L’estate obamiana dello scontento

Gli americani non sopporteranno a lungo la politica del carisma

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E così stiamo per avere un sistema sanitario francese senza la tradizione francese di lotte politiche. Sarebbe sorprendente che il liberalismo americano, dopo avere imperversato durante la presidenza Bush, adesso se ne restasse tranquillo. Quei dimostranti che si sono fatti avanti per sfidare l’ObamaCare sono stati etichettati “evil-mongers” (agenti del male) da Harry Reid, o “non americani” da Nancy Pelosi, o agitatori, o attaccabrighe, o peggio.

Una classe politica, nonché una elite mediatica, che ha incensato le proteste contro la guerra in Iraq e descritto la presidenza Bush come il regno di ogni nefandezza, adesso desidera che cessino i tumulti che nascono da idee diverse. Lo stesso presidente Obama non fa che lamentarsi di “voci gridate” che comprometterebbero il confronto politico. Liberalismo in un’opposizione legittima, liberalismo al potere: le regole sono cambiate.

E’ previsto dal copione, ed è necessario, che Obama tenti di realizzare il suo programma radicale – il cambio del sistema sanitario, un grande deficit fiscale, il pacchetto di stimolo, il controllo dell’industria automobilistica – a tempo di record. Lui e chi è a lui vicino devono aver avuto paura che l’incantesimo presto si sarebbe rotto, che la coalizione che ha portato Obama alla Casa Bianca sia destinata a finire in pezzi, che una nazione confusa e spaventata nell’autunno del 2008 avrebbe ritrovato la calma e la fiducia in se stessa. Storicamente, questa repubblica, a differenza del vecchio mondo e delle economie centralizzate del terzo mondo, ha dato fiducia alla società piuttosto che allo Stato. In un momento difficile tale equilibrio si è modificato, e Obama ha colto i frutti di questo cambiamento.

Dunque, il nuovo presidente vuole, in definitiva, rilevare il sistema sanitario nazionale – 17% del pil americano – senza un serio dibattito, e senza “voci gridate”. E’ propenso a governare per decreto. Come osano quei “townhallers”, quei dimostranti, interrompere Arlen Specter! Gli americani che vogliono dire la loro su questo populismo dilagante sono adesso accusati di lesa maestà per aver osato replicare alla classe politica.

Siamo stati condotti a questa estate dello scontento dalla stessa natura della coalizione che ha portato al potere Obama e la classe politica che gli sta intorno, e dalle circostanze che ne hanno determinato la vittoria. L’uomo è stato eletto in una fase di dissesto economico. La fiducia nelle istituzioni della Stato, e forse nello stesso sistema della libera impresa, era crollata. Obama è stata una liberazione da quelle angosce. La sua politica del carisma fa pensare al terzo mondo. Un nuovo capo si fa avanti, meglio se si tratta di qualcuno senza una traiettoria definibile, qualcuno che non sia facile collegare a un preciso programma politico, in modo che la folla possa vedere in lui quello che desidera, ciò di cui ha bisogno.

Questo leader assumerebbe significati diversi, a seconda della persona che lo guarda. La coalizione di Obama è stata l’unione di gruppi tra i più disparati: “liberal” bianchi che cercavano l’assoluzione da parte della nazione per aver candidato un afroamericano, oppositori della guerra in Iraq innervositi dai risultati che quell’operazione iniziava a ottenere, la comunità afroamericana su cui già i Clinton avevano investito, che metteva da parte la propria rabbia di fronte al comprensibile orgoglio di veder candidato uno dei loro.

L’ultima fetta di elettorato riunitasi in gregge dietro le insegne di Obama sono stati i colletti blu che hanno consegnato al presidente Ohio, Pennsylvania e Indiana. Lui non è il loro uomo. Dietro il suo ritratto, mantenevano strette le loro convinzioni e le loro armi; alla fine, ciò che li ha conquistati è stata la promessa di aiuti economici, e di protezionismo.

I devoti di Obama sono vittime della loro fede nella magia della politica. I devoti non possono cambiare le proprie idee. In un senatore dell’Illinois nuovo di zecca, loro vedono la reincarnazione di Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt e John F. Kennedy. Come Lincoln, Obama è alto, snello e dell’Illinois, e la sua storica campagna è partita da Springfield. Il solenne giuramento di investitura è stato pronunciato sulla Bibbia di Lincoln. Come FDR, deve affrontare una difficile sfida in economia, ed è meglio che la vinca nei suoi primi cento giorni. Come JFK è giovane ed elegante, con una famiglia giovane.

Tutta questa adorazione è stata tributata ancor prima che il signor Obama sostenesse il suo primo esame di ledership. Nella realtà si trattava di un politico di Chicago che sostenne alquanto bene l’opposizione alla guerra in Iraq. Svolse un’abile campagna, poi trovò un apparato clintoniano che aveva esaurito i trucchi e una campagna elettorale da parte di McCain che non arrivò mai a comprendere la natura della sfida che si stava giocando nel 2008.

Non è per niente un FDR, e inoltre, la storia della depressione – quella vera – mostra poche somiglianze rispetto al racconto di una nazione salvata istantaneamente, nel corso di soli cento o duecento giorni, dall’intervento dello Stato. Il dissesto economico era stato così profondo che FDR iniziò il suo secondo mandato, nel 1937, con l’economia ancora in fase di recessione.

Né Obama possiede lo stile di JFK. John Kennedy ha fatto il servizio militare, è stato in combattimento, ha perso membri della famiglia; nel 1960 era un falco a sostegno della vittoria americana nella guerra fredda. Lui e il suo rivale, Richard Nixon, sostanzialmente condividevano una stessa visione del ruolo da superpotenza dell’America, e dei suoi obblighi.

Adesso che inizia a diffondersi una valutazione più realistica di Obama, è evidente che sarebbe stato meglio lasciare da parte queste icone della storia. Non possono salvarne la presidenza. La loro magia non può essere la sua. Obama non è Lincoln con un BlackBerry. Quei grandi personaggi sono stati fatti dalla storia, nel corso della storia, e non dai discorsi a ruota libera dei loro sostenitori.

In uno dei momenti rivelatori della campagna presidenziale, Obama osservò, giustamente, che la presidenza Reagan era stata una presidenza di trasformazione, al contrario di quella Clinton. Proprio da quel precedente, dal confronto con lo standard Reagan, restano a nudo gli errori della presidenza Obama. Ronald Reagan, è bene ricordare, venne trascinato alla Casa Bianca da un’ondata di insoddisfazione verso Jimmy Carter e i suoi fallimenti. Al cuore della missione di Reagan vi era il recupero dell’orgoglio nazionale. Reagan era un’ottimista; si trattava di “Hollywood glamour”, naturalmente, ma anche dello spirito tipico di Peoria, Illinois. La sua fede nella nazione era illimitata, e quando parlava di “morning in America” intendeva proprio quello; lui credeva nel miracolo americano e l’aveva vissuto in prima persona, nella sua ascesa da bambino cresciuto nella depressione e assurto ai vertici del potere politico.

Il fallimento durante gli anni di Carter coincise, secondo Reagan, con il fallimento dell’uomo al vertice e delle politiche che egli aveva perseguito, in casa e all’estero. In nessun momento Reagan ritenne che l’America avesse fallito, o dovesse chiedere scusa al mondo. Non era narcisismo. E’ commovente che un uomo ormai al tramonto della sua vita salutasse la nazione ricordandole che i suoi giorni migliori erano ancora di là da arrivare.

Al contrario, non c’è gioia in Obama. E’ un seccatore, e il mantra “Yes we can” è superficiale, e in ogni caso si riferisce alla salita al potere di un uomo e di una classe politica che si sente legittimata prima di ogni altra cosa dalla propria saggezza e dalla propria intelligenza, e si crede in diritto di modificare il contratto sociale di questa terra. Secondo quest’ottica, il paese ha smarrito la via e il nuovo leader assieme alla classe politica che gli ruota intorno dovranno riportarlo sul giusto cammino. 

Così il momento di crisi si trasforma in un’occasione per portare avanti una politica economica di redistribuzione e una politica estera di penitenza. Gli elettori indipendenti sono stati i primi a rompere le fila. Non avevano sottoscritto questo cambio fondamentale nella politica americana quando hanno promesso i loro voti a Obama.

La democrazia americana non è mai stata una democrazia plebiscitaria, un processo nel quale un leader è incoronato, il popolo si fa da parte e l’incoronato procede con il suo programma. Nella tradizione americana, il “mandato del paradiso” è vinto e perduto ogni giorno, e la gente può ben replicare ai suoi leader. La gente non è tenuta in schiavitù. I leader non sono infallibili, né una razza a parte. Altrimenti saremmo nel terzo mondo, e si tratterebbe della stessa politica che si può trovare in Arabia o in America latina.

I contestatori che hanno gridato la loro protesta nelle città annunciano che il momento carismatico di Obama è passato. Ancora una volta, riemerge la convinzione che l’America sia diversa dal resto del mondo. Lo scontro sul sistema sanitario è la punta dell’iceberg. Alla base, risiede lo scontento per come il verdetto del 2008 è stato interpretato da chi ha vinto. Bisognerà vedere se colui che è arrivato al vertice in un momento di panico nazionale, si adeguerà al ritorno di fiducia in se stessa dell’America.

(Traduzione di Enrico De Simone)

 

Fouad Ajami insegna alla scuola di studi internazionali avanzati della John Hopkins University. E’ inoltre “adjunct fellow” alla Stanford University's Hoover Institution.

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