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Etica e libertà

Gli studi di monsignor Sgreccia e quella censura illiberale in nome della libertà

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«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»: così riconosce e ufficialmente sancisce l’articolo 33 della Costituzione, che, tuttavia, pur valendo per tutti da alcuni si vorrebbe che non valesse per qualcuno.

Così, su “La Stampa” dello scorso 29 dicembre Annamaria Bernardini De Pace ha pubblicamente espresso tutto il suo disappunto in quanto presso l’Università Europea di Roma la Professoressa Claudia Navarini avrebbe adottato il manuale di bioetica di Elio Sgreccia che conterrebbe, secondo la De Pace, “pericolose e inquietanti affermazioni”, come per esempio che l’atto coniugale è di per sé idoneo alla generazione della prole, o che il nascituro ha diritto di nascere essendo il diritto di nascere il primo di tutti i diritti, o che il medico gode del diritto di obiezione di coscienza in caso di aborto.

Considerando che l’Università Europea è una istituzione tra le più accreditate nel panorama accademico e scientifico nazionale, e che pertanto non si deve dimostrare l’ovvio in questa sede, occorre effettuare delle osservazioni di metodo, prima ancora che di merito, sull’intera vicenda che dovrebbe lasciare gli osservatori che hanno sviluppato una certa sensibilità giuridica in genere e costituzionale in particolare, preoccupati per il modo con cui si auspica che le libertà costituzionali di parola, di pensiero e di insegnamento siano duramente compresse – o forse perfino soppresse – in base all’opzione etica del loro contenuto, così da voler censurare le opzioni etiche non gradite o non condivise.

In primo luogo: il fatto che la docente abbia adottato un testo piuttosto che un altro non rientra all’interno della sua libertà costituzionalmente garantita di scegliere il percorso didattico ritenuto più opportuno? E’ bene ricordare, infatti, che soltanto nei regimi totalitari come l’Unione Sovietica vi erano i cosiddetti “libri di Stato”, cioè testi di studio dottrinalmente corretti e orientati all’unica verità di Stato ammessa dalle autorità sovietiche, non solo e non tanto in rispetto dell’ortodossia del pensiero marxista, ma soprattutto in adesione pedissequa a ciò che le stesse autorità volevano che fosse considerata ortodossia (cioè in sostanza la loro unica e arbitraria volontà).

Si auspica forse un ritorno di tali metodi? In Cina, del resto, un sistema giuridico e culturale che certamente non brilla per democraticità e libertà, è notizia recente che per insegnare si debba necessariamente professare il proprio ateismo, abiurando ai propri convincimenti religiosi, perché soltanto così si può trasmettere la volontà e l’etica imposta dal Partito Comunista Cinese.

In secondo luogo: prescindendo da ciò, il testo di Sgreccia è un testo prezioso – e così dovrebbe essere anche per chi non ne condivide il merito – su cui per decenni intere generazioni di studiosi di bioetica hanno potuto formarsi, e proprio in un contesto accademico improntato alla razionalità, al dibattito, al buon senso, si dovrebbe caldeggiare l’uso di un testo di cui magari non si condividono i presupposti o i contenuti, piuttosto che sperare in una sua censura.

Del resto, far leggere testi di Bakunin o di Sorel agli studenti significa renderli anarchici o sindacalisti rivoluzionari?

In terzo luogo: se davvero gli attuali profeti del soggettivismo etico credessero in ciò che dicono, non tradirebbero forse con ciò che dicono ciò in cui pensano di credere.

In altri termini, proprio chi fonda i propri convincimenti etici sull’idea che ciascuno abbia un proprio convincimento etico, che cioè non esistano dimensioni etiche oggettive per tutti, non può pretendere che altri che non condividono il suo pensiero siano sanzionati in qualche modo, senza doversi altresì incaricare, in caso contrario, di dover giustificare una simile gerarchizzazione sostanzialmente arbitraria.

Insomma: se tutte le scelte etiche sono soggettive ed egualmente valide, perché le scelte etiche contenute in un testo come quello di Sgreccia dovrebbero essere meno valide delle altre? Perché l’idea di garantire l’obiezione di coscienza del medico (peraltro riconosciuta dalla legge 194/1978 e da numerose carte internazionali) dovrebbe essere più tirannica di quella espressa da chi reputa che tale idea non debba trovare accoglimento nel mondo accademico?

Il mondo accademico non nasce per il confronto delle idee? Ci possono essere idee e valori – e quindi autori – inseriti in liste di proscrizione accademica?

Chi si incaricherebbe di compilare tali liste di proscrizione? E quali criteri sarebbero adottati? Deciderebbe il Ministero, il Parlamento, o altri?

Forse i cattolici hanno un diritto minore di insegnare i propri – pur sbagliati, ammesso che lo siano – convincimenti etici rispetto a coloro che cattolici non sono?

E’ quanto mai paradossale, insomma, che nell’epoca storica che maggiormente si avvale del relativismo metodologico e del soggettivismo etico, travestiti entrambi dai più dignitosi abiti del liberalismo e del pluralismo, si presuma che un testo non possa e non debba essere utilizzato all’interno del mondo accademico soltanto perché il suo contenuto non è condiviso da alcuni.

Non si può, insomma, con la mano destra predicare per la libertà e con la mano sinistra operare contro di essa senza avvertire la palese contraddizione.

In conclusione, per evitare che le idee pur legittime di alcuni possano trovare esteso accoglimento fino alle degenerazioni cinesi più sopra citate, tornano alla mente le parole di un dialogo di Voltaire – risoluto e orgoglioso anticattolico – che aveva già messo in guardia da simili evenienze e che proprio i non cattolici odierni farebbero bene a tener presente, secondo il quale, infatti, «si dice che se tutti pensassero per proprio conto sarebbe una strana confusione. Tutto il contrario. Proprio questi tiranni degli spiriti hanno causato una parte delle sventure del mondo».

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