
e garantire il futuro delle generazioni. Il sociologo Francesco Belletti, aprendo
i lavori di una recente conferenza regionale sulla famiglia in Valle d’Aosta, ha
sottolineato l’importanza di promuovere progetti per favorire il benessere
della famiglia e di chi si trova in situazioni di disagio, attraverso strumenti
legislativi e politiche ragionevoli adeguati agli standard europei. Belletti, direttore
tra l’altro del Cisf (Centro internazionale studi famiglia), ha poi osservato:
“Promuovere politiche familiari è un investimento, non sono una spesa, ma
attualmente il governo spende di più per la rottamazione delle automobili, che
per le politiche sociali. In molti Paesi esteri cresce l’interesse per il
capitale sociale, mentre l’Italia è stata finora assente da questo dibattito,
manca una riflessione e una conoscenza empirica del fenomeno e mancano
politiche attive di sviluppo in questa direzione”.

Tutto questo forse non sarà
sufficiente, pur essendo ormai indispensabile. C’è chi ritiene piuttosto che bisognerebbe
cambiare radicalmente il nostro modello di vita, i tempi, i ritmi della nostra
società, l’organizzazione del sistema produttivo e del mondo del lavoro. Ciò
servirà a mettere al centro della vita sociale la famiglia, dandole così più
tempo libero per sé, più servizi a sostegno e più risorse a disposizione: più
tempo da dedicare ai problemi, alle esigenze e ai piaceri della vita in
famiglia. Perché pur con tutte le critiche che possono esserle mosse,
l’istituzione familiare si è caratterizzata nel corso del tempo per la sua
capacità di alimentare e conservare una dimensione qualitativa di immensa
importanza: quella del disinteresse fondato sull’attesa reciprocità,
difficilmente pensabile al di fuori di una dimensione familiare. Dentro la
famiglia, infatti, ognuno si aspetta che gli altri componenti si prendano cura
di lui, lo aiutino per ciò di cui ha bisogno gratuitamente, cioè non sulla base
del principio dell’equivalenza dello scambio. In questo senso, storicamente, la
famiglia si è sempre delineata come un luogo “altro” rispetto al resto della
società, un luogo organizzato con regole diverse e dunque come uno
straordinario contenitore di energie di riserva per tutto il corpo sociale. Si
può allora capire come accanto a chi invita a prendere atto dei tempi
accogliendo il bisogno di particolari riconoscimenti, vi sia anche chi è ben
deciso a battersi in difesa di un’istituzione che probabilmente sarà pessima e
superata, ma che al momento non ha un modello sostitutivo.

Negli ultimi tempi, invece, la
gran parte dell’Occidente sembra voler rinnegare il ruolo della famiglia come
pilastro della società. In realtà, è da almeno due secoli che la famiglia
subisce gli attacchi di teorie che la ritengono un mero un retaggio del
passato, una necessità strumentale delle economie arcaiche, o una creazione del
cristianesimo, vecchia tesi dell’Ottocento, sostenuta dagli studiosi del tempo
con molta fantasia ma scarsa scientificità. La scopriamo in Marx e in altri
pensatori. Negli anni Sessanta, fu ripresa dai decostruttivisti francesi, con in
testa il filosofo Jacques Derrida, l’idea che la famiglia fosse un’invenzione
della Chiesa e che lo Stato laico sbagliava a lasciarla “fare”. La sensazione è
che oggi l’attacco è più forte perché la società contemporanea tenta un
esperimento inedito, quello di liberare l’individuo da tutti i legami sociali,
pensando che le persone possano vivere più libere e felici. Ma oggi più che mai
la famiglia è una realtà “naturale”, se con questo termine si intende il senso
profondo di una relazione fra i sessi e fra le generazioni che costituisce il
momento in cui la natura si fa cultura.

Di fronte a questa realtà,
l’antica contesa tra laici e cattolici sui modelli e sui diritti della
convivenza, che ha segnato il dibattito negli ultimi anni tra le élite
politiche e intellettuali d’Europa, rischia di non cogliere l’urgenza di un
confronto autentico sulla crisi e sul futuro della famiglia moderna. Detto
questo, sarebbe imprudente non considerare che la trasformazione della nostra
vita sociale ci mette dinnanzi a nuovi problemi, a nuove forme di gestione
della vita fra persone. Sarebbe un esito disastroso non prenderle in adeguata
considerazione. E del resto, il popolo di San Giovanni aiuterà a non fare del
12 maggio uno sterile strumento di polemica e strumentalizzazione  politica: sarebbe come buttar via un’unica
opportunità di riflessione, che s’impone oltre i pregiudizi e le chiacchiere di
questi mesi.  Forse da qui si può
ricominciare. Chi può provveda.