Home News Gli iraniani hanno paura del regime e non rischiano più per la democrazia

Prigioniera a Teheran, libera in Occidente

Gli iraniani hanno paura del regime e non rischiano più per la democrazia

“Il regime iraniano non si è mai basato sul consenso. Dopo la rivoluzione del 1979 si è imposto su una generazione intera con il carcere e con la tortura. Io stessa sono stata incarcerata e torturata nella prigione di Evin”. Così parla Marina Nemat, una delle primissime dissidenti iraniane, attualmente in esilio in Canada. La sua è una vicenda esemplare per comprendere quali siano le dinamiche interne a una delle società più represse nel mondo.

Arrestata da adolescente perché invitava la sua insegnante di matematica a non fare lezioni di ideologia, ha subito il trattamento durissimo riservato ai dissidenti politici. E’ stata liberata solo per intercessione di uno dei suoi carcerieri, che però le ha chiesto in cambio di convertirsi all’Islam e sposarlo. Alla morte del sue ex carceriere/marito, la Nemat si è risposata con André Nemat ed è fuggita in Canada, in una società libera. Solo in Occidente è possibile la libertà, o è possibile essere liberi, in quanto individui indipendenti, anche nel Medio Oriente islamico?

“L’immagine che abbiamo del Medio Oriente è molto televisiva”, ci spiega la Nemat. “E’ soprattutto quella ricavata dai servizi della Cnn. Nel Medio Oriente tutte le informazioni di cui dispone la popolazione sono filtrate dai governi, che controllano i media. A questo si deve aggiungere il problema religioso. Nelle società islamiche qualsiasi azione deve essere legittimata da Dio, quindi dai testi sacri. E questo riduce ulteriormente il concetto di libertà. In Occidente ci sono voluti secoli prima di arrivare a una separazione della religione dalla politica, in Medio Oriente questo è un processo che non è ancora iniziato”.

Se tutto nell’informazione mediorientale è filtrato, questo non vuol dire che non esista dissenso. Tuttavia, politici come il presidente iraniano Ahmadinejad sanno usare molto bene la comunicazione per assoggettare il popolo: “E’ un perfetto show-man”, dice di lui la Nemat. “Ha mostrato la guerra in Iraq come il preludio di quello che sarebbe avvenuto anche in Iran, ha suscitato negli iraniani la paura di un’invasione occidentale. Questo leit-motiv è in un certo senso supportato dalla storia iraniana, se solo vediamo il colonialismo britannico e il colpo di Stato contro Mussadeq, più tutti i colpi di Stato direttamente o indirettamente organizzati da potenze occidentali nel Medio Oriente. Ahmadinejad, comunque, non è così popolare tra i cittadini iraniani. Usa la paura per controllare la popolazione”.

Solo che in Iran sembra che l’opposizione si sia del tutto estinta. Da almeno dieci anni non assistiamo più a massicce manifestazioni, come quelle studentesche della fine degli anni ‘90. “Questo perché”, spiega Marina Nemat, “la mia generazione ha vissuto la tortura e non intende più rischiare. Chi è passato da un’esperienza simile tende a rinchiudersi nella sua vita ordinaria, senza coinvolgersi troppo nella politica, né manifestare apertamente a favore della democrazia. L’Iran, inoltre, è un Paese con una popolazione molto giovane (il 70% degli iraniani è sotto i 30 anni) e non ha memoria dell’instaurazione violenta del regime. Terzo fattore: è una società molto nazionalista. Khomeini sfruttò ai fini propagandistici la guerra di otto anni contro l’Iraq. Chi manifestava era pro-iracheno. E nessuno, quindi, aveva il coraggio di manifestare contro il proprio governo. Oggi è la stessa cosa: chi manifesta è ‘dalla parte degli Usa’ e nessuno scende in piazza. Io stessa, quando è stato pubblicato il mio libro (“Prigioniera a Teheran”) l’anno scorso, sono stata accusata di essere pagata dalla Cia, anche da esponenti dell’opposizione. Finché ci saranno scosse nella regione, sarà impossibile assistere alla nascita di un fronte unito degli oppositori nel mio Paese”. 

Marina Nemat, Prigioniera di Teheran, Cairo Publishing, 2007, pp. 317, € 17.

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