Far intervenire lo stato in economia non significa tradire il liberalismo

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Far intervenire lo stato in economia non significa tradire il liberalismo

Far intervenire lo stato in economia non significa tradire il liberalismo

23 Maggio 2009

Ogni volta che si discute di intervento dello Stato nell’economia il pensiero va alla celeberrima polemica tra i due giganti del liberalismo italiano del primo Novecento, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, innescata dal saggio del primo, Liberismo e liberalismo (1927). In esso il filosofo lamentava il fatto che al liberismo economico fosse stato conferito “il valore di legge sociale”, convertendolo, in tal modo, da “legittimo principio economico” | sottolineatura mia | in “una morale edonistica e utilitaria”. Dagli equivoci indotti da questa sovrapposizione concettuale, a suo avviso, si poteva uscire” col riconoscere il primato non all’economico liberismo ma all’etico liberalismo, e col trattare i problemi economici della vita sociale sempre in rapporto a questo. Il quale aborre dalla regolamentazione autoritaria dell’opera economica in quanto la considera mortificazione delle facoltà inventive dell’uomo, e perciò ostacolo all’accrescimento dei beni o della ricchezza che si dica; e in ciò si muove nella stessa linea del liberismo, com’è naturale, posta la comune radice ideale. Ma non può accettare che beni siano soltanto quelli che soddisfano il libito individuale, e ricchezza solo l’accumulamento dei mezzi a tal fine; e, più esattamente, non può accettare addirittura, dal suo punto di vista, che questi sieno beni e ricchezza, se tutti non si pieghino a strumenti di elevazione .umana. La ‘libertà’, di cui esso intende parlare, è indirizzata a promuovere la vita spirituale nella sua interezza, e perciò in quanto vita morale.” Se ne deduceva che “il problema si configura, per il liberalismo, nel determinare, secondo luoghi e tempi e nel caso dato, non già se un certo provvedimento sia ‘liberistico’ (meramente o astrattamente economico), ma se sia ‘liberale’; non se sia quantitativamente produttivo, ma se sia qualitativamente pregevole; non se la sua qualità sia gradevole a uno o più, ma se sia salutare all’uno, ai più e a tutti, all’uomo nella sua forza e dignità di uomo”.

Personalmente Croce non era affatto l’aristocratico, sdegnoso delle masse e dei mercati, quale emerge in un cenno del pur aureo e provocatorio libretto, Dov’è la scienza nell’economia? (Ed. Di Renzo, 1997) di Sergio Ricossa. Nel secondo dopoguerra in tema di intervento dello Stato nell’economia si sarebbe mostrato più ‘liberista’ del Direttore della Banca d’Italia, Luigi Einaudi, sennonché anche allora avrebbe riconfermato la sua tesi del 1927: “Può darsi – anzi, così è – che il liberalismo approvi molte o la maggior parte delle richieste e dei provvedimenti del liberismo, ai quali tanti benefici deve la moderna civiltà; ma esso li approva non per ragioni economiche, sibbene per ragioni etiche, e con queste li sancisce. Per le stesse ragioni, respinge o restringe, in altri casi, certe altre richieste, che, sotto nome o specie di libertà, ostacolano la libertà, o, per usare anche noi questa volta metafore quantitative, per una libertà più piccola la libertà più grande. Il che non è poi negazione, ma inveramento del liberismo, e, tutt’al più, è negazione della morale utilitaria, di cui il liberismo si lasciò in passato, e si lascia ancora talvolta, contaminare” In definitiva, rilevava il filosofo, ”quel che noi procuriamo di presentare in chiari termini critici si può dire riconosciuto dagli stessi economisti, sia pure in forma poco critica e poco rigorosa, i quali (tranne qualche fanatico, tranne qualche parabolano, tranne i propagandisti popolari che hanno bisogno di concetti semplicistici e di frasi ad effetto) hanno sempre ammesso che il principio del ‘lasciar fare e lasciar passare’ sia una massima empirica, e non si possa prenderlo in modo assoluto e bisogni limitarlo”.

Torneremo sul punto. Qui ricordiamo solo le buone ragioni di Luigi Einaudi che, dinanzi alla possibilità teorica di considerare liberale una misura comunista – ma a ‘intrigare’ Croce era soprattutto il ‘socialismo liberale’ di Hobhouse, ciò che spesso si rimuove – obiettava nell’articolo Tema per gli storici dell’economia: dell’anacoretismo economico: “ Sono i mezzi o strumenti indifferenti all’idea? Al quesito è facile rispondere che nessun mezzo è per se stesso bastevole ad assicurare la libertà morale e che qualunque mezzo, sia pur creato a tal fine, può essere pervertito a conseguire il fine contrario. Troppo spesso si videro i parlamenti, sorti a guarentigia dei cittadini contro il potere assoluto dei re, diventare essi stessi strumenti di tirannia: troppo spesso si vide la libertà di stampa, reclamata per assicurare la critica contro il dogma imposto coattivamente, diventare efficacissimo mezzo di perversione del pensiero, perché sia lecito attribuire ai mezzi o strumenti un’efficacia autonoma. Tuttavia vi hanno mezzi, i quali per l’indole loro medesima invincibilmente ripugnano all’idea della libertà ed altri, i quali invece, se pure sono impotenti a crearla, tollerano e talvolta favoriscono il sorgere e il fiorire o, almeno, l’allargamento di essa a un numero più grande di uomini. Codesto legame di repugnanza o di tolleranza e perfino di promovimento deve dirsi necessario ovvero con tingente, perpetuo o transitorio?” In realtà, almeno per l’uomo moderno, la libertà non è un visconte dimezzato la cui metà buona, quella etico – politica, è produttiva di ogni bene mentre l’altra è pura vitalità, indispensabile sì, come lo sono le forze della natura, ma da tenere a freno, come fa l’auriga platonico col cavallo nero, simbolo dell’anima sensitiva.

E’ per lo meno curioso che nella sinistra italiana, soprattutto di matrice neo-illuminista, si siano sempre prese le parti di Einaudi contro Croce, nonostante i debiti intellettuali degli storicisti gramsciani con il magistero crociano. A motivare tale preferenza era la polemica neo-idealistica contro l’utilitarismo, l’empirismo, il positivismo che avevano elevato una ‘prassi’ spesso giusta e opportuna – quella ‘liberista’, appunto – ad architrave della teorica liberale. La ‘cautela’ – se non proprio la diffidenza – di Croce nei confronti del ‘mercatismo’ era la stessa che mostrava nei confronti delle istituzioni liberali nel loro versante giuridico e politico. Una cautela discutibile ma che nasceva da un aspetto autenticamente liberale della sua riflessione storico-filosofica ovvero da quella ‘separazione delle sfere’ per cui il bello si distingue dal vero e l’utile dal buono. Il concetto “filosofico” della libertà stava nell’impegno a tenere aperti i canali, sì da poter passare da una forma all’altra senza annullarla ma anzi conservandone e rispettandone l’autonomia. Illiberale, pertanto, è la categoria che assorbe le altre, come fa la politica quando, in nome della ragion di Stato, pretende che Parigi valga più di una messa o come fa l’iperliberista sembra voler portare sul mercato qualsiasi oggetto di desiderio o di apprezzamento.

E’ scontato che Croce non dedicò mai molto tempo ai problemi istituzionali che stanno a fondamento sia degli scomparti dello Stato liberale (divisione dei poteri, partiti, sistemi elettorali, ‘garanzie della libertà’ etc.) sia delle regole dello scambio economico: a demotivarlo non era, però, l’essere filosofo, come spesso scioccamente si ripete, ma l’essere storico ovvero il senso della fragilità delle costruzioni umane, le conseguenze inintenzionali dell’agire, il frequente mutar di segno di quanto era stato messo in opera in vista di progetti mai realizzati e, per converso, la scoperta della perdurante utilità di quanto si riteneva del tutto obsoleto e inservibile al progresso umano. Un limite, certo, il suo ma che all’atto pratico portava a conclusioni non troppo dissimili da quelle cui giungono oggi liberisti doc come Paolo Del Debbio. Nell’Elogio dello Stato a pendolo. Stato e mercato nel XXI secolo (Ed. Rubbettino), Del Debbio rileva che nella giustizia del mercato, “non c’è posto per elementi che siano estranei al puro scambio per interesse. È la giustizia del contratto che compone interessi. Non si interessa a tutta una serie di tematiche tipicamente etiche come, ad esempio, i bisogni umani, le posizioni sociali dei soggetti contraenti e le loro eventuali condizioni di disagio materiali. Nel mercato del lavoro, ad esempio, il salario non è una questione di giustizia distributiva che opera una ripartizione in senso proporzionale in relazione alla condizione delle parti, ma di giustizia commutativa dove un soggetto dà in relazione a ciò che ottiene dall’altro soggetto. Niente di più, niente di meno. Chi chiedesse di introdurre altri elementi, nell’ambito della giustizia commutativa, finirebbe per snaturare la giustizia commutativa stessa e, con essa, il ruolo, i compiti, il ‘dovuto’ che si può legittimamente chiedere al mercato”.

A questo proposito, si cita “ il grande storico dell’economia” Carlo Maria Cipolla: “Una persona può avere "bisogno" di vitamine e invece può sentire il "desiderio" di fumare sigarette. Fintantoché una persona è libera di domandare ciò che desidera, quel che conta sul mercato non sono tanto i suoi "veri" bisogni quanto piuttosto i "desideri" Per il mercato quel che conta non è il "bisogno" obiettivo – che del resto nessuno è in grado di precisare se non ai livelli minimi di sussistenza – quanto il desiderio così come viene espresso. Gli economisti anglosassoni nell’analisi della domanda fanno sempre riferimento ai "wants" e non ai "needs" proprio per le considerazioni suaccennate”.

Il mercato, avrebbe detto Croce, appartiene alla cerchia dell’utile e l’utile (a cominciare da quello delle nazioni, la ‘ragion di Stato’) ha le sue ‘leggi’ che non si possono impunemente trascurare. Accanto all’utile, ci sono altre considerazioni che coinvolgono l’etica e il dovere verso gli altri. Ircocervo anche Croce? Certo che no se si considera che Friedrich von Hayek, che, sulle orme del suo maestro Ludwig von Mises, aveva scritto pagine pressoché definitive sulla ‘filosofia del mercato’, proprio nella sua opera più anti–welfaristica, Verso la schiavitù (1944), metteva in guardia contro “un dogmatico ’lasciar fare’”. “La tesi liberale è che sia preferibile far uso, il meglio possibile, delle forze nascenti dalla concorrenza, quale mezzo per coordinare gli sforzi umani; non che si debba semplicemente lasciar le cose come sono. Essa è basata sulla convinzione che là dove può essere creata una concorrenza efficace, questa è la vita migliore per indirizzare gli sforzi individuali. Non nega ed anzi mette in rilievo che, se si vuole che questa concorrenza agisca in modo benefico, è necessaria un’inquadratura legislativa accuratamente meditata, e che né le leggi attuali né quelle del passato sono esenti da gravi difetti. E non nega neppure che là dove è impossibile creare le condizioni necessarie perché la concorrenza diventi efficace, dobbiamo ricorrere ad altri mezzi per guidare l’attività economica”. Nella stessa opera, a chiare lettere, il pensatore austriaco aveva sostenuto il dovere e la necessità di un minimo di benessere garantito a tutti “E’ certo che dovrebbe essere assicurato a tutti un minimo di cibo, di abitazione e di vestiario sufficiente a mantenere ogni individuo in buona salute e in condizioni di poter lavorare.”. E , del resto, lo stesso Ricossa, nel saggio citato, rispondendo alla domanda “Quando il protezionismo è utile e quando è dannoso” non cita la storia degli Stati Uniti e il protezionismo che, già nella riflessione del non ricordato Alexander Hamilton, avrebbe dovuto trasformare un paese senza nobiltà terriera e con un potere agrario quasi azzerato dalla Guerra Civile, in una grande realtà industriale?

A ben guardare, l’intervento dello Stato nell’economia, anche nella prospettiva di un liberalismo ortodosso, pare inevitabile. Si tratta di stabilire se esso, come ricordano i cattolici ‘liberisti’ pensosi e ragionevoli alla Del Debbio, è finalizzato a proteggere le industrie bambine o anche quelle vecchie e cadenti che non ce la fanno più, se si propone di dare a tutti i membri della collettività un pasto gratuito o gli strumenti atti a procurarselo, se vuole imporre il rispetto delle regole del mercato o metter le brache alle nudità del sistema produttivo, se per dirla con Tocqueville, mira a rendere i cittadini eguali nella libertà o a trasformarli in un branco di sudditi protetti e assistiti.

A questo punto, però, entra in gioco il vero spartiacque tra il ‘liberalismo vero’ e il ‘liberalismo falso’ giacché è il riconoscimento dei diritti (quanti? quali?) a stabilire in quali ambiti e con quali modalità e strumenti amministrativi i governi hanno la facoltà di ‘intromettersi’nell’arena economica, direttamente o indirettamente. E qui va detto, contro la retorica dominante nelle scuole, che l’allargamento dei diritti – civili l’altro ieri, politici ieri, sociali oggi – comporta, giustificato o meno che sia, il restringimento della libertà liberale (come non interdizione). “La letteratura attuale sui diritti e sulle libertà – osservava Raymond Aron nell’Essais sur les libertés (1977;1990 Ed. Sugar)—tende a non distinguere fra le libertà che si rifanno a un diritto fondamentale e quelle che risultano da condizioni sociali di per se stesse augurabili”. Se come lasciano intendere gli editorialisti di ‘Repubblica’—giuristi e filosofi politici – — senza ‘diritto al lavoro’ non può esserci democrazia, finisce per competere allo Stato di farsi carico dell’intero apparato produttivo nazionale, distribuendo posti, salari, stipendi secondo un principio di giustizia sociale che passa sulle teste degli individui egoisti e consumatori. E’ l’”etica”, direbbe Croce, che cancella l’”economica” e che essiccando la fonte delle sue risorse, cancella l’altro da sé e si condanna al suicidio giacché se non è sempre vero che “Parigi val bene una messa” resta che “senza denaro non si cantano messe”: se nessuno mantiene il parroco la chiesa resta chiusa. Per mantenere il parroco, però, qualcuno dovrà pure produrre ricchezza e, al di fuori del mercato capitalista, nessuno ha trovato, finora, il mezzo per farlo. Con buona pace di Carlo Rosselli che, nel ’24, se la prendeva con Luigi Einaudi che teorizzava “la superiorità del regime capitalistico su ogni altro regime o sistema economico”. Come se un liberale avesse potuto essere di diverso avviso!