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Georges Bernanos, san Domenico e l’insegnamento tradito

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Di sacerdoti ce n’è pochi, e, di questi pochi, se ne può fare anche a meno. Sembrano pensarla così i domenicani olandesi, che (lo si è potuto leggere nella sempre puntuale rubrica on line di Sandro Magister) stanno dando l’avvio a una nuova forma di celebrazione eucaristica. La sperimentazione è già in corso: al posto del prete ci sono uomini e donne designati dai fedeli e tutti assieme pronunciano le parole della consacrazione, anch'esse variate a volontà. A giudizio di quei figli di san Domenico, è quello che ha voluto il Concilio Vaticano II. Sembra che i vertici romani dell’ordine siano imbarazzati, ma non abbiano la forza (o la voglia) di intervenire.

La notizia dei domenicani olandesi mi ha spinto a riprendere in mano, dopo tanti anni, un libro pubblicato da Longanesi nel 1954, il San Domenico di Georges Bernanos. Si tratta di un breve profilo spirituale del fondatore dell’Ordine dei Predicatori, scritto nel 1926, un anno difficilissimo per lo scrittore francese. L’anno della traumatica condanna dell’Action française da parte di Pio XI e, quindi, dell’inizio del suo distacco da ambienti in cui si era mosso per oltre un ventennio. Si concludeva allora sostanzialmente (aveva 38 anni) la prima fase della sua esistenza e iniziava la sua carriera letteraria, che ebbe una prima, folgorante espressione nel romanzo Sous le soleil de Satan, uscito anch’esso in quel 1926.

Il tema su cui Bernanos comincia a riflettere - scrivendo di Domenico di Guzman -  è quello della santità, un  motivo che ritornerà  puntualmente in tutti i suoi romanzi degli anni Trenta. Che cosa lo colpisce di più nell’esistenza del santo spagnolo e in quella di tutti i “santi” (quasi sempre anonimi, non canonizzati dalla Chiesa) che si intravedono e, talora, sono protagonisti nei suoi romanzi? L’unità intima e segreta della loro vita, che ruota tutta attorno a un nucleo essenziale e non soffre doppiezze. L’«uomo di genio», l’intellettuale di successo (il grande scrittore, l’artista sommo) – scrive Bernanos -  «ha sempre in sé qualcosa d’ostile e di irriducibile, quasi un principio di sterilità». Può anche raggiungere «l’opera d’arte compiuta», ma spesso al prezzo di una divaricazione irrisolta fra arte (o scienza) e vita: a un’arte sublime, corrisponde sovente un’esistenza «divorata d’orgoglio in un egoismo disumano», il suo capolavoro «è quasi sempre una testimonianza spietata contro di lui». Ma anche il cosiddetto «uomo perbene» nasconde in sé segreti irripetibili: «non c’è menzogna così compatta che non abbia una breccia, o almeno che non possa essere sorpresa» e «il primo sguardo del Giudice, di là dalla morte, lo farà andare in frantumi».

Nel santo, invece, si manifesta un’unità intima fra opera e vita: anzi la sua opera è la sua stessa vita, ed egli è tutto in essa. E’, davanti a noi, ciò che sarà davanti al Giudice: «in lui giungiamo, abbagliati, non (come si vorrebbe farci credere) a una vita diminuita, di continuo limitata dalla mortificazione, ma alla vita nella sua pienezza, e come nello splendore del suo primo nascere, la vita stessa, quasi una sorgente ritrovata». Soprattuto la sua santità è contagiosa, ne contiene in sé infinite altre che dissemina nel tempo. Bernanos ha in mente anche altri «fondatori di ordini», come Benedetto, Francesco e Ignazio: «se fosse in nostro potere – afferma - alzare sulle opere di Dio uno sguardo unico e puro, l’Ordine dei Predicatori ci apparirebbe come la stessa carità di san Domenico realizzata nello spazio e nel tempo, come la sua preghiera divenuta sensibile». Per questo rivestono uno straordinario interesse le vecchie leggende che fiorirono a ridosso della loro vita: esse sono la trascrizione simbolica e ingenua di «realtà profonde», del senso che ebbe, per discepoli e amici, il contatto quotidiano con il maestro, di come essi appresero e intesero le sue parole e il suo esempio.   

«Ogni vita di santo è come una nuova fioritura»: perciò Bernanos, più che agli avvenimenti esteriori della vita di Domenico,  è interessato al modo in cui si sprigiona dalla sua interiorità la sua grande opera: la fondazione dell’Ordine. E tutto in un tempo relativamente breve: diciassette anni, duecentoquattro mesi! Perché esso non nasce da un calcolo astratto, ma dalla «piena effusione della sua vita»: è presente in Domenico, come poi sarà nei suoi figli, «una grande avidità di scienza, come pure questo grande desiderio di instaurarla in Cristo»; ma anche una «sacra impazienza» che lo spinge a vendere, in tempi di carestia, i suoi libri: «Come potete studiare sopra pelli morte, mentre i vostri fratelli muoiono di fame?». E  soprattutto un’umanità mai completamente domata, anzi esaltata dalla scelta religiosa. Straordinario è il modo in cui Bernanos la coglie nell’ultima ora del  santo:

«I fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano. Dall’umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere di pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell’istante solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale? Quale scrupolo lo tormenta?  Egli alza sopra i fratelli i suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “Mi accuso”, dice il maestro dei Predicatori, “di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la conversazione delle donne giovani”».

Un giorno Gesù Cristo disse a Caterina da Siena, che lo riferisce: «L’ordine di mio figlio Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato». Così è stato per secoli. Lo ricordano i domenicani olandesi? Ci credono ancora?

Ripongo il libro sul suo scaffale, più perplesso di prima.

 

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