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Sessantotto

Genova, la Superba contestatrice senza memoria

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Premessa: la Superba sta attraversando da mo’ una lunga (e a tutt’oggi ancora largamente insoluta) stagione di trapasso. Agli anni Sessanta risalgono le difficoltà nel tenere il passo con le altre due punte del cosiddetto triangolo industriale, Torino, Milano. Eppoi, senza entrare troppo nel merito, ci sono le colpe delle non scelte del ceto politico e imprenditoriale locale. Risultato? Un riflusso e declino ormai sotto gli occhi di molti. Genova si spegne, mentre un pezzo non trascurabile delle grandi famiglie decide di mettersi fuori gioco e quelle che restano su piazza preferiscono sostare alla finestra in attesa di chissachè.

La città uguale “pizza minore”. Tale profilo basso non cambia quando, come un po’ ovunque, esplode il Sessantotto. Sotto la Laterna non si producono grandi leadership, non avvengono fatti davvero clamorosi. Così la stessa digradazione a sinistra ha un formato ridotto oppure punte di eccentricità. A Genova, ad esempio, è il centro irradiatore di primaria importanza di una singolare formazione extraparlamentare, Lotta comunista (un po’ leninista, un po’ bordighista e po’ molte altra cose ancora, ma soprattutto ostilissima e, di ostilità ricambiata, al resto della cosiddetta nuova sinistra) che nel perimetro del capoluogo ligure ha un peso di tutto rispetto, controlla a lungo la Casa dello studente, mentre fuori dalla regione è pressoché residuale.

Stessa singolarità si riscontra nei partiti operai tradizionali. Rigide chiusure da parte del corposo piccì ma buon controllo del territorio e delle zone calde (vedi portuali) accanto a una propensione movimentista, più accesa rispetto al resto del paese, del piccolo Psiup  che, quasi quasi, vive a braccetto con ribellismo e contestazione giovanile. Un libro da poco uscito - autori  Donatella Alfonso e Luca Borzani - Genova, il ’68. Una città negli anni della contestazione (Fratelli Frilli editori), racconta bene questo carattere opaco del maggio ligure. Una dimensione tuttosommato bloccata, ma non priva di incrinature e lati contraddittori.

La Genova che qualche tempo più in là diventa la “capitale delle Brigate Rosse” e anche una città che non ha ancora fatto appieno i conti con l’eredità del luglio Sessanta con la rivolta di piazza dei ragazzi con le magliette a strisce quella che manda in soffitta la svolta tambroniana. Nell’insieme resta insieme una città dove è più rigido che altrove l’intreccio fra gerarchia cattolica e ambienti conservatori e dove dalla curia arcivescovile, dominus il cardinale Giuseppe Siri, conduce una battaglia personale contro l’ “apertura a sinistra” e anticonciliare. Di una realtà così frammentata gli autori colgono le dinamiche, ascoltano i protagonisti sopravvissuti. Fanno parlare un pezzo di cattolicesimo che sente di frontiera (vedi don Andrea Gallo) ma registrano anche quello che di non tradizionale si muove fra cultura ed espressione artistica. E’ il caso dell’arte povera promossa da Germano Celant, oppure della lettura “ideologica” che uno dei padri del Gruppo 63, il genovese Edoardo Sanguineti fa dell’esperienza della neoavanguardia. E ancora il teatro con certe provocatorie messe in scena da parte di registi e attori dello Stabile.

Il volume solo in parte accenna a talune situazioni forti e zone a rischio, per il momento piuttosto sottotraccia, ma che di lì a qualche tempo saranno l’incunabolo del terrorismo. Dice certo della facoltà di Lettere, del suo estremismo e del ruolo del prof. Gianfranco Faina che poi passerà alla clandestinità. Ma per il momento, quella svolta armata è prematura. Resta lo sfondo di una frazione di storia di una città che attraversa una stagione particolare e cruciale con un di più di disagio nella propria identità rispetto ad altre metropoli del Paese.

Donatella Alfonso-Luca Borzani, Genova, il ’68. Una città negli anni della contestazione, Fratelli Frilli Editori, pagine 240, euro 14,50.




 

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