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Il premio a Paul Krugman

Forse quest’anno era meglio non assegnare il Nobel per l’economia

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Caro direttore, 

la lettura “politica” di prestigiosi riconoscimenti scientifici talora è una malizia degli osservatori. Altre volte, però, verrebbe da dire che a pensar male non si fa neppure peccato.

E’ il caso del Premio Nobel per l’Economia a Paul Krugman. Studioso insigne e uomo di talento. I suoi editoriali per il New York Times, che sono l’opera per la quale è più, e giustamente, famoso, sono raramente banali, e sempre stimolanti, anche per chi si ritrova puntualmente sulla barricata opposta.  Del resto, nessuno mette in dubbio neppure gli immensi talenti di John Maynard Keynes: personalità magnetica, e, soprattutto, grandissimo scrittore (un esempio mirabile del grande scrittore che è Krugman è questo breve articolo su “Supply, Demand and English Food”.

Ma questo riconoscimento a Krugman può essere giustificato, sulla base della “concorrenza scientifica” disponibile? Probabilmente no. Stoccolma motiva l’assegnazione sulla base del suo contributo all’economia internazionale (l’estensione del concetto di economia di scala). Per un’analisi sintetica ma densa dei meriti del Krugman studioso, e delle sue intuizioni più notevoli, vale la pena leggere questo “post” su Marginal Revolution di Alex Tabarrok.

Tuttavia, pare abbastanza evidente che vi fossero altri studiosi, cui si devono innovazioni teoriche magari più significative, in ballottaggio per il premio. I “betting markets” erano tornati a fare il nome di Robert Barro, macroeconomista di Harvard, di Gordon Tullock (storico coautore con James Buchanan, Nobel nel 1986, del “Calcolo del consenso”), o di Martin Feldstein, economista eclettico e brillante come pochi, già in ballottaggio con Bernanke come probabile successore di Greenspan (chissà se sarebbe stato diverso quest’anno, se fosse stato scelto Feldstein). 

Sia Barro che Tullock che Feldstein sono però economisti “conservatori”. Ultraliberista  (e forse troppo eclettico sul piano metodologico rispetto al mainstream) era Israel Kirzner, il quale pure ha contribuito in misura determinante alla nostra comprensione del ruolo imprenditoriale. Altri candidati di peso potevano essere trovati più “a sinistra”. Nessuno, però, a sinistra - e così apertamente e ferocemente critico dell’amministrazione Bush - quanto Krugman. 

Diventa legittimo allora il sospetto che a Stoccolma abbiano voluto premiare, in qualche maniera, un’altra visione del mondo. Un economista che da tempo aveva lanciato i propri strali contro l’iper-deregolamentazione, anche se aveva a suo tempo difeso le due GME Fannie Mae e Freddie Mac, come ricordato impietosamente dal Wall Street Journal. E’ come se anche il Premio Nobel volesse dirci: siamo tornati nell’età di Keynes.

Uno dei momenti che hanno marcato l’uscita dall’età di Keynes fu indubbiamente il conferimento del Nobel a Friedrich von Hayek, nel 1974. All’epoca, Hayek lo divise con l’economista svedese Gunnar Myrdal, interprete di tutt’altra scuola di pensiero. Anche il fatto che Krugman non abbia, stavolta, nessuno con cui condividere il premio (non è necessario, come indica proprio il caso di Hayek, che i due co-premiati appartengano alla stessa famiglia ideologica o metodologica, né che abbiano svolto ricerca assieme), appare enfatizzarne la coloritura “politica”.

Stefano Cingolani aveva provocatoriamente proposto che quest’anno il Nobel non venisse assegnato. Le dinamiche della crisi in atto dimostrano come il “mainstream” della professione economica abbia preso parecchie cantonate, e debba sostanzialmente ridimensionare le proprie ambizioni, quanto a consigli da dare al principe. La provocazione era una variazione intelligente sul “silete economisti”. Il Wall Street Journal, con convergente ironia, aveva indicato i vincitori meno probabili.

La Banca di Svezia segue il proprio calendario, come è giusto, ma ha optato quest’anno per una scelta che ricorda da vicino il Nobel per la pace ad Al Gore. Una decisione la cui carica simbolica è troppo forte, perché sia valutata su altri parametri. Aspettiamo la lezione d’accettazione di Krugman (alcune, in passato, sono state pietre miliari: come quella di Hayek, o quella di Coase), per essere smentiti. 

 

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4 COMMENTS

  1. è un neokeynesiano e cioè
    è un neokeynesiano e cioè a dire, per la media dei lettori che vi meritate, laddove informati e anzi “aizzati” come sapete del significato di tale qualificazione, una sorta di filocomunista.
    da morire dal ridere.
    Girolamo

  2. Critiche senza costrutto
    Spesso, come è giusto che sia, i commenti agli articoli sono portati da persone che non sono in sintonia con i concetti espressi. E’ il caso del commento precedente al mio.
    Però sempre tale opposizione viene espressa con critiche ideologiche, con riferimenti a posizioni politiche, con ironie malposte; mai specificandone le ragioni e i motivi.
    Si può essere disaccordo, in questo caso, con le argomentaziomni di Mingardi, ma di grazia, spieghiamone il perchè. Chiariamo perchè è giusto essere keynesiani, se ne si è convinti, in maniera tale da far (morire dal)ridere anche tutti noi che la pensiamo diversamente.

  3. Facendo eccezione,forse,per
    Facendo eccezione,forse,per qualche premio “strettamente”scientifico,per il resto il nobel è significativo solo per i soldi che porta ai vincitori.Si può però dire che esprime l’attuale “anima”svedese:un paese senza più anima.

  4. carissimo “tacquino”,
    quando

    carissimo “tacquino”,
    quando l’ideologia facile, anzi facilissima e da “strapaese”, prende il sopravvento sull’analisi seria, può accadere che un importante economista liberale (nel senso che crede nell’economia di mercato ma che nel contempo ritiene anche che lo Stato non possa essere indifferente al mercato, per una quantità di ragioni che un piccolo post non può contenere), possa essere ritenuto non meritevole di un premio, e cioè a dire di un riconoscimento scientifico importante per il proprio operato e anzi possa essere deriso da un qualsiasi …”opinionista”.
    Io credo che vi debba essere un discrimine preciso tra l’informazione e l’agit-prop nel senso che anche l’agit-prop ha la sua dignità, ma non è corretto dissimularla ricorrendo ai format propri dell’informazione seria.
    cordialità
    Girolamo

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