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Global warming: Bush apre ma l’Europa non ci sta

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La posizione europea sulle politiche ambientali è attualmente la più “verde” nel contesto mondiale. Con le dovute eccezioni, i paesi dell'Unione sono quelli che rispettano maggiormente i vincoli derivanti dal trattato di Kyoto, che maggiormente subiscono l'handicap (nella competizione globale) di più alti costi per le misure contro le emissioni di CO2, ma che di contro dimostrano maggiore responsabilità e sensibilità sul tema.

Ma se Kyoto è sulla bocca di tutti, è necessario anche tenere in considerazione il suo impatto concreto sulla realtà effettiva dell'inquinamento e dell'economia: per questo le posizioni non sono molto omogenee tra gli Stati e da più parti si è parlato di fallimento di quello che doveva essere il trattato definitivo sul tema ambientale.

Da un lato ci sono Cassandre sempre pronte ad additare i produttori e i paesi occidentali come fonte di ogni male, che prevedono inondazioni e cataclismi; dall'altra ci sono studiosi altrettanto attendibili che si mostrano molto più scettici e dimostrano come nell'evoluzione storica e geologica della Terra, lunghi periodi si siano susseguiti senza che fossero le immissioni nell'atmosfera di CO2 il vero problema.

Correzione di rotta statunitense
L'argomento tuttavia si mantiene attuale per i suoi risvolti politici. Anche se non se ne sa molto, Kyoto è stato solo il meeting che ha dato inizio alla serie di confronti sul “global warming” che gli Stati Uniti hanno gestito nel recente passato. Mercoledì scorso poi il presidente Bush ha annunciato un piano specifico con grande richiamo mediatico, come mossa per un significativo cambiamento della posizione che l'amministrazione Bush aveva preso sul tema dei problemi climatici sin dal 2001. Da allora gli USA hanno sempre rigettato l'idea che la crescita della temperatura globale fosse il risultato dell'attività umana, motivo per cui il presidente americano aveva ritirato gli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto subito dopo l'approvazione del testo, provocando forti critiche e fastidio nei partner europei e in molti altri paesi del mondo.

Nell'ultimo anno il presidente ha cominciato a lasciar intendere di aver cambiato opinione sul tema e il discorso di mercoledì è il primo annuncio politico che segni “ufficialmente” la svolta: la previsione di bloccare la crescita di emissioni gas effetto serra entro il 2025. Anche se ideologicamente è un grosso cambiamento, in termini di azioni pratica che ne derivano le nazioni europee sentono che il piano americano continuerebbe solo a peggiorare la situazione.

Una iniziativa concreta di Bush, al di là di comunicati stampa e dichiarazioni, sono comunque le “discussioni di Parigi”, chiamate Major Economies Meeting (MEM), che raccolgono le economie trainanti globali, produttrici dell'80% delle emissioni totali di gas effetto serra. Un gruppo formato ad hoc, che include anche Cina e India, così come il G8 e l'Unione Europea, su iniziativa appunto statunitense, che si è riunito per la prima volta lo scorso settembre per poi ripetere un incontro in gennaio, entrambe le volte negli Stati Uniti e in previsione di un altro incontro che si terrà al summit del G8 in Giappone, il prossimo luglio, dove verrà posta la questione di prendere una decisione in merito al tema. Si tratta di incontri informali, intesi a permettere un libero flusso di discussioni in preparazione dei colloqui internazionali sul clima di Copenhagen dell'anno prossimo (che saranno il primo vero e proprio step successivo a Kyoto). Anche Indonesia, Messico, Corea del Sudo, Brasile e Australia  parteciperanno, insieme ai funzionari della Framework Convention on Climate Change delle Nazioni Unite.

Reazione europea
Agli USA di Bush rispondono molte voci dall'Europa, e per lo più rispondono con toni accesi e non molta diplomazia. E' evidente che la situazione culturale e politica tra i due continenti sia assai diversa, basti pensare che i nostri conservatori, cristiano-democratici e liberali (il PPE) hanno approvato in dicembre un “paper” interno sul greenhouse effect e sul global warming che riconosceva Kyoto e molti punti che all'amministrazione statunitense non erano mai andati giù, sulle responsabilità delle nazioni industrializzate. Le critiche sono fioccate, come le agenzie stampa hanno riportato, principalmente dal Commissario UE dell'Ambiente, Stavros Dimas (fonte AFP), che ha dichiarato in riferimento alla proposta di arrestare la crescita delle emissioni statunitensi per il 2025 che “non contribuirà alla lotta contro il cambiamento climatico”. “Il tempo sta finendo e abbiamo il dovere di raggiungere un accordo nel 2009 a Copenhagen” ha aggiunto in conferenza stampa, suggerendo agli americani di riconsiderare la loro posizione e di prevedere piuttosto che un arresto una riduzione delle emissioni.

Un portavoce della commissione ha poi aggiunto (fonte Reuters) che “siamo lieti del fatto che il presidente Bush l'altra notte abbia riconosciuto il bisogno di una legislazione federale con natura legalmente vincolante per regolare le emissioni di gas da effetto serra negli Stati Uniti e che per la prima volta abbia fatto riferimento ai cap-and-trade (permessi di emissioni di CO2 negoziabili)” ma che “ciò non corrisponde al livello di ambizione che sarebbe dovuto da parte dei paesi industrializzati, considerando le loro responsabilità nella sfida che stiamo affrontando”. Più duro nel commento si è dimostrato il ministro dell'Ambiente tedesco, Sigmar Gabriel, che è stato brusco al punto di definire il discorso di Bush sul tema “neanderthaliano”. “Il suo discorso ha dimostrato non leadership ma losership,” ha detto il ministro, “siamo lieti che ci siano anche altre opinioni negli Stati Uniti”. Nel frattempo, il capo negoziatore sul clima della Francia, Brice Lalonde, è stato appena più morbido sulla proposta del presidente Bush: “L'attuale amministrazione americana sta appena iniziando a svegliarsi, ma è un po' tardi”. Infine Connie Hedegaard, ministro danese per il Clima e l'Energia e soprattutto colei che presiederà la Conferenza del 2009 delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen, indetta per concordare un nuovo testo dopo il trattato del 1997 negoziato a Kyoto, ha concluso: “E' positivo che gli USA si stiano smuovendo, ma è male che si muovano così poco, soprattutto considerando che emettono due volte CO2 per abitante di quanto non accada in Europa. C'è ancora una lunga strada da percorrere”.

Sul confronto c'è poco altro da aggiungere: difficilmente gli Stati Uniti cambieranno posizione per il coro che s'è levato dalla politically correctness europea. Difficilmente le istituzioni comunitarie prenderanno in considerazione le ragioni dei cugini d'Oltreoceano. Ma è veramente importante che un qualche accordo si raggiunga già preliminarmente, affinché Copenhagen 2009 non sia un fallimento come lo fu nel 1997 Kyoto.

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2 COMMENTS

  1. Alzhaimer anche a Bush?
    Anche gli Stati Uniti, ultimo baluardo contro le idiozie ambientaliste propinateci da finti studiosi politici di professione stanno cadendo sotto i colpi dei neo-stalinisti di oggi.
    L’effetto serra, e il global warning sono una palese idiozia, al pari della SARS, dell’AVIARIA e delle altre millantate stragi prossime venture lanciate da soggetti interessati soltanto a recepire finanziamenti pubblici a gogò e da Stati sempre propensi ad aumentare il loro potere ed il loro interventismo in materia economica.
    VERGOGNA
    Questa gente ci porterà ad una ecatombe. Ad un mondo con 800 milioni di persone..
    Svegliamoci prima che sia tardi.

  2. Global warning: Busch e la UE
    Non si illudano gli Europei. Agli USA non interes-
    sa minimamente il trattato di Kyoto, altri tratta-
    ti sulla materia. Il fatto secondo me è un’altro.
    Con il terremoto dei prezzi dell’energia che si è
    verificato in questi mesi, anche gli USA devono
    porsi il problema di cambiare approccio nella po-
    litica energetica. Paradossalmente fino a non molto tempo fà, conveniva lasciare i consumi alti
    con l’energia a basso prezzo. Adesso la situazione si è capovolta, e da un punto di vista
    strategico gli USA adesso sono svantaggiati ris-
    petto ai concorrenti europei perchè sono più
    energinovori della UE a parità di PIL. Per cui
    ecco che Busch temta un’approccio diplomatico per
    trovare un punto di equilibrio con l’Europa su
    questo argomento ambientale.

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