Giovanni Ansaldo, viaggio ai confini della memoria

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Giovanni Ansaldo, viaggio ai confini della memoria

23 Marzo 2008

Giovanni Ansaldo è stato, a partire dagli anni Venti, un
protagonista della stampa nostrana: antifascista moderato,  sodale di Piero Gobetti, vicino ai vecchi
riformisti in difficoltà.

Poi il confino, il ritorno a Genova, al suo giornale, Il Lavoro. Ansaldo, classe
milleottocentonovantacinque, pian pianino, decide di adeguarsi. Nel
millenovecentotrentasei arriva alla guida de Il Telegrafo, proprietari i Ciano, Costanzo e Galeazzo. Da quel
momento è per il genero del Duce, non solo il giornalista di riferimento, “ma
anche il confessore psicologico”. Dopo l’8 settembre, però, dice no a Salò e
finisce in un lager tedesco. Una volta fuori, deve attendere qualche tempo per
riprendere quota. Intanto collabora con Leo Longanesi. Sollecitato dal fondatore
del Borghese  mette assieme alcuni pregevoli volumi, a metà
fra memorialistica, ricostruzione storica e bon ton (Il vero signore, firmato con lo pseudonimo di Willy Farnese; Latinorum siglato Michele Fornaciari e
la biografia di Giovanni Giolitti, Il
ministro della buona vita
).

Datata millenovecentocinquanta, la svolta. Ovvero la
chiamata a Il Mattino. Scrive Giuseppe Marcenaro, affettuoso prefatore di
Giovanni Ansaldo, in Stenografie di viaggio,
(Aragno, pagine 428, euro 23.00) “a Napoli Ansaldo era anche l’uomo che ambiva
a trovare una tradizione cui adeguarsi. Una tradizione che non fosse
intrinsecamente sua ma della quale potesse appropriarsi. E per compiere questo
adeguamento ‘culturale’ non c’era città più congeniale di Napoli, intrisa di
spirito fastosamente cinico, in cui tutto conta perché nulla debba contare…”.

Nel capoluogo meridionale diventa stanziario. Anche se, di
tanto in tanto, per ragioni di lavoro, non si nega qualche spostamento in giro
per il mondo. Il libro curato da Marcenaro raccoglie sette percorsi di
differente rilievo, in certi casi quasi esplorazioni a ritroso lungo itinerari
già conosciuti. E’ così per le sezioni su Germania, Stati Uniti e Inghilterra.

Ansaldo scrive una sorta di diario dove coniuga “due
‘altrove’: l’esplorazione del paese straniero visitato e la geografia della
memoria”. Viaggia cercando innanzitutto quanto “certi luoghi siano rimasti tali
e quali e quanto siano cambiati dal tempo in cui egli li vide in passato”.

E’ il caso della sezione Ritorno
in Germania
rivista a nove anni dopo il crollo dei nazi. Il giornalista
genovese osserva un popolo che ha conosciuto da vicino, e solo in parte lo
riconosce. In certi momenti la discontinuità è forte, le situazioni al limite:
“Ma lo schioccamento della Germania m’apparve per intero quando, durante una
delle tante soste, vedemmo un negro in divisa kaki che s’era fatta sedere sulle
ginocchia una ragazzetta bionda e sollevandole la gonna le carezzava le esili
cosce affinché noi valutassimo la portata della sconfitta dei tedeschi e il
valore della sua personale conquista…”. Eppure qualche pagina dopo, mutato il
contesto, l’effetto è opposto. Nella fattispecie gli ex del Reich gli appaiono
sotto la cifra della continuità, capacissimi di convivere col “caos”, intendi
l’autentico baillamme che circonda Berlino, facendolo apparire “ordinato e
messo in riga”. Ansaldo, insomma, oscilla parecchio. Ma l’impressione che alla
fin fine s’impone è quella di una nazione che sa tener testa alle proprie
tragedie e capace, quindi, di comportarsi nei peggio frangenti con dignità e
amor di patria.

Più sfumato e mosso il ventaglio di opinioni quando incrocia
i due paesi vincitori. Nei confronti dell’America alterna diffidenza a
gratitudine. Ne vede certi caratteri esorbitanti, accanto a talune clamorose
ingenuità. Non diverso l’approccio con l’ex perfida Albione verso cui ostenta
però un di più di riguardo.

Giovanni Ansaldo,
Stenografie di viaggio
, Aragno, pagine 428, euro 23,00.