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Cambio di rotta

Finalmente un presidente di Confindustria in Confindustria

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Un presidente di Confindustra che fa il presidente di Confindustria: la notizia è da prima pagina, perché da 20 anni in qua, così non è stato. Emma Marcegaglia, probabilmente perché non è un presidente, ma una presidente, ha trovato subito, nel suo primo passo ufficiale, il passo giusto per avviare un percorso indispensabile alla democrazia italiana: trasformare Confindustria in... Confindustria! I suoi predecessori, infatti, ne avevano snaturato la funzione, per le ragioni più varie.

Luca Cordero di Montezemolo ne ha fatto una tribuna personale per lanciare il suo personaggio nell’empireo di non si sa bene cosa, l’ha fatta navigare male, molto male, l’ha compromessa oltre misura con il dissennato governo Prodi, ne ha ricavato un eccellente dividendo personale, ma ne ha abbassato la credibilità nel sistema delle relazioni industriali (oltre ad avere rotto violentemente, ma solo sottotraccia, con il settore alimentare).

A D’Amato è toccato il compito, più per necessità, che per scelta, di condurre uno scontro tutto politico sull’articolo 18 che ha ottenuto il suo risultato - neutralizzare la Cgil di Cofferati e i suoi progetti di megapartito - ma riportando danni e malanni.

 I suoi predecessori, nello sciagurato periodo di Mani Pulite, hanno dovuto affrontare emergenze non da poco, ma in genere le hanno subordinate, anche loro, a ambizioni personali e a un protagonismo politico imporprio.

Emma Marcegaglia, invece, ha dato la netta sensazione di aspirare a tutto nella vita, fuorché a usare di Confindustria per diventare ministro o - peggio ancora - “Une Réserve de la République”.

La sua relazione non ha avuto voli pindarici, non ha parlato dell' "Universo Mondo e Altri Problemi", ha collocato la sua organizzazione nel suo giusto ruolo - il sindacato delle imprese - ha abbandonato anche i protagonismi di riformatori delle istituzioni (che pure lei stessa aveva nutrito quando era presidente dei Giovani e promuoveva referendum elettorali a tutto spiano), ha assunto su di sè i propri compiti istituzionali e li ha ben distinti da quelli della politica.

Marcegaglia sa bene che il disastroso esito del governo Prodi poteva intaccare anche Confindustria, che troppo credito gli aveva dato, e che offre oggi però al paese una finestra - forse breve - in cui le ipotesi riformiste viste dall’angolazione del centrodestra, così come da quella del centrosinistra potranno produrre riforme vere, addirittura condivise. Sa anche che questo crea le condizioni migliori perché i superstiti della grande componente riformista degli anni ’80 e ’90 - i socialisti di Fi oggi ministri - possano fare ripartire quelle riforme economiche ( e nelle relazioni industriali) che la dissennata stagione di Mani Pulite ha bloccato per 16 anni. Sa infine che questo ha un effetto determinante sui sindacati, con una marginalità ormai patetica della pretesa della Cgil di disporre il diritto di veto. Se Prodi è rovinato, Epifani si è sgretolato, privo com’è di quella sponda massimalista non solo nel governo, ma anche nel parlamento su cui i suoi predecessori da 40 anni giocano per imporre immobilismo e scelte al limite della demenzialità.

Marcegaglia ha detto chiaramente alle imprese e al mondo della politica che  non intende disturbare il manovratore, ma pretende che manovri. In fretta e bene. Perfetto. Auguri

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