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Francese per un giorno

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Per un giorno, un giorno solo, avrei voluto essere francese: domenica 6 Maggio 2007. Per avere così la possibilità, la soddisfazione e l’orgoglio di infilare nell’urna la mia scheda, con su scritto: Nicolas Sarkozy, contribuendo così alla sua vittoria. Sarei stato disposto anche a dimenticare quel leggero senso di fastidio che mi assale quando i cugini ostentano la loro presunta grandeur, a dimenticare che la Gioconda sta al Louvre e che Leonardo da Vinci se n’è andato a morire ad Aubonne. Sarei stato perfino disponibile a non far pesare troppo ai transalpini l’indigesta sconfitta ai rigori nella recente Coppa del Mondo.

Perché i francesi l’hanno votato, con così ampia convinzione? Ma come si fa a non votare Sarkozy, quando dice: “Non accetterò che un teatro censuri una citazione di Voltaire perchè offende un groppuscolo di fanatici. Saranno loro a cedere, non la Repubblica”. Risveglia l’orgoglio di appartenere a qualcosa di forte, ridà senso a ciò che eravamo e siamo, ci dice che non tutto è buono e non tutto è giusto, e bisogna prendersi la responsabilità di dirlo. Come si fa a non votare Sarkozy, quando nel dibattito finale di fronte a milioni di francesi e non solo, dice che la Turchia deve stare fuori dall’Unione Europea, primo, perchè ne va dell’identità europea, e poi perchè la Turchia è in Asia Minore, non in Europa; a meno che l’Europa non voglia confinare con Iraq e Siria.

Come si fa a non votare Sarkozy, quando pur essendo a favore del mercato e della globalizzazione, difende la sovranità nazionale difronte alle gerontocrazie euoropeiste, costose, burocratizzate, tendenzialmente inutili. Come si fa a non vatore Sarkozy, quando dice che gli immigrati devono rispettare la nostra cultura ed accettarla, dicendo ai sans papier che la legge è uguale per tutti. Quando chiama “feccia” coloro che nei sobborghi di Parigi sfasciano macchine, bruciano negozi, oltraggiano handicappati in carrozzella e vorrebbero rimanere impuniti scimmiottando i compagni italiani dei centri sociali, che impuniti purtroppo rimangono.

Come si fa a non votare Sarkozy, quando finalmente parla, senza remore, dei guasti epocali provocati dal ’68, della negazione di ogni autorità che da esso proviene, dalla famiglia alla scuola. E vivadio! ci si alzi quando entra un professore in classe, altro che le analisi sociologiche sul bullismo. Come si fa a non votare Sarkozy, quando promuove la cultura del lavoro, dell’abnegazione, la meritocrazia contro ogni assistenzialismo. Quando promuove la vera mobilità sociale: chi lavora bene sale, chi non è all’altezza scende, qualunque sia il ceto a cui appartiene. Quando vuole rompere quella menzogna culturale che dà alla sinistra il monopolio delle riforme sociali; per i più poveri e i più deboli è meglio fare, che parlare.

Come si fa a non votare Sarkozy, quando dice che non si può spendere più di quanto si crea e che la ridistribuzione è demagogia, senza la contemporanea creazione della ricchezza. Quando dice che è immorale che un cittadino paghi in tasse più del 50% di quello che guadagna. Come si fa a non votare Sarkozy, quando dice che la cosa più importante è dare a ciascuno la libertà di scelta, dall’educazione ai servizi. La libertà viene prima dell’uguaglianza, l’individuo prima dello Stato, l’eguaglianza delle opportunità prima del livellamento egualitario. Se Sarkozy è conservatore, viva i conservatori, se Sarkozy è pericoloso – come dice Ségoléne Royal, assieme alla solita coda degli intellettuali da salotto – è bene che tutti si prentenda di essere definiti pericolosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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