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La verità sui pentiti

Grasso resta all’Antimafia con l’aggravante che adesso fa politica

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Congratulazioni e complimenti al Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso. Congratulazioni perché il suo incarico è stato rinnovato per quattro anni dal Consiglio superiore della magistratura. Un voto all’unanimità, il che significa che il dottor Grasso ha raccolto anche il consenso dei membri laici espressi dal centro-destra come dalla sinistra. Congratulazioni, dunque, senza domandarci se quei voti se li sia proprio meritati. Ma anche complimenti per il suo equilibrio politico, per la sua buona memoria, per la sua capacità di essere riconoscente nei confronti di chi, in un bel giorno d’autunno di cinque anni fa, l’11 ottobre del 2005, consentì la sua prima nomina a un ruolo così importante, prestigioso, e ambìto da tanti.

Nel giorno della sua seconda nomina, il procuratore Grasso si è trovato davanti alle associazioni delle vittime di un sanguinoso attentato del 1993, quello dei Georgofili a Firenze. Ha anche risposto alle domande degli studenti, e si sa che davanti ai giovani è opportuno essere sinceri, i ragazzi non perdonano se sentono puzza di imbroglio. Lui l’ha sparata grossa. Lui che dovrebbe avere la capacità, come la ebbe Giovanni Falcone, di far incriminare per calunnia il “pentito” che mente, ha invece sposato in toto la tesi di Gaspare Spatuzza, uno dei maggiori imbroglioni di tutta la storia dei collaboratori di giustizia. Le stragi del ’93, ha sostenuto senza apparente imbarazzo, sono servite ad aprire la strada a “nuove entità politiche”, dopo che erano spariti i partiti della prima repubblica.

C’era bisogno che nominasse Forza Italia perché capissero tutti coloro che dovevano capire? Così, non tenendo in nessun conto il fatto che già in precedenza, grazie all’aiuto di altri “pentiti”, sia a Firenze che a Caltanissetta erano state aperte e poi archiviate inchieste sulle presunte origine “mafiose” del partito fondato da Silvio Berlusconi, il primo procuratore d’Italia sui reati di mafia ha dato il suo imprimatur a un collaboratore di giustizia che non ha ancora avuto la benché minima benedizione di una sentenza che abbia confermato le sue tesi.

Due paiono le considerazioni da fare sul comportamento del procuratore Grasso. La prima è di tipo storico-giudiziario. Contro Berlusconi e Marcello Dell’Utri si sono mossi nell’arco di 16 anni magistrati, “pentiti”, servizi di ogni risma. Nessuno ricorda più l’”Operazione Oceano”, finalizzata proprio, attraverso la tesi dell’origine mafiosa di Forza Italia, ad arrivare allo scioglimento del partito e alla fine politica di Berlusconi. Pochi ricordano il fatto che diversi “pentiti” si sono alternati sulla scena con le loro insinuazioni tutte uguali, ma così uguali da parere (parere?) imbeccate da altri. Sono tutte crollate, non solo perché false, ma anche perché malamente costruite. Lo stesso Gaspare Spatuzza, che ha demolito con le sue parole un altro “pentito”, Vincenzo Scarantino, sull’omicidio del magistrato Borsellino, ha distrutto, con 75 pagine di verbale, 15 anni di attività antimafia siciliana, mettendo in grande imbarazzo la procura della repubblica di Caltanissetta che nel frattempo aveva fatto arrestare e condannare persone che potrebbero risultare innocenti. Ammesso che  Spatuzza risulti attendibile, il che è problematico.

Ma le parole del procuratore Grasso potrebbero avere anche conseguenze politiche. Solo chi ha il cervello ottenebrato può non sapere che incarichi come quello di procuratore Nazionale Antimafia hanno sempre un risvolto politico. E il dottor Grasso sa bene dell’aiuto che gli diede nel 2005 il governo Berlusconi dell’epoca in modo che la sua candidatura prevalesse su quella del procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli. Piero Grasso si era mostrato molto moderato all’epoca. Mai dalla sua bocca erano uscite parole come quelle di oggi, parole non fondate su fatti ( in quel caso bene avrebbe fatto a pronunciarle ) ma su vociferazioni di mafiosi assassini interessati e imbroglioni. Oggi deve aver pensato che la ruota gira, ogni tanto. Dimenticando che la ruota, quando decide di girare, può girare per tutti. Anche per i magistrati che godono di nomine politiche. Per oggi, all’unanimità.
 

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