Finanziaria addio, Tremonti santo subito?

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Finanziaria addio, Tremonti santo subito?

24 Settembre 2009

Forse non per la produzione scientifica. Forse non per i suoi volumi di divulgazione culturale, che talvolta ci sono sembrati ben confezionati ma privi di un solido ancoraggio culturale (ancora non abbiamo ben capito cosa sia il mercatismo, o in che modo un rigurgito colbertista possa essere utile alla nostra economia che ci appare piuttosto bisognosa di liberalizzazioni e di aperture del mercato). Ma certo è che è a Giulio Tremonti, come Ministro dell’economia, occorrerebbe erigere un monumento nazionale. Da subito, quando è ancora vivo e vitale.

Senza grandi proclami, infatti, il Giulio nazionale è riuscito a liberarci da una piaga che infestava l’Italia da trent’anni: la legge finanziaria! Come già l’anno scorso, anche quest’anno il Governo, su iniziativa del Ministro dell’economia, ha approvato un disegno di legge finanziaria di soli tre articoli. Solo tre e tutti immediatamente riconducibili alla finalità propria di una decisione d bilancio: la regolazione quantitativa delle grandezze finanziarie del bilancio dello Stato, oltre ad alcune decisioni di merito che annualmente devono essere assunte (le risorse per i contratti del pubblico impiego, le agevolazioni fiscali per l’anno successivo).

Prima ancora che il complesso iter parlamentare di approvazione della riforma della legge di contabilità generale dello Stato giungesse a compimento, Tremonti è riuscito a realizzare una epocale riforma istituzionale evocata a gran voce da decenni ma che finora era restata un miraggio.

Da oggi possiamo dire addio alle leggi finanziarie di centinaia di articoli e migliaia di commi, nelle quali si affastellavano norme di contenuto disparato, molto spesso localistiche, microsettoriali, corporative o hobbistiche. Norme molto spesso incomprensibili ai più e comprensibilissime solo a chi aveva spinto per la loro approvazione.

Ma il guadagno non è solo in termini di certezza del diritto e di conoscibilità della legge. Il guadagno è soprattutto n termini di forma di governo. E’ infatti evidente che il carattere caotico della decisioni di bilancio era strettamente collegato alla particolare forma di governo della prima repubblica. Una forma di governo di tipo assembleare e consociativo, nella quale il Governo era in posizione di estrema debolezza e la facevano da padrone i partiti. Partiti che nella fase terminale della prima repubblica avevano perso la loro iniziale funzione identitaria ed erano diventati sostanzialmente una sommatoria di lobbies, gruppi di pressione e centri di potere. Una situazione confusa che trovava la sua massima esaltazione proprio durante l’esame parlamentare del disegno di legge finanziaria, quando andava in scienza la grande negoziazione per l’appoggio reciproco su emendamenti che presi singolarmente mai avrebbero raggiunto la maggioranza dei consensi in Parlamento. Ma supportati per convenienza dai diversi gruppi di pressione riuscivano a diventare legge dello Stato.

Gli effetti di tale situazione sono sotto gli occhi di tutti. A partire dal 1978 (anno di battesimo della legge finanziaria) sino alla metà degli anni 90 (quando l’Europa ci ha imposto una maggiore responsabilità finanziarie pena l’esclusione dall’Unione Monetaria Europea) il deficit annuale di bilancio è sempre cresciuto (tranne alcuni anni nei quali il deficit, grazie a trucchi contabili è lievemente diminuito, salvo tornare a crescere in misura anche maggiore l’anno successivo). Lo strumento che doveva servire a realizzare la”programmazione di bilancio” e garantire tenuta ai conti pubblici è in concreto diventata la prima causa del dissesto del bilancio pubblico italiano.

E’ comprensibile che la dipartita della legge finanziaria, come le dipartite di tutti i grandi protagonisti (nel bene come nel male) della nostra vita, lasci vuoti incolmabili e vedove inconsolabili. C’è chi (come Paolo Cirino Pomicino su l’Occidentale di oggi) si appella a valori alti quali il ruolo del Parlamento e la stessa concezione della democrazia: in realtà alla base di queste posizioni c’è un equivoco di fondo. C’è l’idea che la democraticità di un sistema politico – istituzionale si misuri contando il numero di proposte di legge o di emendamenti di origine parlamentare divenuti legge. C’è l’idea che il Parlamento sia la “fabbrica delle leggi” e che al Governo spetti solo il compito di dare esecuzione alle volontà del Parlamento. In realtà nelle moderne democrazie ben funzionanti le cose non stanno affatto così: nelle più evolute democrazie europee (si pensi alla Gran Bretagna o alla Francia) il pallino del gioco nelle decisioni di spesa pubblica è saldamente nelle mani del Governo. In questi paesi il disegno di legge di bilancio o la Loi de finance in Francia sono sostanzialmente inemendabili. E comunque il Parlamento non può approvare nuove spese può solo respingere quelle proposte dal Governo.

Ma del resto questi Paesi non hanno inventato nulla. Hanno solo rispettato la storia della democrazie e dei parlamenti: organi nati per dare rappresentanza alla società civile con il compito essenziale di esercitare un controllo sulle spese dei sovrani e sulle tasse che i medesimi imponevano ai cittadini per pagare quelle spese. La parabola del nostro Parlamento nei decenni scorsi aveva ribaltato lo schema. Abbiamo avuto per decenni un Parlamento molto attento alla moltiplicazione delle spese (spesso inutili, improduttive o parassitarie) ed assai poco attento agli effetti in termini di pressione fiscale o di debito pubblico delle sue decisioni di spesa. Ed è così che si capisce perché siamo riusciti nel corso del tempo ad accumulare uno dei debiti pubblici più alti del mondo pur avendo una pressione fiscale superiore alla media europea. Ma così si capisce anche la fortissima disaffezione dell’opinione pubblica verso le nostre istituzioni durante la fase finale della prima repubblica.

In realtà trovare meccanismi in grado di frenare la spontanea capacità di spesa pubblica del Parlamento non solo è essenziale per avere una gestione equilibrata delle finanze pubbliche, non solo serve a tenere sotto controllo la pressione fiscale, ma è soprattutto indispensabile per preservare la nostra democrazia dai rischi di entropia.