Finalmente l’Europa esiste e dimostra anche di saper fare politica
17 Ottobre 2008
L’importanza del semestre di presidenza francese dell’Unione europea guidato da Nicolas Sarkozy risiede innanzitutto nell’aver tramutato il “gigante dai piedi di argilla”, lento e litigioso, nel centro propulsore di una serie di importanti innovazioni nella governance globale, politica, finanziaria ed economica. Da qui ad affermare che queste proposte dall’alto della teoria possano scendere nella pratica e tramutarsi rapidamente in concreti provvedimenti la strada è difficile e irta di ostacoli. Non vi è dubbio però che Sarkozy sia stato in grado di inaugurare una fase nuova di vita dell’Ue: quella di una leadership creatrice e volontarista.
Da questo punto di vista le conclusioni del summit di Bruxelles rappresentano virtù e vizi di questo nuovo corso europeo. Sarkozy si è giustamente rallegrato che il piano di salvataggio elaborato dall’Eurogruppo domenica scorsa a Parigi, sia stato allargato all’unanimità a tutti i 27 Paesi membri, dunque anche ai dodici che non condividono la moneta unica. Ma anche sull’onda dei forti ribassi dei mercati europei egli ha ribadito come con l’intervento sulla trasparenza e la garanzia della finanza in Europa si sia in realtà solo a metà del guado. Rifondare la finanza non basta è necessario rifondare il capitalismo. Partendo da dove? Da un’operazione duplice e coordinata: fondare una nuova Bretton Woods e rivedere in profondità funzionamento ed operatività di Fmi e Banca mondiale. Contemporaneamente muoversi a livello europeo verso quel “governo economico”, spesso citato come necessario completamento del percorso avviato con l’istituzione della moneta unica. La scommessa di Sarkozy è chiara quanto ambiziosa e peraltro centrale nella sua riflessione economico-politica fin dai primi mesi della sua elezione all’Eliseo.
È giunto il momento di ristrutturare Fondo Monetario e Banca Mondiale, opporsi ai paradisi fiscali, moltiplicare gli organi di sorveglianza e impedire nuove bolle speculative. Questo percorso deve essere condiviso da un G8 allargato ai Paesi emergenti e deve dotarsi di nuovi strumenti operativi al più presto. Per questo il Presidente francese chiederà sabato a Geroge W.Bush di partecipare al summit anche se Presidente uscente. I tempi stretti e la situazione di emergenza non permettono di attendere l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca.
Parallelamente è giunto il momento che l’Europa accosti ai suoi meccanismi di governance finanziaria strumenti di coordinamento delle singole politiche economiche nazionali, così come parziali deroghe ai meccanismi esterni di tutela della concorrenza che, se applicati solo nel contesto europeo, finiscono per penalizzare la nostra impresa (vedi il caso degli aiuti di Stato proposti per il mercato automobilistico europeo, dopo che gli Usa avevano fatto altrettanto per il loro mercato degli autoveicoli).
Piani ambiziosi e di conseguenza subito almeno quattro grandi interrogativi.
Punto primo: il direttorio a quattro dell’Europa, quello che oramai pragmaticamente ha preso il timone della nuova Ue, è completamente d’accordo sul volontarismo di Sarkozy? È pronto a sostenerlo? L’Italia in maniera convinta (le posizioni di Tremonti sono speculari a quelle di Sarkozy), nonostante qualche riserva Gordon Brown sembra più che disponibile. Resta Merkel, molto scettica sul coordinamento economico europeo.
Punto secondo: Bretton Woods ha istituzionalizzato la centralità del modello Usa e del dollaro come valuta chiave del sistema economico-internazionale. L’Europa e l’euro hanno lo spessore sufficiente per condividere, se non per assumersi completamente sulle proprie spalle, questo nuovo pesante fardello? E inoltre è plausibile che, in una fase così delicata come quella del cambio di presidenza americana, si prendano decisioni fondamentali per il futuro dell’economia e della finanza planetarie?
Punto terzo: il 31 dicembre 2008 finirà il semestre di presidenza francese. Chi guiderà la rifondazione europea del capitalismo mondiale e quella dell’Europa economica? Il Primo ministro ceco e poi quello svedese? Da questo punto di vista la grandezza delle ambizioni di Sarkozy contrasta fragorosamente con le debolezze istituzionali dell’Europa. Non dimentichiamo che l’Ue è ancora senza il Trattato di Lisbona che potrebbe fornirle istituzioni più adatte agli attuali tempi di crisi, ma si torva bloccato oltre che dal “no” irlandese, dalla mancata ratifica proprio di Svezia e Repubblica Ceca. Senza un Presidente di turno con durata di almeno due anni e mezzo, il medio periodo è inevitabilmente terreno di gestione dei grigi commissari di Bruxelles, che anche in questa crisi hanno mostrato tutta la loro marginalità.
Punto quarto: come si accosta l’ortodossia europea sui conti pubblici e sul rapporto deficit/Pil con l’ondata creatrice, e per questo di sicuro eterodossa, insita nell’idea di un nuovo governo economico dell’Europa. Sarkozy ha parlato esplicitamente di un “piano di rilancio economico europeo” dopo quello finanziario. La reazione di Juncker, Presidente dell’Eurogruppo, è stata immediata: attenzione alle norme restrittive imposte dal patto di stabilità. Non è improbabile che su questo punto si riapra il contenzioso tra l’Eliseo, il Presidente dell’Eurogruppo e
Dunque troppe incognite all’orizzonte? Certamente eccessive per poter predicare ottimismo. Ma comunque sufficienti per poter affermare che l’Europa esiste e sta finalmente forgiando un suo profilo proprio laddove è richiesto al “politico” il suo sforzo maggiore: intervenire nelle congiunture di grave crisi.
