Gli Usa e l’inestricabile puzzle iraniano

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Alla conferenza internazionale in Iraq, la domande chiave che ci si è posti riguardo alle divisioni  tra le varie fazioni, gruppi, etnie, fratture comunque ruotanti intorno all’ostilità tra sciti e sunniti, è stata quella circa le vere intenzioni l’Iran. Il problema è che ad essa si può rispondere per lo meno in tre modi diversi e in certi casi contraddittori.

Ed è in queste intersezioni che può inserirsi una politica degli Stati Uniti attenta e dotata di una strategia, perché è evidente che nel Medio Oriente “allargato” si stanno combattendo per lo meno tre guerre: innanzitutto, vi è una guerra tra gli USA con a fianco i paesi anglosassoni e l’Europa a traino da una parte, e Al Qaida e i talebani dall’altra, ma vi è anche una guerra, iniziata quasi trent’anni fa, tra l’Iran e gli Stati Uniti e Israele e – parallelo a questo c’è  il conflitto tutto interno al mondo mussulmano tra sunniti e sciti, esploso anch’esso con l’avvento di Khomeini al potere.

Il fatto centrale, e drammatico, è che questa molteplicità di conflitti ha il proprio epicentro in Iraq, dove i tre scontri avvengono simultaneamente, e in un’area che va dalla Palestina al Pakistan passando per l’Afghanistan. In questi passaggi geografici anche la tipologia delle alleanze e della definizione amico-nemico tende a cambiare, a non assumere lo stesso aspetto, mentre sullo sfondo rimane incombente il dato di fatto della minaccia della costruzione da parte iraniana dell’arma nucleare.

Riprendiamo allora la domanda iniziale sulle aspirazioni, i disegni e gli interessi iraniani.

Il primo dato di fatto è che in questi ultimi anni l’Iran, grazie anche agli errori americani in Iraq, primo fra tutti il considerare la stabilizzazione di quel paese come problema secondario, ha allargato la sua sfera d’influenza che ora si estende dalla Palestina, al Libano, all’Iraq. Questo è innegabile e fa della ex Persia una potenza revisionista, interessata al cambiamento degli equilibri regionali tesa ad allargare la propria sfera di influenza a svantaggio dei paesi limitrofi. Quest’ estensione è però avvenuta attraverso gruppi e partiti mediorientali che non sono semplicemente eterodiretti, ma che godono di vita autonoma e hanno interessi propri. Ad esempio anche lo SCIRI irakeno guarda all’Iran memore dell’aiuto ad esso fornito durante la repressione di Saddam, ma non fino ad immolare la propria esistenza in nome della Grande Persia.

Il secondo aspetto da considerare è il modo particolare in cui la volontà di divenire una potenza regionale si veste, ma forma e contenuto non sono la stessa cosa: l’Iran cerca di esportare il proprio modello rivoluzionario in tutto il mondo islamico, in una riedizione religiosa della “rivoluzione permanente” di trotskista memoria, secondo la definizione di Ibrahim Yazdi, ex ministro degli esteri della Repubblica Islamica dell’Iran con Khomeini. Qui si innestano i discorsi roboanti, ma credibili, di Ahmadinejad sulla distruzione di Israele.

Il terzo punto riguarda un aspetto culturale e religioso ed è rappresentato dalla rinascita dell’orgoglio scita che si vede per la prima volta alla pari, se non superiore, al mondo del potere sunnita che, ricordiamo, ha iniziato per primo già negli anni Ottanta durante la guerra contro l’invasore sovietico, in Afghanistan e anche in Pakistan, la guerra contro gli sciiti, visti come idolatri.

A una prima vista, dal quadro appena delineato in modo sintetico, sembrerebbe scaturire un Iran che corre con il vento in poppa, potendo per giunta disporre di diverse “leve”: il terrorismo in Iraq che tiene sotto scacco il governo sostenuto dagli americani, gli Hezbollah in Libano che assediano il governo Siniora e incombono su Israele, Hamas in Palestina, e non ultim la minaccia ricattatoria della chiusura dei rubinetti del petrolio. Contro una lettura lineare del gioco iraniano, che si può tradurre in una strategia di risposta solo basata sulla forza, bisogna considerare che quelle aspirazioni  non sono uguali l’una all’altra. Sarebbe anzi un grave errore non considerarne la differenza, anche se spesso appaiono intrecciate assieme, e l’errore più grave sarebbe non vedere le contraddizioni che queste diverse linee di condotta comportano: “esportare la rivoluzione” non è uguale alle aspirazioni di voler accrescere il  proprio ruolo di potenza regionale, né a veder considerato il mondo sciita. Non solo, non bisogna dimenticare che l’Iran non si è mai imbarcato per primo in una guerra: anche adesso sta combattendo per interposta persona e, a differenza di Al Qaida, non ha scatenato nessuna azione terroristica contro paesi occidentali a casa loro. L’unica sicurezza è che il muoversi su diversi piani, ora accelerando l’uno, ora frenando l’altro, consente a Teheran di tener impegnato, indebolendolo, il nemico più forte, gli Stati Uniti e di proseguire nella corsa verso il nucleare.

Il primo dato di fatto a cui abbiamo accennato, ma lo ripetiamo, è che non possiamo considerare gli alleati dell’Iran come forze che rispondono immediatamente a quel paese.

Il secondo, più evidente,  è rappresentata dalle reazioni avverse nel mondo arabo sunnita  che tale attivismo comporta, specialmente nell’Arabia Saudita, grandi finanziatori di Saddam ai tempi della  guerra con Khomeini, e nei paesi del Golfo. Si deve all’iniziativa saudita infatti il tentativo di ricomporre  lo scontro tra Hamas e Al Fatha in Palestina, per non parlare della minaccia di dotarsi di armi nucleari per far fronte al crescente pericolo atomico proveniente da Teheran. C’è inoltre da considerare la precarietà del regime siriano alawuita, una setta sciita, in minoranza in un paese in maggioranza sunnita che già fu costretto a soffocare nel sangue una rivolta dei Fratelli Mussulmani nel 1982 nella città di Hafez.

La terza contraddizione, poco sottolineata, è che anche l’Iran, mentre cerca di limitare il potere e l’offensiva sunnita in Iraq,  è interessato alla sua stabilità perché con Baghdad condivide un lungo confine da cui può anche passare una guerriglia ben addestrata e preparata, come è avvenuto poco tempo fa nel nord del paese, provocando un numero elevato di morti.

Il quarto pericolo che l’Iran corre è un peccato di superbia che ha sempre commesso, come notava Fred Halliday. Il nazionalismo iraniano ha origini lontane: il paese è uno delle quattro entità sovrane  al mondo -assieme alla Cina, all’Egitto e allo Yemen - che può affermare la propria continuità come stato da più di tremila anni. Oggi, per la prima volta dall’impero Achmenide (iniziato ca. nel 550 ac), il suo potere si estende dall’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo. Anche nel corso della sua storia recente è sempre caduto nell’errore di sopravvalutare le proprie forze: durante la seconda guerra mondiale provò a barcamenarsi tra inglesi e russi, appoggiandosi ai tedeschi con il risultato di essere invaso nel 1941 sia dagli alleati che dai sovietici; negli anni ’50 Mossadeq pensò di nazionalizzare il petrolio iraniano senza negoziare i termini con i governi occidentali e finì con il colpo di stato del 1953; durante la guerra con l’Iraq negli anni Ottanta, Khomeini rifiutò l’offerta di pace del 1982, del tutto a favore dell’Iran, con il risultato di far durare la guerra sei anni di più, di aggiungere altre centinaia di migliaia di morti, di far entrare la flotta USA a sorvegliare gli accordi di pace e di ottenere condizioni peggiori di quelle offerte prima.

La quinta contraddizione è rappresentata dalla debolezza sociale ed economica del regime. Mentre dall’esterno il paese può sembrare coeso, la rivoluzione iraniana non è stata in grado di garantire uno sviluppo equilibrato, ora del tutto sbilanciato verso la produzione di petrolio, né di estirpare la corruzione nella pubblica amministrazione, creando un vasto malcontento al proprio interno specialmente a livello del ceto medio e della borghesia. Dato che rende poco credibile la minaccia iraniana di bloccare l’afflusso di petrolio verso i paesi occidentali in caso di conflitto; o meglio fatto che è destinato a trasformarsi in un boomerang, vista la dipendenza dell’economia da questa risorsa. La sesta contraddizione è che esportare la rivoluzione, come insegna la storia, dalla Rivoluzione Francese a quella cubana, ha un costo interno enorme, si veda il punto precedente, che costringe a tenere sempre e comunque alta la tensione fino a sfinire il paese. L’Iran corre il rischio di tutti i paesi rivoluzionari: mentre all’esterno è visto dai popoli mussulmani come un modello vincente, in casa il paese versa in condizioni non certo buone stretto tra disoccupazione, mancanza di investimenti, corruzione e staticità.

E’ in questo rovello di nodi, interessi e forze contrapposte che si può inserire una politica americana attenta e capace di utilizzare tutti gli strumenti per provocare un cambiamento, non di regime, ma nella leadership iraniana: se da un lato non deve diminuire la disponibilità, e quindi la minaccia, ad usare la forza, la scelta dei tempi e dei modi deve rientrare, per quanto possibile, in un disegno strategico più ampio, anche perché non si vede come gli USA in questo momento possano affrontare ben tre conflitti. Detto in altri termini, l’amministrazione Bush deve fornire la possibilità al partito, non moderato, ma più pragmatico iraniano di prendere il sopravvento sui troskisti di Amadinejad, accettando di fatto l’Iran come potenza regionale, ma non nucleare. Dopo tutto, è grazie all’intervento americano e alle elezioni se gli sciiti in Iraq sono maggioranza di governo.

 

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