L'analisi

Fioramonti, l’ultimo anello nella lunga decadenza della scuola e dell’università in Italia

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Le dimissioni del ministro della pubblica istruzione Lorenzo Fioramonti rappresentano l’uscita di scena di quello che è stato forse il più dannoso titolare della cattedra occupata un tempo – ci viene spesso, ahimè, ricordato – da Croce e da Gentile.

Fioramonti è un tipico sottoprodotto della “cultura politica”  promossa dal Movimento Cinque Stelle: accanito decrescitista e complottista, ambientalista apocalittico entusiasta apologeta del Greta-pensiero, odiatore di Israele, anticattolico militante nemico dei crocifissi e ovviamente della scuola libera, sostenitore di un modello di istruzione fondato sulla propaganda ideologica e sulla strumentalizzazione dei giovani a scopi politici, paladino della tassazione “etica”. Davvero difficile concentrare insieme tante caratteristiche controproducenti da un punto di vista politico generale, e da quello della concezione dell’istruzione pubblica in particolare: tanto da far rimpiangere persino la sindacalista illetterata Fedeli, il che è tutto dire. Caratteristiche alle quali si aggiunge, suggellandole eloquentemente, il fatto che il ministero per Fioramonti non ha rivestito nessun valore in sé, ma è stato semplicemente un mezzo da utilizzare per la sua personale ascesa politica, e la scelta delle dimissioni è stata smaccatamente strumentale, come subito è emerso, ad un’operazione tattica: quella di formare un gruppo di parlamentari pentastellati più direttamente legati al presidente del consiglio Conte.

La motivazione addotta per le dimissioni di Fioramonti – la richiesta non esaudita di 3 miliardi di fondi aggiuntivi per il bilancio del suo ministero da parte del governo – non contraddice, ma anzi conferma questa strumentalità. Si tratta infatti di una richiesta genericamente quantitativa, fondata sull’idea semplicistica, equivoca e demagogica secondo cui il problema fondamentale per l’istruzione scolastica, l’università e la ricerca in Italia sarebbe quello degli insufficienti investimenti economici, e non piuttosto quello della filosofia del sistema scolastico, e dunque di una razionale, ottimale organizzazione delle risorse ad esso destinate. I fondi richiesti avrebbero dovuto essere utilizzati, nelle intenzioni dell’ex ministro, “a pioggia”, per sostenere stipendi, incentivi, borse di studio, enti di ricerca. E, ancora peggio, avrebbero dovuto essere usati anche in una prospettiva apertamente ideologica, per finanziare “l’educazione allo sviluppo sostenibile”.

C’è però una logica perversamente coerente nel fatto che, nell’epoca del raffazzonatissimo esecutivo “giallo-rosso”, il ministero dell’istruzione sia stato messo nelle mani di un esponente del movimento grillino a così alto tasso di grossolano populismo. Il M5S, infatti, è il più degno rappresentante di tutto il peggio della cultura politica italiana del dopoguerra: assistenzialismo, pauperismo, giustizialismo, avversione al mercato e allo sviluppo, culto dell’incompetenza. Quindi si attagliava perfettamente alla gestione di un settore, come quello dell’istruzione, della formazione e della ricerca, che è stato letteralmente smantellato – in nome di logiche di facile consenso, di ottuso centralismo e di assistenzialismo inefficiente – dalla classe politica del secondo dopoguerra.

L’apparato selettivo ed elitario del sapere costruito dalla classe politica post-unitaria, e organizzato in sistema nel 1923 con la riforma Gentile, venne distrutto un pezzo dopo l’altro in epoca repubblicana: trasformato in fabbrica di posti di lavoro per insegnanti, amministrativi ed ausiliari; livellato verso il basso dopo il Sessantotto in una logica ultraegualitaria di promozione di massa; schiacciato da programmi ministeriali sempre più astratti, aridi e lontani dai contenuti delle discipline; ridotto negli ultimi decenni ad una grande macchina burocratica finalizzata soltanto ad una formale “inclusione” sociale, soffocando ogni spinta all’eccellenza, come ogni moto di libertà ed autonomia intellettuale.

Un disastro ormai tristemente compiuto, il cui esito è stato il progressivo, drammatico declassamento del livello complessivo dell’istruzione di alunni e studenti italiani ad ogni livello del sistema, più volte impietosamente documentato dalle statistiche europee Ocse-Pisa. Una catastrofe di cui i pentastellati con Fioramonti, e forse con chi lo seguirà, sono i degni esecutori testamentari, ma che è stata sistematicamente costruita, almeno a partire dalle prime coalizioni di centrosinistra, da governi e ministri di ogni colore politico.

La decadenza complessiva della cultura italiana, e della competitività del “sistema paese”, indotta da questa costante deriva non può essere invertita semplicemente da un cambio di ministro o di maggioranza politica, ma deve passare innanzitutto per un rivolgimento radicale nella visione condivisa – a livello di classe politica e di opinione pubblica – della formazione e dell’istruzione. Un cambiamento che ponga al centro delle politiche sulla scuola e sull’università non più il facile consenso derivante dalla gestione di un elefantiaco apparato funzionale innazitutto alla conservazione di se stesso, ma l’esigenza primaria di stimolare la qualità del sapere attraverso la libera e virtuosa competizione tra gli operatori, la libera scelta degli utenti, la selezione in base all’impegno ed al merito, l’attenzione primaria ai contenuti piuttosto che alla retorica ideologica.

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