Fare o disfare gli italiani? Una pagina dell’Occidentale sull’Unità d’Italia

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Fare o disfare gli italiani? Una pagina dell’Occidentale sull’Unità d’Italia

Fare o disfare gli italiani? Una pagina dell’Occidentale sull’Unità d’Italia

18 Ottobre 2009

Michael Walzer e Pierre Manent, non sono i soli teorici della politica a metterci in guardia dalle astrattezze dell’universalismo neo-illuministico e a ricordarci che ‘diritti’ e ‘democrazia’ hanno senso e ‘corporeità’ all’interno di una comunità politica, sia essa il vecchio stato nazionale o lo stato federale europeo (se e quando nascerà). Un ‘political scientist’ come Juan J. Linz, nel saggio Plurinazionalismo e democrazia – in ‘Rivista Italiana di Scienza politica’, aprile 1995 – non è meno perentorio: “la democrazia – scrive – è inevitabilmente legata alla dimensione statuale. Senza uno Stato non può esistere cittadinanza, senza cittadinanza non vi può essere democrazia”. E un discorso analogo andrebbe fatto per Michel Gauchet o di un autore che sa di zolfo come Julien Freund.

I Mazzini, i Garibaldi, i Carducci (il primo Carducci, va sempre precisato) crearono il mito del genio italico ed educarono intere generazioni a sentirne i luoghi, le memorie storiche, i simboli come se facessero parte dell’album di famiglia. Sennonché si trovarono a operare in un contesto in cui la ‘comunità politica’ doveva essere fondata sia come ‘stato’ – ovvero imposizione di ‘legge e ordine’ in un territorio circoscritto – sia come ‘nazione’ – ovvero come attivazione di sentimenti di fedeltà e di lealtà nei confronti di un assetto politico ‘trovato e non costruito da un deliberato atto di volontà.

Altrove, v. i classici casi della Francia e dell’ Inghilterra, era stata l’ambizione dinastica ad assembrare terre talora con deboli legami economici e culturali. Creati non con lo scalpello dello scultore ma con la spada del conquistatore i francesi e gli inglesi, in tempi diversi,si diedero una distinta identità ‘nazionale’ e all’interno di questa posero il problema dei diritti e delle libertà nei confronti dell’autorità regia.

Alle soglie del secolo XIX, in Italia, l’ambizione dinastica non poté più compiere l’opera. Le monarchie erano state incastonate nel sistema della legittimità, messo in piedi da Metternich e da Talleyrand, e ogni modifica dei confini statali aveva ricadute destabilizzanti che mettevano in moto l’intervento restauratore delle grandi potenze. Solo l’iniziativa rivoluzionaria poteva ridefinire i territori ma essa cadeva in un periodo in cui i popoli – o meglio la borghesia nei suoi vari strati – si affacciavano alla vita politica e rivendicavano diritti e libertà a lungo negati e compressi. Di qui la necessità di unire ‘nazione’ e ‘democrazia’, di far sentire a quanti erano disposti a dare la vita per Roma capitale, che si stavano battendo non per la libertà dell’istruzione o per la riduzione delle imposte di registro o per l’allargamento del suffragio elettorale – tutte cose che, forse, si sarebbero potute ottenere, col tempo, all’interno dei vecchi stati preunitari – ma per la realizzazione di qualcosa di grande e di universale, per la restaurazione dell’impero sui colli fatali di Roma – e sia pure di un impero spirituale – trasformando un senso diffuso di frustrazione e di scetticismo in un impegno missionario.

Ne derivava un messaggio oggettivamente ambiguo che, da una parte, parlava in termini di grandezza e di potenza e, dall’altra, legittimava il nuovo auspicato ‘primato’ nei termini dell’Italia vendicatrice dei popoli oppressi garante dei diritti di tutti. Torniamo a Garibaldi. Nel già citato Manlio si può leggere: “Eppure se v’è una nazione che abbisogni d’una marina forte e certamente l’italiana, colle sue immense coste di mare, col suo esteso commercio e colla gelosia de’ suoi potenti vicini, che giammai le perdoneranno di disputar loro il dominio del Mediterraneo, di cui essa sarebbe sempre il cuore se non dimenticasse in una vergognosa inerzia ciò che fu e ciò clic può esser ancora. |…| Cavour, La Marmora, Angioletti, Depretis, Ferraccini, ministri di marina di questa sgovernata Italia, fusi insieme non darebbero certamente il materiale d’un mozzo. E cosa volete sia la marina italiana con tali cime di ministri? Eppure l’Italia dev’essere la prima potenza marittima del Mediterraneo e massime essa deve distruggere la marina austriaca di guerra e la mercantile, condizione indispensabile all’esistenza italiana, senza le quali l’Italia giammai sarà nazione di prim’ordine. |…| L’Italia non sarà Italia mentre sventolerà una bandiera austriaca nell’Adriatico. Distruggere quindi tale bandiera, non solamente la guerresca ma anche la mercantile”. Nello stesso romanzo, però, si ritrova un diverso e quasi opposto registro: “O voi perpetratori di macelli umani, che fomentate colle sonore e magne parole di razza, di patria, di onor nazionale, scendete per un momento dai vostri troni dorati da dove per un capriccio voi avete sguinzagliato il povero abitatore delle campagne, che avete trasformato in bravo tanto feroce come la iena dei vostri serragli, venite a vederlo negli ultimi rantoli della sua vita, chiedente un sorso d’acqua che nessuno può sporgerli, perché i suoi vicini come lui immobili, come lui impotenti e lagnanti per le membra fracassate! |….| Figli d’una stessa razza, verrà il tempo in cui i Pirenei e le Alpi non serviranno più di barriera tra nazioni e nazioni ed in cui un Italiano a Madrid ed uno Spagnuolo a Roma non saranno più chiamati stranieri. Verranno i tempi in cui quel macello d’uomini che si chiama guerra sarà impossibile; e qualunque dissensione nata tra le genti sarà accomodata da un arbitrato internazionale”.

E, va sans dire, la stessa ambiguità si ritrova nella vastissima produzione politica e storica di Giuseppe Mazzini in cui la critica del liberalismo in nome della solidarietà sociale non era disgiunta da un forte senso della presenza italiana nel mondo e dall’assoluta inadeguatezza dei governi ad assicurarla. “Gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori – si legge nei Doveri dell’uomo – s’erano fondati sull’idea dei diritti appartenenti all’individuo: le rivoluzioni proclamarono quei diritti; avevano predicato che il più alto dei beni era la libertà: le rivoluzioni conquistarono la libertà: libertà individuale, libertà d’insegnamento, libertà di credenze, libertà di commercio, libertà in ogni cosa e per tutti. Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non avea mezzo d’esercitarli? Che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? Che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito?” Su questa ideologia, liberalsocialista avant lettre, s’innestava, tuttavia, un inequivocabile nazionalismo, sia pur estraneo alle successive derive colonialiste e razziste. “L’Europa, scriveva il fondatore della ‘Giovane Europa’ in ‘Politica internazionale (1871), preme sull’Asia e la invade nelle sue varie regioni colla conquista Inglese nell’India, col lento inoltrarsi della Russia al nord, colle concessioni periodicamente strappate alla Cina, colle mosse Americane attraverso le Montagne rocciose, colle colonizzazioni, col contrabbando. Prima un tempo più potente colonizzatrice nel mondo, vorrà l’Italia rimanere ultima in questo splendido moto?  Schiudere all’Italia, compiendo a un tempo la missione d’incivilimento additata dai tempi, tutte le vie che conducono al mondo asiatico; è questo il problema che la nostra politica internazionale deve proporsi colla tenacità, della quale, da Pietro il Grande a noi, fa prova la Russia per conquistarsi Costantinopoli. I mezzi stanno nell’alleanza cogli Slavi meridionali e coll’elemento Ellenico fin dove si stende, nell’influenza italiana da aumentarsi sistematicamente in Suez e in Alessandria e in una missione civilizzatrice da compiersi quando che sia e data l’opportunità nelle terre di Tunisi. Nel moto inevitabile che chiama l’Europa a incivilire le regioni Africane, come il Marocco spetta alla penisola iberica e l’Algeria alla Francia, Tunisi, chiave del Mediterraneo centrale, connessa  al sistema sardo-siculo e lontana un venticinque leghe dalla Sicilia, spetta visibilmente all’Italia. Tunisi, Tripoli e la Cirenaica formano parte importantissima per la continuità coll’Egitto e per esso e la Siria coll’Asia, di quella zona Africana che appartiene veramente fino all’Atlante al sistema europeo. E sulle cime dell’Atlante sventolò la bandiera di Roma, quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare Nostro. Fummo i padroni, fino al V secolo, di tutta quella regione. Oggi i Francesi l’adocchiano e l’avranno tra non molto se noi non l’abbiamo”.

Si sarebbe quasi tentati di dire che i due Giuseppe alimentarono due diversi tipi di alienazione politica e di estraneità ai valori politici e agli istituti che tenevano unita la frammentata società civile italiana all’indomani del Risorgimento: a) il risentimento causato dalla mancata palingenesi sociale (quel poco che era stato fatto si poteva ottenere anche dai granduchi, dal papa, dal Borbone); b) il risentimento provocato dal mancato raggiungimento dello status di ‘grande potenza’.

Fu il secondo aspetto, abilmente sfruttato dal fascismo, a rendere, dopo il secondo conflitto mondiale, impopolari le loro figure – a parte gli omaggi formali e l’utilizzazione del simbolo Garibaldi da parte del fronte popolare. Assieme ad esso, però, si consumò anche il divorzio della cultura politica italiana – soprattutto progressista – dalla ‘comunità politica’. E’ un fatto che nella riflessione del più eminente teorico dei ‘diritti sociali’ riguardati come il punto d’arrivo dell’ “età dei diritti”, Norberto Bobbio,al tema della ‘comunità politica’ non si riservi alcuna attenzione. Una comunità vale l’altra e il problema è solo quello di stabilire quali libertà e quali risorse vadano assegnate agli esseri umani, sullo sfondo dei due grandi modelli di modernizzazione politica, quello collettivista (giustizia sociale senza libertà) e quello liberale anglosassone (libertà senza giustizia sociale).

Nel clima spirituale del secondo dopoguerra, l’Italia profonda finiva per diventare la palla al piede rappresentata dall’eterna, irredimibile, provincia, una miscela tossica di qualunquismo, controriforma, familismo amorale da cui ci si doveva liberare al più presto se si voleva approdare ai lidi lussureggianti della civiltà moderna. Questo stile di pensiero poteva giungere talora a rovesciarsi nel ridicolo negli autori citati da Ernesto Galli della Loggia ne La perpetuazione del fascismo e la sua minaccia – v. Due nazioni… Valga per tutti quanto scriveva Guido Fink in Sanguinare per finta: fascismo e antifascismo nel cinema italiano del dopoguerra (in Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni a cura di E. Collotti, Ed. Laterza 2000): “Fascismo è anche altre cose, in apparenza così inoffensive: l’arroganza del funzionario, l’automobilista pirata, la signora gentile che sferruzzando sul treno accanto a noi sospira perché purtroppo non c’è più la pena di morte; la tendenza, tanto diffusa, a sprecare e ad annullare tutte le nostre poche e faticose conquiste in una gestione rozzamente burocratico–autoritaria |…| E’ anche, e oggi sembra urgente sottolinearlo, l’ideologia tutt’altro che minoritaria del profitto ueber Alles, in nome della quale il nazismo intendeva eliminare i ciechi e gli storpi oltre agli zingari e agli ebrei, come oggi ci ricorda in una sequenza chiave, ricollegandosi idealmente al Rossellini di Germania anno zero (1948) il Benigni di La vita è bella (1997)”.

Se per i Mazzini & C. non poteva esserci salto di qualità per la nazione italiana se non liberandosi dal presente e mettendosi sulle spalle dei giganti del passato, per gli intellettuali militanti del nostro tempo è tutta la nostra tradizione – intendendo la parola in un senso molto lato – da buttar via, ove si eccettuino i pochi solitari che avevano tentato invano di laicizzarci e di ricongiungerci all’”Europa civile”. (v. l’esaltazione, persino eccessiva, come avrebbe fatto rilevare puntualmente Rosario Romeo, della figura di Carlo Cattaneo).

In entrambi i casi, si era lontani da quella scuola di realismo che, nelle grandi democrazie occidentali, instilla la fiducia nelle istituzioni, nel loro miglioramento, nella loro apertura al nuovo e, nello tesso tempo, insegna quanto sia faticosa l’arte liberale di comporre i dissensi, di accordarsi su regole ragionevoli, di diffidare di ogni perfettismo. Ha ragione Belardelli: “La torsione moralistica subita dalla critica democratico-mazziniana del Risorgimento e dell’Italia unita, l’analogo processo cui venne sottoposta la figura di Mazzini, accreditarono invece un modello del tutto opposto: quello imperniato sulla critica feroce all’Italia qual è in nome di un’”altra Italia”, che esalta, perfino con orgoglio, il proprio carattere di minoranza. La funzione dell’intellettuale-sacerdote di questa Italia che si considera incomparabilmente migliore-consisterebbe pertanto nella rampogna costante dei difetti dei propri connazionali, nell’esibita sordità, o nel malcelato disprezzo, di fronte agli orientamenti della gente comune”.

E tuttavia ,va ribadito, la “ critica democratico-mazziniana del Risorgimento e dell’Italia unita” era, in qualche modo, iscritta nel disegno oggettivo degli eventi. L’individualismo e il sobrio utilitarismo che caratterizzano le prassi liberali nei paesi da secoli avvezzi alla libertà non potevano essere la bandiera di una borghesia, piccola e media, fatta soprattutto di professioni intellettuali, bisognosa di ben altri energetici spirituali per accorrere sotto le bandiere di Garibaldi e rischiare la vita allo scopo di riunire le sparse membra della patria in un moderno stato unitario. Solo formidabili passioni ideali, nutrite dall’illusione di collaborare con lo Spirito del Mondo nella composizione di una nuova pagina della storia del genere umano, potevano produrre i martiri e gli eroi. I ‘contestatori del sistema’ nell’Ottocento svolsero con efficacia questa funzione, crearono una religione civile, un’etica collettiva, appagando persino, almeno in parte, un bisogno di trascendenza che la Chiesa di Pio IX non sembrava non più in grado di soddisfare –e a farlo rilevare non era un ‘giacobino senza Dio’ ma il cattolico liberale, Marco Minghetti che, in Stato e Chiesa (1878), osservava malinconicamente che “ nel Sillabo tu trovi formulate e sottoposte ad anatema tutte le proposizioni più essenziali degli statuti moderni e i diritti più gelosamente custoditi dai popoli”.

La contestazione dei Mazzini & C. aveva contribuito a “fare gli Italiani”– sia pure con qualche tratto schizofrenico – quella di un Guido Guazza – apologeta del sessantottismo e della sua matrice resistenziale – riusciva solo a “disfare gli Italiani” e ad alimentare, in una minoranza tutt’altro esigua, il discredito più assoluto nei confronti della “’democrazia’ nel nostro paese” rivelatasi “sempre più incapace di rispettare le regole stesse del suo gioco, formale e illusoria, quindi, nella tutela effettiva delle libertà”. (v. gli articoli Nella protesta dei giovani lo spirito della Resistenza e Comprendere e agire in ‘Resistenza GL’, settembre e novembre 1968). Una differenza, si ammetterà, non da poco!