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Gli stati nazionali, l’Europa e l’importanza della ‘manutenzione’

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Ci sono a volte parole d’uso comune che irrompono nelle zone buie della mente e trasformano ‘nozioni confuse’ – per adoperare l’espressione di Eugène Dupréel il maestro di Chaim Perelman – in torce elettriche che illuminano improvvisamente angoli di mondo non raggiunti dai raggi dell’intelligenza. Non sto scherzando, ma credo di dover essere riconoscente a Pierluigi Bersani per aver lanciato, nel dibattito politico, un termine sul quale gli scienziati e gli analisti della politica dovrebbero meditare seriamente. Si tratta del termine ‘manutenzione’ che il segretario del PD ha impiegato nella discussione/tormentone sull’art.18. Già ‘manutenzione’! <Questo è il problema!>. Non contano infatti i diritti e le norme di legge ma come vengono ‘gestiti’ovvero realizzati nella concretezza dei rapporti sociali – il che è diverso anche dall’<interpretare> che fa riferimento a uno ‘stato della mente’ :sull’interpretazione può registrarsi un accordo intersoggettivo che ,tuttavia, nella prassi concreta, può essere tenuto in non cale o ‘aggirato’ (‘conosco il meglio ed al peggior m’appiglio’).

A ben riflettere, non solo sul piano della politica italiana ma soprattutto sul piano della politica internazionale, il vero ‘contenzioso’ non riguarda i principi ma proprio la loro ‘manutenzione’. Qui entrano in gioco ‘stili di pensiero’, ‘abitudini della mente e del cuore’(l’espressione è di Tocqueville), tradizioni, riflessi condizionati che non sono, come ingenuamente credono i neo – illuministi, ‘residui arazionali’ che la ragione e l’educazione sono in grado di fugare come le ombre della notte all’appressarsi dell’alba, bensì modi di essere non immutabili, certo – il tempo può tutto, anche trasformare un uomo in una donna e viceversa, contrariamente a quel che si escludeva di poter fare, nel detto spiritoso del parlamentare di Westminster – ma neppure semplicemente estirpabili col taglio chirurgico della ‘modernizzazione’ che avanza inesorabile.

Non ci si è soffermati quasi per niente sulla rilevanza di questi fattori arazionali che tanto incidono sulla vita degli individui, delle comunità ristrette e di quelle più estese che assurgono a ‘comunità politiche’.Eppure a dividerci non sono i <principi> quanto il diverso modo di metterli in pratica. Per parafrasare le parole trionfalistiche del Presidente degli Stati Uniti che constatava come non ci fossero più federalisti e unitari ma ormai solo buoni cittadini americani, potremmo dire anche noi: non ci sono più, almeno in occidente, razzisti e collettivisti totalitari, fondamentalisti e mangiapreti ma possiamo ormai dirci tutti, democratici liberali, tolleranti e rispettosi delle ‘diversità’. Sennonché dietro questa unanimità – che non è solo ‘retorica’ – – troviamo la torre di Babele, non dei linguaggi ma delle ‘gestioni’dei diritti naturali e/o costituzionali. E riscopriamo che non è il quale ma il quantum che ci fa tanto feroci in questa aiuola dantesca. Siamo tutti d’accordo che lo stato, attraverso il prelievo fiscale, non può esigere più di tanto dai cittadini: ma <quanto>? Siamo d’accordo che i gruppi di pressione (sindacati, categorie professionali, Chiesa etc.) hanno il diritto a far valere i loro legittimi bisogni, ma fino a che punto? Uno sciopero generale può bloccare un iter legislativo? Siamo d’accordo che la diversità (religiosa, razziale, di genere etc.) va rispettata ma entro quali limiti? Siamo disposti a tollerare non solo lo chador ma anche il burqa integrale? Siamo tutti ‘laici’ ma il modo di esserlo in Francia, in Inghilterra e in Italia non mette in gioco sensibilità etiche e culturali che affondano nella storia dei rispettivi popoli?

Alla fin fine, è la <manutenzione> quella che decide i matrimoni e i divorzi, i contratti e le loro rescissioni e che, soprattutto, tiene in vita, per quanto acciaccati e pieni di malanni, i vecchi stati nazionali. Diciamo subito che la difesa della ‘separatezza’ nazionale può essere – e in molti casi lo è – espressione di egoismo, , come ritengono gli ‘europeisti’ immaginari e gli ‘universalisti’ intransigenti : si vuole godere un tenore di vita (comunque lo si definisca e ‘quantifichi’) che è opera di secoli, di contrasti sociali e culturali profondi e laceranti, anche di guerre civili sanguinose, risolte alla fine da un grande ‘compromesso storico’, in grado di reggere alle sfide dei tempi nuovi. Ma c’è anche un altro aspetto della ‘chiusura’ nazionale non sottovalutabile: la separatezza può essere anche difesa di ‘diritti universali’ – e in quanto tali riconosciuti da tutti gli abitanti del pianeta – la cui custodia pratica si ritiene affidabile e sicura soltanto in un contesto nazionale particolare (anche se, rinunciando a discussioni ritenute infruttuose, si dice di voler preservare non ‘la libertà’ ma ‘le libertà’ ,al plurale, degli inglesi).

Insomma, detto con brutale franchezza, può essere umiliante per noi, ma perché inglesi, francesi,olandesi , tedeschi dovrebbero salutare con gioia uno Stato federale sul quale incomberebbe il rischio dello stesso fenomeno che si verificò in Italia, qualche decennio dopo il 1861, ovvero quello della ‘meridionalizzazione’ della pubblica amministrazione e della classe politica? Gli ‘stili’dei nostri sindacalisti, dei nostri politici, dei nostri giornalisti, dei nostri magistrati non potrebbero inquinare costumi e tradizioni la cui preservazione fa pensare indubbiamente all’egoismo dei ‘beati possidentes’ ma può essere motivata, altresì, da valori alti e rispettabili? Purtroppo, quando due società civili diverse si fondono nella stessa comunità politica (federale o ‘nazionale’ che sia), si riconferma, assai spesso, le legge di Sir Thomas Gresham, che la moneta cattiva scaccia quella buona: i vizi della società più arretrata – in fatto di leggi e di diritti, beninteso – si trasmettono alla società più avanzata, sicché anche nella civilissima e amena Liguria si fanno oggi i conti con mafia e ndrangheta. Certo è un fenomeno che non si registra sempre e dovunque:a volte l’entità statale che unifica e federa le altre sotto la sua egida, impronta di sé la nuova comunità più larga col risultato che non solo i meridionali della Baviera ma anche i polacchi di Poznan, almeno in parte, finiscono per ‘prussianizzarsi’. I tempi, però, sono cambiati e, in quello nostro, certi processi risultano molto più difficili, complessi e dispendiosi. Inoltre, in virtù dello spirito democratico ormai al riparo(per fortuna) da ogni contestazione, non ci si lascia ‘egemonizzare’ facilmente e ogni nuovo rapporto tra gruppi e stati esige prezzi sempre più elevati che spesso non si è disposti a pagare.<Volete fare a modo vostro?>, dicono gli Stati sazi e soddisfatti agli altri,<ebbene statevene per conto vostro!>.

Forse, per quanto il rilievo possa sembrare paradossale, le ‘nazioni’ hanno più consistenza ‘ontologica’ degli stati nazionali e, con ogni probabilità rappresentano esse – depositarie, nel bene e nel male, della ‘cultura’ in senso antropologico – il vero impedimentum alla nascita di una vera federazione europea. Pensare, come credevamo noi ingenui federalisti degli anni ’60, che rimonteremo i nostri ritardi sulla via della modernità diventando d’emblée cittadini europei, significa dar prova di grande ingenuità. Non si va nelle case altrui per ‘ripulirsi’ ma solo se si è sufficientemente in ordine: se si vuole entrare con le Susanna Camusso, le Rosy Bindi, gli Antonio Di Pietro, i Silvio Berlusconi (che la storia quanto prima ci mostrerà essere il meno peggio del quartetto), si rimarrà inevitabilmente fuori della porta. 

Nota 

La manutenzione dei diritti non riguarda solo i 'difetti' delle nazioni (non 'etnie', per carità, che sono fatti antropologico-culturali e, in quanto tali, abbastanza spontanei e non ancora investiti dalla 'politica'..) ma, altresì, i pregi e le qualità. Quel che intendo sottolineare, comunque, è che ‘le manutenzioni’ non sono qualcosa di  negativo, residui a-razionali (se non irrazionali), ma incorporano storie e tradizioni che definiscono—ancora una volta--nel ‘bene’ e nel ‘male’ le ‘identità collettive’,quella che un grande scienziato politico prematuramente scomparso come Mario Stoppino, chiamava l’ <identità etico-sociale>. Perché un guatemalteco non chiede di far parte degli Stati Uniti (e non lo chiede neppure ora che lo spagnolo è diventato la seconda lingua degli States)? Eppure se il Guatemala fosse il 51° stato dell’Unione avrebbe più diritti, più possibilità di lavoro, più mobilità sociale. La ragione è che si vuole la libertà, si vuole l’eguaglianza, si chiede il  ‘riconoscimento’…ma all’interno di una comunità: si è a proprio agio soltanto se protetti da un ‘noi’, se in possesso di una ‘lingua’ intesa come insieme di significati condivisi. E’ l’insopprimibile ambiguità ontologica della Gemeinschaft che, da una parte, vincola e soffoca, dall’altra, è lo spazio naturale, al di fuori del quale ci viene a mancare l’ossigeno ovvero la vita. Nulla di eterno e di immutabile,certamente: ci si può sentire a casa anche in abitazioni (istituzionali) più estese della nostra ma ,in ogni caso, il nostro <sentirci a casa> deve nascere dal basso, dal ‘quotidiano’, non dall’ingegneria politica o da parlamenti e governi che non saranno mai i nostri se non li abbiamo eletti noi—e non come italiani che eleggono la loro brava quota di rappresentanti dello stivale a Strasburgo ma come europei, liberi di farsi rappresentare anche da un inglese o da uno spagnolo. Ci sarà democrazia in Europa quando ci sarà un popolo europeo ma ci sarà un popolo europeo quando si potrà contare su una vera e propria ‘identità europea’(che vedo, per ora, molto molto lontana  ). Il cordone ombelicale che lega la ‘comunità politica’ (nazionale o continentale) alla democrazia è qualcosa che non si può rimuovere se non a rischio di sprofondare in quella che Max Weber chiamava la ‘nullità ontologica’: Mazzini, Michelet e lo stesso Mill, in questo senso, vanno ripensati a fondo e seriamente. Questi pensatori e ideologi sapevano bene che la democrazia è sempre democrazia reale , ‘modo d’essere’ di gruppi sociali e storici ben determinati e culturalmente caratterizzati; e se noi oggi ce ne siamo dimenticati è anche per colpa della rottura dell’equilibrio tra nazione e democrazia dovuta al totalitarismo fascista oltreché a causa dell’indebolimento insanabile dello stato nazionale (come risultato delle due guerre mondiali e di quella <morte della patria> su cui  Ernesto Galli della Loggia ha scritto pagine illuminanti).

Il Risorgimento, non dimentichiamocelo, era una realtà viva e operante negli animi degli italiani per il semplice fatto che un torinese come Massimo D’Azeglio poteva vivere e lavorare indifferentemente a Roma, a Firenze o a Milano giacché tutt’e tre (tutt’e quattro con Torino) erano <Italia> e lui si sentiva, prima di tutto, italiano (pur nella consapevolezza che tale ‘identità’ caratterizzava le classi sociali che, nell’ottocento, <facevano la storia> mentre, per quanto riguardava le altre—le classi che la fanno oggi—bisognava ancora ‘acculturarle’). Le ‘radici’, come il sangue, anche se, ripeto, non sono eterne, non sono ‘acqua’ e finché ci si sente ‘fuori casa’, una volta valicate le Alpi e attraversato il mare, non potrà mai nascere la ‘patria europea’e, torno a ripetere, senza patria europea niente democrazia europea.

 

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