Gli uomini sono responsabili della povertà più delle crisi economiche
11 Dicembre 2008
Il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio 2009 è stato reso noto stamattina in Sala Stampa del Vaticano. Lo hanno presentato il cardinale Martino e il vescovo Crepaldi, presidente e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. E’ un lungo discorso, questo dei Messaggi per la Pace, che ebbe inizio quando Paolo VI si “inventò” la giornata della pace del primo giorno dell’anno. Era appena finito il Concilio, Paolo VI aveva da poco istituito la allora Pontificia Commissione – oggi Pontificio Consiglio – Justitia et Pax, parlandone addirittura nella Populorum progressio. La Chiesa voleva così testimoniare meglio la propria passione per il mondo, che aveva animato il Concilio, e ribadire una cosa ovvia, dal suo punto di vista: anche le questioni materiali della convivenza come i problemi delle risorse, dell’economia o della finanza, non vanno a posto senza mettere ordine prima di tutto da un’altra parte, quella della testa e del cuore dell’uomo. Per questo, però, dice la Chiesa, serve Dio. Da qui la lunga storia dei Messaggi per la Pace.
Anche quello di quest’anno, dal titolo “Combattere la povertà, costruire la pace”, rimane fedele a questa storia ed infatti è tutto interessato a mostrare in ogni suo passaggio come il problema della povertà non sia prima di tutto di ordine economico, cioè quantitativo e materiale, ma sia di ordine morale e perfino religioso. «Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche», ma così non è, ed è per questo che la soluzione del problema è molto più complicata e difficile. Capita infatti che ci siano povertà profonde anche nelle società ricche. Sottolineando questo, Benedetto XVI non si riferisce solo alle povertà materiali esistenti anche da noi, ma a quelle spirituali: il disagio, la solitudine, l’angoscia, la mancanza di senso pur in mezzo a mille cose possedute, o forse proprio per questo. E questo vuoto, frutto di povertà spirituale, è a sua volta causa di molte povertà materiali dentro e fuori il nostro mondo. Come aveva detto nella Spe Salvi rifacendosi a San Bernardo, non si può dissodare il terreno incolto avendo un’anima inselvatichita. Così, anche la questione della povertà, che i marxismi di vario conio avevano ricondotto a cause materiali, o “strutturali” come meglio si diceva in gergo, viene liberata dai sociologismi e riportata alla responsabilità morale dell’uomo. Dell’uomo ricco ed anche dell’uomo povero. Non è da trascurare, infatti, il riferimento del Messaggio al fatto che «nelle società cosiddette “povere”, la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse». Il sociologismo pensa che non esista l’uomo, ma il borghese o il proletario, il ricco o il povero, il dirigente della multinazionale senz’anima e il povero strutturalmente emarginato e sfruttato. Il Papa non è d’accordo. Esiste l’uomo e la sua responsabilità rimane, a nord come a sud.
Anche gli altri temi del Messaggio sono affrontati in questa chiave: sono la testa e il cuore dell’uomo all’origine della povertà e non il contrario. L’uomo non è un prodotto sociale. Ancorché condizionato, è lui a far andare le cose in un certo senso piuttosto che un altro. L’aborto, la crisi alimentare in corso, la crisi finanziaria nascono da scelte e non sono frutto di anonime strutture impersonali. La crisi alimentare, per esempio, «è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze». I riferimenti a questi tre grandi temi di attualità – l’aborto, appunto, la crisi alimentare e quella finanziaria – erano in un certo senso dovuti. I Messaggi per la Giornata della Pace non sono primariamente rivolti al popolo cristiano, ma soprattutto alla diplomazia internazionale, agli organismi internazionali, ai policy makers, come anche si dice. Non possono quindi mancare sottolineature dell’attualità. Ma è il taglio quello che conta. E quello assunto da Benedetto XVI nulla concede a sociologismi e economicismi.
Di notevole interesse il passaggio sulle pandemie, compresa l’Aids. Come è noto, su questo c’è una notevole distanza tra la Santa Sede e le agenzie internazionali. Anche nel messaggio di quest’anno Benedetto XVI ribadisce che sia all’origine che alla soluzione del problema dell’Aids sta il problema morale della gestione della sessualità. La soluzione non può venire da strumenti tecnici, che finiscono per deresponsabilizzare la persona piuttosto che il contrario e che non educano al rispetto della sua dignità.
Le principali proposte del Messaggio sono pure improntate ad una nuova assunzione di responsabilità, piuttosto che alla mobilitazione di nuove strutture. Il Messaggio nota come «politiche marcatamente assistenzialiste siano all’origine di molti fallimenti nell’aiuto ai Paesi poveri», che «va sgomberato il campo dall’illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva», e infine che «I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti».
Alla fine il messaggio risulta chiaro: quello della povertà è un problema umano, bisogna che lo si prenda in mano da uomini e non da funzionari.
