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Giannino spiega come “affamare la bestia”

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Albert Jay Nock, un attardato della grande tradizione libertaria americana, scrivendo Il nostro nemico, lo Stato, concepito nel 1935 in pieno New Deal, poneva una netta distinzione fra “potere sociale”, dato dalla libera interazione degli individui che creano e scambiano ricchezza, e “potere statale”, a suo avviso null’altro che il processo di confisca di tale ricchezza. Di conseguenza lo Stato si dovrebbe intendere come la più raffinata costruzione parassitaria che l’uomo abbia inventato. È quasi superfluo aggiungere che per identificare la generazione di libertari a cui Nock apparteneva è in uso l’appellativo di “anarco-capitalisti”. 

In Italia la pensiamo diversamente, tranne rarissime eccezioni. Nel suo ultimo libro, Contro le tasse. Perché abbattere le imposte si può, si deve, e non è affatto “di destra” (Mondadori), in uscita in queste settimane, Oscar Giannino presenta una mole notevole di dati per dimostrare che, anche in un paese con un pesante debito pubblico come il nostro, la ricetta della riduzione del prelievo fiscale sarebbe la più salutare. Non è vero, come molti sostengono, che la successione dei passaggi dovrebbe essere dapprima la riduzione della spesa, poi l’abbassamento del debito, quindi il recupero dell’evasione fiscale e, infine ed eventualmente, il taglio delle tasse. Perché, se la facciamo dipendere dal contenimento del debito pubblico e dal superamento dell’evasione fiscale, è evidente che non si arriverà mai alla riduzione delle tasse. Ma questa impossibilità non è il prodotto di ragioni tecniche, bensì di constatazioni politiche.

Giannino si propone di “tornare a fare delle imposte una grande questione nazionale e internazionale di libertà, prima di ogni altra cosa”. E il direttore di Libero mercato ha ragione quando sottolinea la portata politica, e non solo finanziaria della questione; uno dei motivi per cui il debito pubblico in Italia è così elevato è da ricondursi ai “costi” della mediazione politica a vantaggio delle corporazioni presenti nel nostro paese (ciascuna della quali ha i propri addentellati nell’apparato statale e nel sistema partitico) e, secondariamente, all’applicazione implacabile, da parte del ceto politico della Prima repubblica (ma non solo, in realtà!), delle massima keynesiana in base alla quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”, nel senso che, il più delle volte, per i politici quel che conta è sistemare le cose nel presente, per le future generazioni si vedrà... Il rapporto della classe dirigente italiana con la propria base ricorda da vicino quel fenomeno che Hegel definiva la “dipendenza del padrone dal servo”: il debito pubblico è funzionale a reiterare una serie di rendite di posizione accanitamente difese dai rispettivi titolari, nei confronti delle quali la politica è per lo più impotente (per non andare lontano si veda il problema del cosiddetto “scalone” nell’ambito della riforma del sistema previdenziale). Non casualmente, nei sistemi politici anglosassoni, monopartitici, si ha una minore incidenza di imposte e tasse rispetto ai sistemi politici coalizionali prevalenti nell’Europa continentale. Ma anche rispetto a quest’ultimo contesto è doveroso ricordare che l’Italia è la nazione con la tassazione sui redditi d’impresa più alta del vecchio continente e con un carico fiscale sulle famiglie cinque volte tanto quello francese e più che doppio di quello tedesco.

Che fare, quindi? L’unica soluzione liberale, sostiene Giannino, è “affamare la belva”, come amava ripetere Ronald Reagan, cioè ridurre la spesa pubblica per costringere lo Stato a dimagrire. Oltretutto, in presenza di una pressione fiscale molto elevata, è dimostrato che la riduzione delle aliquote sui redditi medio-alti fa aumentare il gettito fiscale nel medio periodo, grazie sia all’emersione del nero che allo stimolo della crescita. Contrariamente alle apparenze non è quindi un problema tecnico ad ostacolare la diminuzione delle tasse, è invece una questione di coraggio politico perché si tratterebbe poi di contrastare l’ondata di impopolarità scatenata dalle corporazioni toccate dai tagli. 

Senza farsi facili illusioni, già il fatto di sgombrare il campo da molte leggende è meritorio, come fa questo documentato libro di Giannino. A proposito, portare ad esempio l’Irlanda di questi tempi è fin troppo facile; recentemente però il premier venezuelano Hugo Chàvez ha diminuito l’aliquota massima sulle persone fisiche e l’Iva ed ha eliminato le imposte di successione: che sia vero che ridurre le tasse non è “di destra”?

Oscar Giannino, Contro le tasse. Perché abbattere le imposte si può, si deve, e non è affatto “di destra”, Mondadori, 2007 (pp. 132 – euro 12,00)

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1 COMMENT

  1. Io sono una eccezione
    Pur condividendo appieno il discorso di Giannino, che è uno dei miei favoriti liberali in Italia, sono perfettamente allineato con Nock nel definire lo Stato come la più perfetta macchina per estorsione inventata dall’uomo.
    E come me la cominciano a pensare anche altri italiani. Come ad esempio il Movimento Libertario.
    E lo crediamo perchè il modo migliore per estorcere denari è l’introduzione del socialismo all’interno dello Stato (che genera milioni di modi in più per appropriarsi del lavoro altrui, anzi, che fa dell’appropriazione del lavoro altrui una filosofia politica), e l’abbandono del gold standard per permettere le inflazioni programmate.
    E TUTTI gli stati del mondo hanno abbandonato il gold standard, e progressivamente introducono elementi socialisti nel governo.
    Basta fare 1+1…

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