Generazione Y. Il blog che racconta l’oppressione del regime castrista

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Generazione Y. Il blog che racconta l’oppressione del regime castrista

16 Aprile 2009

“Generazione Y è un Blog ispirato da gente come me, con nomi che iniziano con o contengono una y. Nati nella Cuba degli anni ’70 e ’80, marcati dalle scuole al campo, le bamboline russe, le uscite illegali e la frustrazione. Così che invito specialmente Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che trascinano le proprie y a che mi leggano e mi scrivano”. Arriva in italiano il blog più visitato di Cuba, con 1,2 milioni di viste al mese: quello che ha fatto arrabbiare i fratelli Castro, soprattutto quando all’autrice hanno dato in Spagna il Premio Ortega y Gasset per il giornalismo. Infatti, non le hanno permesso di andarlo a ritirare, e Fidel ha pure scritto con rabbia che Ortega y Gasset era “un reazionario”. 

Yoani Sánchez, è lei la protagonista di questa storia, è nata nel 1975. A vent’anni fa un figlio, proprio mentre si laurea in letteratura spagnola, filologia ispanica e letteratura latinoamericana contemporanea. Tesi: Parole sotto pressione. Uno studio sulla letteratura della dittatura in Latinoamerica. Un tema che magari come contenuto può essere svolto in modo perfettamente ortodosso, ma già il cui titolo può suonare una fiammeggiante dichiarazione d’intenti, in un contesto come quello del regime castrista. Terminata l’Università decide infatti che la torre d’avorio della filologia non è la sua vocazione, e nel 2000 si impiega presso la Editorial Gente Nueva. Ma con il salario di Stato a Cuba non si mantiene una famiglia, e lei comincia a dare lezioni illegali di spagnolo ai turisti tedeschi in visita all’Avana. Una scelta già di dissenso implicito, quella di entrare nell’economia parallela, ma comunque ampiamente diffusa a Cuba, se non altro per mere esigenze di sopravvivenza. E comunque Yoani riesce a mantenersi a un livello un più alto: non solo rispetto alle studentesse o laureate che si prostituiscono, ma anche agli ingegneri che si mettono a guidare un taxi, alle maestre che si impiegano negli alberghi o a neurochirurghi e fisici nucleari che fanno i commessi nei negozi per turisti. 

Relativamente normale è anche la scelta nel 2002 di emigrare in Svizzera, non appena si apre uno spiraglio. È più di un cubano ogni 10 che vive oggi all’estero. Ma del tutto contro corrente è invece la scelta del 2004 di tornare in patria: contro il parere di amici e parenti, che le chiedono se è impazzita. In realtà Yoani non ha affatto cambiato idea sul regime. Anzi, se possibile la conoscenza diretta di una società aperta l’ha ancora più determinata nelle sue idee. Ma proprio per questo ha deciso di tornare, per dare battaglia da dentro. In Svizzera ha capito la potenza di Internet, e una volta reinsediatasi all’Avana si mette a lavorare come informatica. In quello stesso 2004 è tra i fondatori della rivista di cultura e dibattito Consenso. Dal 2007 inizia a lavorare come webmaster, articolista e editorialista del portale Desde Cuba, e nell’aprile del 2007 comincia l’avventura di Generación Y.  “Un esercizio di codardia”  lo definisce, perché è uno spazio telematico dove può dire quello che è vietato sostenere nella vita di tutti i giorni. Ma è anche una esibizione di discreta abilità da hacker, per il modo in cui riesce saltare l’uno dopo l’altro tutti i firewalls che il regime prova a opporle. A aiutarla è il compagno di vita e di lotte Reinaldo Escobar, che vive con lei da 15 anni, e che è stato giornalista del “quotidiano della gioventù cubana” Juventud Rebelde, prima di esserne cacciato per il suo anticonformismo e reinventarsi come meccanico di ascensori. 

A curare la traduzione in italiano, su desdecuba.com/generaciony_it/, è il toscano Gordiano Lupi: uno scrittore innamorato di Cuba. I contenuti? Ad esempio, la descrizione della gente che prepara il Carnevale porta a una notazione sul modo in cui “per colpa dei successivi cambi di data che hanno subito le nostre feste popolari, siamo un popolo che non sa molto bene quando cominciano i propri carnevali”. Come quell’estate del 2006, quando rimasero solo “i carri dipinti, perché i ritmi delle danze avanere non andavano bene nel triste scenario della malattia di Fidel Castro”. Il commento su un anno di “riforme strutturali” di Raúl, dopo il quale la gente continua a stare male come prima.  Un’analisi dei cubani come popolo di “cibermutilati”: “un cittadino cubano non può comprare il suo dominio web e alloggiarlo in un server locale, ma è accusato quando riesce a far ospitare il suo sito in un altro paese”. “Su Internet diventiamo folcloristici ed ecologisti; ci serve per gli uffici di collocamento, gli avvisi pubblicitari o la musica gratuita, però attenzione a esprimere opinioni. Nella rete dobbiamo avere le stesse maschere che portiamo addosso nella nostra vita. I ciber – diritti dovranno attendere, ma per prima cosa dobbiamo cominciare a esigere di essere trattati, almeno, come cittadini”. C’è poi un bambino che di notte è messo di fronte al sordido spettacolo della prostituzione di massa in mezzo alla strada.  Una folgorante metafora su Fidel come arciere di Sherwood: “Robin Hood ha ormai distribuito tutte le ricchezze delle quali si era impadronito. In principio i poveri erano contenti e ululavano per la felicità da ogni angolo del bosco. Poco tempo dopo compresero che il grande bandito di Sherwood sapeva soltanto ridistribuire la ricchezza, ma non era capace di crearla”. Una risposta di Reinaldo a Fidel, che ha addirittura sprecato un suo prologo a un libro sulla Bolivia per riempire Yoani di insulti. Una donna che per sopravvivere allo stress della “doppia giornata” come segretaria e come madre e donna di casa si imbottisce di psicofarmaci presi al mercato nero. 

Ma illuminante è soprattutto l’avventura di Yoani stessa che ha bisogno di un collirio per un occhio irritato, e aspettandosi un’attesa interminabile si mette a leggere un romanzo nella fila. “Con sarcasmo, una vecchietta insinua – senza che io abbia aperto bocca – è così perché è gratis, se avesse dovuto pagarlo, sarebbe stata un’altra musica”. Yoani smette allora di leggere e si mette “a riflettere sullo strano concetto di gratuità che maneggia la signora. Mentre lo dice immagino che la lampada di Aladino, strofinata da undici milioni di cubani, è riuscita a dotarci di questi ospedali, delle scuole e di altri pubblicizzati sussidi. Ma l’illusione del genio con i suoi tre desideri mi dura poco, metto in conto che tutto questo lo paghiamo ogni giorno a caro prezzo. Il denaro non esce, come crede la signora, dal benevolo borsello di chi ci governa, ma dalle alte imposte che riscuotono per ogni prodotto acquistato nei negozi che vendono in pesos convertibili, dai pagamenti eccessivi che ci obbligano a eseguire nelle pratiche migratorie, dal peso umiliante che la valuta straniera possiede in questa isola e dalla sottovalutazione salariale alla quale sono sottomessi tutti i lavoratori. Siamo noi che paghiamo questi servizi dei quali, ironia della sorte, non possiamo lamentarci. Non solo, paghiamo anche la gigantesca infrastruttura militare, che nei suoi deliri guerrafondai consuma una buona parte del budget nazionale. Dai nostri bucherellati borselli, escono le campagne politiche, le marce di solidarietà e gli eccessi di protagonismo che il nostro governo si permette di sfoggiare in tutto il mondo. Siamo noi che finanziamo le nostre stesse restrizioni, i microfoni che ci ascoltano, i delatori che ci spiano e persino la tranquilla parsimonia dei nostri parlamentari. Non c’è niente di gratuito. Ogni giorno paghiamo un alto prezzo per tutte queste cose. Non soltanto in denaro, tempo ed energia, ma anche in libertà. Siamo noi stessi che finanziamo la gabbia, il miglio e le forbici che ci tagliano le ali”.