Gli Usa entrano nella guerra mondiale africana partendo dalla Liberia

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Gli Usa entrano nella guerra mondiale africana partendo dalla Liberia

07 Ottobre 2008

Africom, Comando Africa. Si chiama così il nuovo Comando delle Forze Armate degli Stati Uniti per l’Africa: partito il primo ottobre agli ordini del generale a quattro stelle William E. Ward, dopo che già George W. Bush l’aveva annunciato nel febbraio del 2007 e dopo che da almeno 10 anni ci si stava pensando. Finora, i cinque comandi “regionali” in cui il Pentagono aveva inquadrato le proprie forze, in aggiunta a quelli “funzionali” di Forze Riunite, Operazione Speciali, Strategico e dei Trasporti, erano: il Centrale, con quartier generale a Tampa, in Florida; l’Europa, con base a Stoccarda, in Germania; il Settentrionale, basato su Colorado Springs; il Meridionale, che ha pure quartier generale in Florida, ma a Miami; e il Pacifico, che è invece basato su Honolulu, nelle Isole Hawaii. E l’Africa era così ripartita: Egitto, Sudan, Eritrea, Etiopia, Gibuti, Somalia e Kenya al Comando Centrale; Madagascar, Seychelles e Oceano Indiano in genere a quello Pacifico; il resto a quello Europeo.

Ma questa situazione non si adattava più al contesto attuale. Da una parte, nella trascuratezza degli Stati Uniti si faceva sempre più pesante nella zona la penetrazione cinese. Dall’altra, l’Africa è l’area del mondo in cui più sta crescendo l’estrazione di petrolio: già il 20% del fabbisogno Usa proviene dall’Africa Occidentale, e per il 2015 dovrebbe arrivare almeno al 25%. E poi, c’è che  l’Africa è sempre più sconvolta da conflitti e instabilità di tutti i tipi. Vediamo solo quello che sta accadendo in questi giorni. Pirati che scorazzano nelle acque somale, e che hanno catturato un carico di armi e carri armati che non si sa bene a chi era destinato: il Kenya dice alle sue Forze Armate, e non manca il governo ucraino di confermare la transazione; ma sia da fonti americane che dai pirati trapela invece la voce secondo cui il carico sarebbe stato invece destinati al governo regionale del Sudan del Sud, espressione della ex-guerriglia cristiana e animista che nel gennaio del 2005 ha fatto la pace col governo di Karthoum in cambio di un’amplissima autonomia che contempla perfino il diritto al mantenimento di un esercito separato, in attesa del referendum sull’autodeterminazione del 2011. Ma la spartizione delle risorse petrolifere continua a creare tensioni, e a maggio nella regione petrolifera di Abyei ci sono stati violenti scontri tra governativi e sudisti: questi ultimi, con la possibilità appunto di esibire carri armati. Naturalmente, di contorno alla possibile ripresa della guerra tra Nord e Sud Sudan vanno messe anche l’altro conflitto in corso in Somalia tra esercito etiopico e Corti Islamiche, le scorribande dei pirati nelle acque somale, l’altro conflitto sudanese nel Darfur, il conflitto a esso agganciato in Ciad.

Un altro conflitto per il petrolio divampa in Nigeria, per la rivolta delle etnie del Delta del Niger, che attaccano le piattaforme e sequestrano i tecnici. E l’energia aleggia pure sulla ripresa della rivolta tuareg in Niger, in una zona ricca di uranio. Altro Paese ricco di materie prime di ogni tipo è il Congo, dove la rivolta dell’Est annuncia una ripresa dell’offensiva contro il governo. Un altro ancora è il Sudafrica, di cui il “golpe” interno di Jacob Zuma contro Thabo Mbeki rischia ora di compromettere la stabilità. Primo effetto della fine del ruolo di mediazione dello stesso Mbeki, nello Zimbabwe dopo l’accordo di principio tra Robert Mugabe e Morgan Tsvangirai sulla ripartizione del potere la formazione effettiva del governo si è arenata, per la pretesa dello stesso Mugabe di avere i ministeri più importanti. Su tutto, il ruolo del terrorismo jihadista, e ora si aggiungono pure i criminali comuni che con metodi semi-terroristi hanno di recente sequestrato un gruppo di turisti italiani in Egitto, facendoli passare attraverso due o tre frontiere come in un colabrodo. E a proposito di colabrodo, neanche a parlare dell’ondata di clandestini che da Marocco e Libia continuano a puntare sulla Fortezza Europa, senza che nessuno riesca ad arrestarli.

Insomma, non era più possibile considerare l’Africa come un teatro secondario, da affidare a chi aveva già altri incarichi come una sorta di qualcosa in più. Ovviamente, la mossa ha provocato allarmi in alcuni Paesi africani, che vogliono sapere “cosa davvero c’è sotto”: un tipo di dubbi che ricorda d’altronde quelli analoghi diffusisi in America Latina quando gli Stati Uniti hanno riattivato la Quarta Flotta nei Caraibi. Per questo il governo Usa insiste che siffatta iniziativa “rappresenta un’opportunità per rafforzare i legami ed aumentare il lavoro umanitario in Africa”. D’altra parte, ci sono almeno sei Paesi africani che invece starebbero sgomitando pur di poter ospitare il quartier generale di Africom, che al momento sta anch’esso a Stoccarda, anche se in una caserma diversa rispetto al Comando Europeo. In particolare la Liberia, stretta agli Usa da peculiari legami storici: fondata da schiavi neri liberati e rimpatriati in Africa a opera di un’organizzazione filantropica, la Liberia ha infatti un nome che richiama il termine “libero” in latino; una capitale che si chiama Monrovia dal nome di quel James Monroe che era presidente quando lo sbarco avvenne; e una bandiera ricalcata su quella americana. Al momento, l’unica base Usa sul Continente africano è a Gibuti a Camp Lemonier, dove sono stazionati circa 1800 uomini.