Frattini rafforza l’intesa con Israele passando dalle parole ai fatti
02 Dicembre 2008
La missione in Israele del governo italiano dei giorni scorsi, con il Sottosegretario Urso e di sponda il Ministro Scajola, segna la differenza tra le parole e i fatti. Dal clima di generale entusiasmo inaugurato dal Consiglio europeo di Essen, nel 1994, con la necessità di accordare a Israele uno “status speciale” in ragione dell’alto livello del suo sviluppo economico e dalla successiva firma, nel 1995, dell’accordo di associazione, si passò, purtroppo, a evidenti difficoltà sia perché l’accordo è entrato in vigore solo nel 2000, sia perché, essendo un “accordo quadro”, necessitava di misure di attuazione che traducessero in azioni concrete la volontà politica registrata cinque anni prima.
I primi contenziosi – come quello sui prodotti esportati nell’UE a partire dai territori occupati riguardo ai quali Israele sosteneva che tali beni dovessero godere dell’accesso privilegiato al mercato europeo, dal momento che erano prodotti all’interno del suo territorio doganale e l’Unione che, al contrario, sosteneva che i territori non appartenessero legalmente a Israele e che quindi i loro prodotti non potessero beneficiare del trattamento previsto dall’accordo del 1995 – erano in un contesto di tensione più ampio, caratterizzato dallo scoppio della “seconda Intifada”, dal blocco dei rimborsi ai palestinesi da parte di Israele e da una crescente divergenza tra Stati Uniti e Unione Europea sulla soluzione alla crisi.
Al contenzioso sulle regole d’origine è stata infine trovata una soluzione tecnica, nel febbraio 2005, che eliminò una fonte di tensione bilaterale inopportuna. Certo è che lo stallo non ha fatto bene a nessuno e ha pesato a lungo sulle relazioni economiche e soprattutto politiche tra le parti. Quello che il governo Berlusconi ha impresso è un vero e proprio cambio di marcia non solo a livello italiano, ma a livello comunitario. Ed è in quest’ottica che va considerato il rilancio dell’idea di una piena adesione di Israele all’Unione.
Certamente, il momento che l’UE sta attraversando non è dei migliori. Allora quello che il Ministro Scajola dovrà immaginare sarà rafforzare un nucleo di operatività riguardo alla Politica europea di Vicinato, che presenta il vantaggio, rispetto alla politica euromediterranea inaugurata a Barcellona nel 1995, di non costringere tutti ad andare alla stessa velocità, proponendo invece un approccio differenziato a seconda del paese vicino. Sarà sufficiente per ciò che riguarda il tipo di rapporti che l’UE dovrebbe stabilire con Israele?
Il nuovo piano d’azione tra UE e Israele sta contribuendo a rendere progressivamente operativo l’accordo di associazione, attraverso l’adozione di misure quali l’adozione da parte di Israele di ampie parti dell’acquis communautaire, in vista di una sempre maggiore integrazione con il mercato unico europeo, cui si combina una maggiore cooperazione in materie come l’immigrazione, la lotta al crimine organizzato, l’energia, i trasporti, l’ambiente, la scienza e la tecnologia.
Lo sviluppo dei rapporti non stupisce, se pensiamo ad alcuni dati economici di fondo. L’UE è il primo partner commerciale per Israele e rappresenta lo sbocco per oltre un terzo delle sue esportazioni. L’iniziativa di promuovere un’Unione Mediterranea, avanzata dal Presidente Sarkozy nel febbraio scorso, ha spinto i membri dell’UE a rivolgere nuovamente l’attenzione al Mediterraneo, rilanciando il processo di Barcellona giunto ad una impasse diplomatica. Se l’UMed ha avuto il merito di rilanciare la questione mediterranea, è necessario fare in modo che non lasci l’UE politicamente più debole e spaccata tra il rilancio della cooperazione mediterranea e il consolidamento dell’integrazione verso l’Est Europeo.
E’ evidente che l’Europa ha bisogno di un Mediterraneo ove sicurezza e crescita aprano la strada allo sviluppo e all’integrazione facendo da volano al consolidamento della pace nell’area. I tempi appaiono maturi per un rilancio di una politica di promozione degli investimenti nell’area mediterranea attraverso un organismo tecnico-finanziario specializzato nel sostegno agli investimenti in infrastrutture e in progetti d’impresa tipo modello “banca di sviluppo sub-regionale” che, pur se dibattuta nei consessi internazionali e negli stessi ambienti della Comunità Europea ed auspicata nel Dpef 2005 e nella legge finanziaria 2006 non ha mai avuto una concretizzazione.
Un processo di radicale revisione delle politiche sin qui perseguite per l’internazionalizzazione delle imprese e per lo sviluppo di reti infrastrutturali con un approccio orientato all’apertura commerciale nei confronti sia dei paesi dell’area mediterranea che del Medio Oriente: un ottimo risultato.
