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FMI: la ragazza pon-pon dell’economia mondiale

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Il problema fondamentale del secondo dopoguerra, sotto  il profilo economico-monetario, fu quello di evitare un sistema di cambi flessibili che spalancasse la strada ad eventuali conflitti internazionali dettati da ostili politiche monetarie. A tal proposito, si pensò di dar vita ad un’istituzione internazionale e ad un sistema di convertibilità della moneta a cambio fisso. Nella primavera del 1943 vennero presentati ai Paesi membri dell’ONU i piani di J. M. Keynes e di  H. D. White. Il primo volto alla creazione di un’unione internazionale di Clearing; il secondo volto alla costituzione del cosiddetto Fondo Internazionale di Stabilizzazione. Le ragioni di tali iniziative risiedevano nell’esigenza di individuare un meccanismo che risolvesse il problema del saldo del deficit, ossia di una bilancia dei pagamenti in deficit che contribuiva alla restrizione della domanda estera e, di conseguenza, alla recessione internazionale. Accanto a questo problema era forte l’esigenza di individuare un meccanismo di cambio cooperativo globale per ristabilire un equilibrio tra le singole nazioni. Il piano Keynes aprì le porte alla Banca Centrale Soprannazionale: Bancar, per compensare il deficit della bilancia dei pagamenti, mentre il piano White consentì la nascita del Fondo di Stabilizzazione. Un fondo per concedere crediti a paesi con deficit da bilancia dei pagamenti, previa compatibilità della politica economica.

Nel luglio del 1944 a Bretton Woods si svolse la Conferenza Monetaria e Finanziaria Internazionale delle Nazioni Unite e si giunse ad un compromesso tra i due piani. Da tale compromesso sorsero il  FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la BIRS (Banca Investimenti Risparmio e Sviluppo) che in seguito diverrà la Banca Mondiale

Oggi la situazione è enormemente mutata, l’Europa si presenta con una moneta unica e forte ed un sistema economico-produttivo potenzialmente competitivi. Nel nuovo scenario il ruolo stesso del FMI rischia di essere difficilmente decifrabile. Intorno a questa analisi si snoda la critica che Desmond Lachman, economista dell’American Enterprise Institute di Washington DC, rivolge all’Istituto internazionale. L’accusa di Lachman è che, in occasione del recente meeting di primavera, il Fondo Monetario Internazionale avrebbe confermato di aver deviato dal suo originale mandato di garante del sistema finanziario internazionale. Piuttosto di comunicare l’incombente rischio di un preoccupante rilassamento nella bilancia dei pagamenti a livello mondiale, il FMI avrebbe scelto di giocare il ruolo di suo primo sostenitore. In tal modo, il FMI non solo metterebbe a rischio la propria già traballante ed incerta credibilità, ma solleverebbe tutta una serie di questioni sulla sua rilevanza nello scacchiere dell’economia mondiale.

L’istituzione venne fondata per rispondere alle problematiche legate alle non esaltanti prestazioni economiche degli anni ’20 e degli anni ’30. Il suo principale ed originario mandato era quello di promuovere una maggiore stabilità dei cambi monetari tra i suoi membri e di evitare deprezzamenti causati da indici di cambio competitivi. La ragione fondamentale della sua nascita, scrive Lachman, è stata quella di dar vita ad una istituzione multilaterale che impedisse il ripetersi di politiche monetarie tese ad “immiserire il vicino”, politiche distruttive, che tanto segnarono in negativo la capacità produttiva internazionale durante il periodo tra le due guerre.

Secondo Lachman, il sistema dei pagamenti odierno mostra inquietanti similitudini con i sintomi distorcenti che hanno caratterizzato gli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo appena trascorso. In modo particolare, mai come oggi il disavanzo nella bilancia dei pagamenti è stato così forte. Il disavanzo si spiegherebbe in primo luogo con la cifra record raggiunta dal debito estero statunitense che avrebbe raggiunto la somma di circa 800 miliardi di dollari, il 6% del prodotto interno lordo, ed il corrispettivo surplus record segnato dalle regioni asiatiche. Nel contempo, la manipolazione monetaria, specialmente in Asia, ostacolerebbe un aggiustamento dei pagamenti a livello globale. Tutto ciò accadrebbe mentre gli Stati Uniti e l’Europa starebbero inasprendo le misure protezionistiche contro la Cina.

A giudicare dall’attivismo delle economie asiatiche, afferma Lachman, sembrerebbe che ciascun Paese sia libero di fissare il proprio indice di cambio, senza che il FMI sollevi alcuna obiezione. È il caso della Cina, ad esempio, la quale interviene pesantemente sul suo mercato dei cambi per prevenire significativi apprezzamenti della propria divisa, senza incorrere ad alcun ammonimento da parte del FMI. Da parte sua il Giappone, insiste Lachman, perpetua una politica ambigua, un mix fatto di politica monetaria restrittiva e tassi d’interesse straordinariamente bassi che assicurano il continuo indebolimento dello Jen giapponese. La tesi di Lachman è che mantenendo le loro divise così deboli, le economie asiatiche trasferiscono il peso del possibile aggiustamento di un dollaro sempre più debole sull’Europa, sebbene il surplus della bilancia dei pagamenti europea appaia piuttosto insignificante.

Oltre all’odierno disavanzo nella bilancia dei pagamenti a livello mondiale, a parere di Lachman, una minaccia per alcuni aspetti ancora più urgente da affrontare sarebbe quella della eccessiva volatilità della borsa statunitense. È probabile che i prezzi dei titoli statunitensi seguiranno la “spettacolare” crescita riscontrata dal 2000 al 2006, e non solo per la crisi del mercato dei mutui, ma soprattutto per la generalizzata riduzione degli standard che regolano tale mercato, l’allentamento delle posizioni speculative e il riposizionamento dei tassi d’interesse rispetto agli aggiustamenti dei tassi ipotecari.

L’indebolimento del mercato azionario statunitense potrebbe innescare un processo di declino del dollaro. A questo punto, ritiene Lachman, la Federal Riserve potrebbe essere costretta a ridurre i tassi d’interesse per sostenere l’economia statunitense, in tal caso il differenziale del tasso d’interesse che favorisce il dollaro rischierebbe di essere sensibilmente eroso. Ma ciò che preoccupa maggiormente analisti come Lachman è che una possibile recessione della borsa statunitense renderebbe meno attraente il suo mercato finanziario sia nei confronti degli investitori stranieri sia di quelli domestici, aumentando di conseguenza i problemi su come affrontare il finanziamento del debito pubblico.

Di fronte a tutta questa serie di problemi, per Lachman, il FMI non avrebbe dato alcuna risposta durante il meeting di primavera. Nell’esercizio delle sue funzioni di garante dei tassi di cambio, il Fondo Monetario Internazionale starebbe tentando di mantenere in piedi una politica a parere di molti ormai logora, attraverso consultazioni bilaterali tra USA, Europa, Giappone, Cina e Arabia Saudita. Secondo il parere di Lachman questi incontri avrebbero l

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