Flessibilità e dinamismo. I veri punti di forza dell’economia americana.

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Dal gennaio 2006 il debito commerciale americano è aumentato sino a raggiungere il picco di 68 miliardi di dollari nel mese di agosto, facendo segnare un livello storico di guardia. I continui rialzi del prezzo del petrolio hanno provocato un effetto volano sugli altri indicatori macroeconomici. Le vendite al dettaglio, che rappresentano i 2/3 dell’attività economica degli Stati Uniti sono diminuite costantemente; il mercato immobiliare, spina dorsale dell’economia d’oltreoceano, ha subito un rallentamento sostanzioso; la produzione industriale ha frenato la sua corsa. Il dato ,che più ha preoccupato gli analisti, segnalava il calo della produttività del lavoro. Le previsioni sull’incremento annuo del Prodotto Interno Lordo sono state riviste al ribasso fino ad ipotizzare che la crescita si sarebbe fermata intorno al 2% (previsioni congiunturali per i primi due trimestri del 2006). Il dollaro ha risentito molto di questa condizione di debolezza macroeconomica perdendo molto terreno rispetto alle principali valute di riferimento.

Per moderare gli effetti dell’esplosione del debito estero la Federal Riserve ha condotto una politica monetaria di compromesso: lungo tutto il 2006 ha puntellato i tassi di interesse al rialzo, cercando di non elevare troppo la quota di risparmio per non strozzare la crescita. L’obbiettivo di questa politica era duplice: da un lato, tutelare l’andamento economico e la competitività dell’industria domestica, dall’altro moderare l’inflazione sostenuta dall’aumento del prezzo dell’oro nero. Il livello dei tassi di interesse è stato toccato al rialzo per tre volte, portando il tasso di rendimento dei Fed funds dal 4,25 del Dicembre 2005 al 5,25 odierno.

La Fed nella riunione del 12 di Dicembre dello scorso anno, smentendo parte delle previsioni che annunciavano un ritocco al ribasso dei tassi, ha deciso di lasciare invariato il costo del denaro, mantenendo alta la fiducia sulla capacità di ripresa dell’economia nord americana.

Di fatto la decisione della Federal Riserve è stata impeccabile. Gli indicatori congiunturali Usa ritornano a segnalare performance positive. La paura di indebolimenti cronici della crescita si dissolve di fronte a dati macroeconomici e indicatori borsistici incoraggianti.

Primo, il deficit commerciale americano è calato per il terzo mese consecutivo attestandosi intorno a 58,2 miliardi di dollari nel Novembre 2006. Il miglioramento del passivo nell’interscambio, è il più basso dal luglio 2005 grazie ad un aumento della produzione industriale del 3,8% in Novembre, alla debolezza del dollaro e alla diminuzione del livello dei prezzi del greggio.

Secondo, l’occupazione da sfoggio di grande solidità, e registra in Dicembre la creazione di 167 mila nuovi posti di lavoro, suggellando una percentuale storica minima (il 4,5%). L’importanza di questo dato aumenta se si nota l’aumento di produttività del lavoro che si registra in quest’ultimo trimestre del 2006 che lascia ben sperare per l’anno prossimo.

Con il contributo dei consumi, l’espansione del Pil marcia per il quarto trimestre del 2006 sopra la soglia del 3% (+2% sul trimestre precedente), riportando al 3,2% la crescita prevista per l’intero 2006. (previsioni :The Economist).

Terzo, Wall Street ha pubblicato dati sorprendenti riguardanti le performance annuali: l’indice ha raggiunto il suo massimo valore storico di 12,442.2 miliardi di dollari, con una crescita degli utili su base annuale di 16.1%.

Gli utili distribuiti in borsa andranno facilmente a rinfoltire il mercato del mattone. Gli effetti di questi nuovi investimenti nell’immobiliare saranno di due profili: in primo luogo riporteranno il valore del mercato immobiliare al suo livello reale, allontanando lo spettro di una bolla speculativa; in secondo luogo garantiranno il ripristino totale della fiducia nella solidità dell’economia da parte degli operatori. L’esistenza di una ingente quantità di liquidi derivanti dalla distribuzione degli utili di fine anno, garantita dalle ottime prestazioni delle aziende quotate al Nyse, avrà un effetto positivo in termini di investimenti reali nell’economia nord americana. Sostenuta da tutti questi parametri positivi, l’economia Usa è destinata, secondo le stime della Fed, ad accelerare quest’anno verso il suo tasso di crescita potenziale. Non è un caso che durante questa settimana il dollaro sia ritornato ai livelli di metà Novembre, fino a raggiungere valore 1,29 per un euro, e sopra la soglia dei 120 yen per la prima volta dal Dicembre 2005.

In futuro, la Federal Reserve concentrerà maggiormente l’attenzione verso  l’inflazione piuttosto che verso pericoli di brusche frenate della crescita economica. Implementerà una politica monetaria votata alla stabilità con l’obbiettivo di conseguire, per mezzo della crescita degli investimenti e dell’espansione della produzione, un miglioramento delle partite correnti, garantito anche da un dollaro ancora piuttosto debole sui mercati valutari internazionali. Tuttavia nel medio periodo, al fine di scongiurare tendenze inflazionistiche, la politica monetaria dovrà farsi inevitabilmente più restrittiva, causando l’apprezzamento della valuta americana nei confronti dell’euro e dello yen. Questo apprezzamento rifletterà il valore reale di un’economia che è ben lungi dal soffocare sotto le pressioni internazionali. Il dollaro tornerà ad occupare il ruolo di valuta di riferimento che pareva aver perso negli ultimi tempi.

Il sistema economico degli Stati Uniti trova la chiave di volta per uscire dalla crisi nelle sue caratteristiche intrinseche: la flessibilità e il dinamismo. Queste sono le caratteristiche che i mercati premiano nel lungo periodo e che assicurano all’economia americana il ruolo essenziale di leader negli equilibri mondiali. La flessibilità economica statunitense è basata su tre fattori di carattere sociologico - economico.

In primo luogo, l’economia statunitense è consumer-driven. L’attività di riferimento nel mercato americano è il consumo: i livelli di risparmio tendono ad essere molto più ridotti rispetto a quelli europei, ma soprattutto tendono a mantenersi costanti anche nei periodi di stasi economica. Questo garantisce alle imprese un margine di rischio inferiore, e la possibilità di agganciarsi ai cicli positivi dell’economia aggregata in tempi pressoché immediati. La propensione al consumo è infatti legata a doppio filo con la propensione all’investimento.

In secondo luogo, Il mercato dei crediti è flessibile e cristallino. Ciò garantisce prima di tutto la qualità del credito, ossia l’accumulazione proficua e redditizia del capitale, e in seconda battuta il dinamismo dell’investimento che non subisce le lunghe pause che caratterizzano i sistemi economici dove gli impedimenti burocratici al credito frustrano lo spirito imprenditoriale.

La produttività del lavoro risulta essere però l’indicatore più importante. La qualità dell’istruzione, la qualità della ricerca e la vitalità dei settori high tech sono i fattori alla base degli aumenti di produttività. Essa dona al sistema economico efficienza produttiva e competitività interna, garantisce la piena occupazione di risorse e getta le basi per una crescita sostenibile nel lungo periodo.

Il potere del dollaro sul mercato a medio - lungo termine sarà la cartina tornasole di questi caratteri peculiari del sistema economico americano.

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