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Federalismo e Fiat: i timori della Cei sono comprensibili ma eccessivi

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Il Cardinale Bagnasco ha posto in questi ultimi tempi due questioni che riguardano l’economia italiana, che sono di grande rilievo e di grande attualità. Ha espresso una giusta preoccupazione con riguardo al federalismo: è un fatto positivo, ha detto, se unisce ma non se disgrega o allontana. E ha espresso anche l’auspicio che i lavoratori licenziati e riassunti alla Fiat di Melfi ritornino a lavorarvi, in quanto alla persona umana non basta avere il salario, occorre che essa abbia anche il lavoro che lo produce.

In premessa osservo che, comunque, fra i propugnatori del federalismo per l’Italia, nell’epoca del Risorgimento e nel novecento, hanno un ruolo di grande rilievo tre eminenti figure del mondo cattolico: Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti e Luigi Sturzo. E per quanto riguarda la vertenza di Melfi, le sue origini sono nel dissenso della CGIL rispetto al modello di contratto aziendale impostato secondo la produttività, proposto dall’amministratore delegato della Fiat per lo stabilimento di Pomigliano D’Arco, che trova sia il consenso della Uil, sindacato di tradizione socialista liberale, sia il consenso della CISL, che fa ampio riferimento al pensiero cattolico sulla tematica del lavoro. 

Il riferimento, da parte del cardinale Bagnasco al rapporto di solidarietà del Nord con il Sud per quel che riguarda il federalismo che unisce è evidente. Non si può non essere d’accordo su questa esigenza, senza cui non esiste l’unità nazionale. Però che c’è anche bisogno che il Sud cresca facendo appello alle proprie iniziative anziché rimanere ancora una economia assistita.

Di recente è stato reso noto che le pensioni di invalidità nel Sud sono cresciute del  22 % in un anno. Un fatto abnorme che rivela abusi, toglie mezzi alla spesa sociale giusta e alla riduzione delle imposte, conseguente alla eliminazione degli sprechi.

I cinque punti del programma che il premier Silvio Berlusconi ha presentato al gruppo parlamentare di Fini, per l’azione del governo da qui alla fine della legislatura, rispondono bene alla preoccupazione del cardinale Bagnasco circa un federalismo che unisca anzichè dividere.

Il  programma comporta infatti che accanto all’autonomia fiscale delle Regioni, ci sia un fondo perequativo a favore di quelle “povere”, che non si baserà sulla spesa fatta nel passato o su un generico assistenzialismo ma sul principio di dare a tutti uno standard minimo di servizi essenziali. Sarà cioè basato sui costi standard per i servizi essenziali regionali. Essi, secondo la riforma sono la sanità, (in gran parte attualmente già competenza delle Regioni) l’istruzione (in gran parte una nuova competenza) e l’assistenza (competenza degli enti locali, coordinata dalle Regioni). Non poche Regioni meridionali per la sanità hanno una spesa elevata, con grossi deficit e servizi scadenti.

I media hanno di recente riportato la notiziache una donna, che aveva avuto un parto cesareo, a Vibo Valentia è stata trasportata prima all’’ospedale di Vibo ove non c’era posto poi a quello di Lamezia Terme ed è morta durante il tragitto. Il fatto mostra che l’esistenza di molti piccoli ospedali disseminati sul territorio provoca costi elevati e disorganizzazione e non assicura un servizio accettabile. Il Sud ha bisogno della riforma basata sui costo standard per assicurare a tutti un servizio normale. Nella riforma federalista è previsto il commissariamento statale delle strutture sanitarie che non rispetteranno i nuovi criteri.

Nei punti di Berlusconi per il Mezzogiorno  sono previste le zone franche urbane, in cui le imposte sulle imprese saranno ridotte al minimo per generare sviluppo e occupazione. Inoltre le Regioni potranno manovrare l’Irap in modo da ridurla o eliminarla per le nuove iniziative imprenditoriali. Ciò è consentito dalle norme comunitarie, trattandosi di un intervento di autonomia regionale identico in tutta la Regione. Sono previste anche la mobilitazione dei fondi Fas (Fondi aree sotto sviluppate) per il Sud concentrati sulle grandi opere e l’attuazione di 5,8 miliardi di spese per infrastrutture deliberati di recente. Ci sono, tuttavia, seri dubbi sui tempi di questa mobilitazione: sinché le procedure per i lavori pubblici rimarranno quelle vigenti, gli enti locali avranno i poteri di veto attuali. E i processi  che sorgono per le vertenze su queste opere saranno lentissimi. In questi settori occorrono anche nuove riforme nazionali.

Nei cinque punti per il Sud c’è anche la Banca del Mezzogiorno, che verrà attuata associando la Posta e le banche locali di credito cooperativo. In passato io ho espresso dubbi sulla necessità di una banca pubblica per il Sud. Ma il modello in questione è diverso: le banche di credito cooperativo nel Sud sono la realtà finanziaria più importante per lo sviluppo sul territorio.

Concludendo, penso che si possa dire che il modello di federalismo che il governo Berlusconi sta introducendo nel nostro ordinamento rispetterà i principi di coesione nazionale assieme a quelli di autonomia responsabile che servono al Mezzogiorno per trovare la sua strada di sviluppo, così come auspicava un secolo fa don Luigi Sturzo.

La questione delle modalità con cui i tre licenziati a Melfi dalla Fiat debbano essere riassunti, per rispettare lo statuto dei lavoratori, è ora oggetto di nuova specifica delibera da parte del magistrato che ha ordinato la riassunzione. L’auspicio è che la soluzione che verrà individuata non dia luogo a nuove tensioni che comportino una nuova distrazione dalla questione centrale, quella del modello di contratto proposto da Marchionne, fondato sulla produttività e sulla collaborazione fra impresa e lavoratori, per gli obbiettivi di interesse comune.

 

La produttività è il problema cruciale della nostra economia. Dal 1997 al 2007, in Italia la produttività per ora lavorata è salita del 3% in contro il 14% dell’area euro. Il prodotto lordo italiano è aumentato solo del 15%, vale a dire dello 1,5 medio annuo, contro il 25% dei paesi dell’eurozona, che corrisponde al 2,5 medio annuo. Nel settore delle imprese, la quota del fattore lavoro in Italia negli anni ‘80 era superiore al 50%, ora essa è scesa al 47%. In Germania era il 50% e anche ora è attorno a questa percentuale. Le nostre imprese hanno saputo riconquistare i mercati internazionali grazie ai grossi sforzi di investimento e di imprenditorialità e grazie alla introduzione di elementi di flessibilità derivanti dai contratti della legge Biagi, dai contratti integrativi periferici e dal decentramento alle imprese minori , che non sottostanno alle rigide regole , cui sono costrette  le maggiori.

Ma gli espedienti che favoriscono le imprese minori, non soccorrono per le medie e le grandi quando occorrono investimenti di grandi dimensioni e produzioni con costose tecnologie avanzate per i quali è essenziale far lavorare gli impianti giorno e notte avere certezza della continuità della produzione e poter contare su una collaborazione dei lavoratori. Nel modello che Marchionne propugna, ciascuno partecipa al risultato e ne condivide i frutti operando nel proprio ruolo. E’ un modello che fa parte della ideologia "partecipativa" e "personalista". E non a caso i giovani di CL hanno applaudito in modo entusiastico Sergio Marchionne. D’altra parte, questo progetto si collega al rilancio di Fiat auto: un investimento di 30 miliardi, di cui 20 in Italia nel progetto "fabbrica Italia" che comporta un aumento di produzione dalle attuali 700 mila auto a 1,4 milioni. E’ una sfida ardua, che esige una grande collaborazione da parte  del lavoro, come quella che Cisl e Uil offrono. Senza di essa questo piano non si può realizzare. E allora tutti i lavoratori della Fiat rischierebbero di rimanere senza posto.

Il diritto dei tre operai di Melfi di avere, oltre che lo stipendio, il lavoro è importante. E il cardinale Bagnasco ha ragione a preoccuparsene. Ma occorre inquadrare tale problema nel tema ben più vasto della collaborazione per la produttività, fondamentale per la crescita dell’economia italiana e per lo sviluppo del Mezzogiorno.

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1 COMMENT

  1. La trappola dei falsi martiri
    La prospettiva dalla quale viene inquadrata la vicenda giudiziaria dei tre ragazzotti di Melfi è parecchio generosa e rischia di fare perdere di vista la fondamentale questione della responsabilità personale. Dire che quella diatriba vada fatta risalire ad una più generale vertenza sindacale, della cui mancata soluzione sia responsabile la CGIL, equivale a trasformare i tre operai in altrettanti martiri. La creazione di falsi miti è stata, per anni, appannaggio di comunisti e sinistrorsi vari nostrani, sempre pronti a radunare le piazze attorno a fantocci di ogni genere, con l’obiettivo, ogni volta, di restringere, con la forza dei numeri, i margini di trattativa delle controparti politiche o, semplicemente, imprenditoriali via via incontrate. Da questo punto di vista, Berlusconi è il più longevo dei totem attorno a cui i grandi stregoni del progressismo riformista (ed ex comunista) da anni ballano. La pusillanimità e l’opportunismo di dirigenti politici (in particolare, diccì) e (grandi) imprenditori (o finti tali) è stata, per anni, la migliore alleata di questa perversa strategia. Le recenti dichiarazioni di Marchionne (bissate di lì a poco dalla coraggiosa Marcegaglia, con il suo richiamo alla dignità delle imprese) suonano come la carica del buon senso e della voglia di fare contro gli zombies dell’ideologia sindacale. Non caschiamo ancora nella stessa trappola (cosa che lo stesso Napolitano ha di recente fatto). Quei tre hanno messo in atto un comportamento personale di cui devono ora dare conto. Che la CEI si occupi di anime.

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