Green Deal: non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca
25 Novembre 2025
Marco Fortis, sul Sole 24 Ore del 23 novembre, descrive bene il “paradosso” europeo: nata con il sogno di aggregare un mercato unico, innovativo e competitivo, l’Unione rischia oggi di generare una desertificazione industriale, complice la crisi strutturale della ex locomotiva tedesca e obiettivi di decarbonizzazione che ricordano la pianificazione sovietica.
Tuttavia, chi propone di rivedere il Green Deal in blocco commette un errore strategico: non si può fare di tutta l’erba un fascio. Il Green Deal nell’automotive è stato gestito in modo ideologico e frettoloso: ha imposto l’elettrico senza una transizione equilibrata, regalando alla Cina il vantaggio competitivo e mettendo a rischio il primato europeo sul motore endotermico e sulla meccanica di precisione. Ma questo non significa che il Green Deal sia da archiviare. Al contrario: su industria, edilizia e infrastrutture rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo.
Fortis lo ricorda con chiarezza: la crescita “buona” nasce da investimenti infrastrutturali, industriali e nell’edilizia. È la stessa ricetta che ha funzionato nell’Italia post-Covid e che oggi deve tornare al centro delle politiche europee. Prendiamo il settore edilizio. Gli edifici residenziali generano il 40% delle emissioni di CO₂ in Europa. Isolare e elettrificare le case significa ridurre consumi e bollette, rilanciare un comparto che vale il 20-30% del PIL nei vari Paesi UE, migliorare la qualità del patrimonio immobiliare e abbattere drasticamente le emissioni. Non solo: le imprese più innovative nel campo dei materiali isolanti, dei serramenti e delle pompe di calore sono europee.
Un piano di investimenti mirato creerebbe un indotto enorme, spingendo tecnologia e export. Ogni miliardo investito in riqualificazione energetica genera lavoro per migliaia di imprese e professionisti, aumentando la competitività di settori in cui l’Europa è già leader.
In questo quadro, l’EPBD – Energy Performance Building Directive, emanata per incrementare l’efficienza energetica degli edifici, non dovrebbe restare solo sulla carta. Va finanziata con un fondo europeo dedicato, che includa programmi di social housing e obiettivi di decarbonizzazione differenziati per fascia geografica. Su iniziative come questa, che impattano su efficienza energetica, qualità della vita e riduzione delle emissioni, l’Unione Europea dovrebbe fare fronte comune.
Serve una Industry 5.0 europea, capace di finanziare le imprese che innovano in questi e altri settori strategici. Questo farebbe crescere produttività e competitività, creando cluster industriali forti e resilienti. Invece di complicare la vita alle aziende con bandi assurdi contro il motore endotermico e meccanismi protezionistici ultra-complicati come il CBAM, che seminano incertezza e burocrazia, l’Europa dovrebbe essere più snella e scaltra: meno vincoli, più incentivi, più capitali per chi investe in tecnologia e innovazione.
L’Italia, al netto della nostra propensione all’autocritica, ha fatto molto in questi ultimi anni per andare in questa direzione: Industry 4.0 e 5.0, gli ecobonus, sono politiche innovative che vanno nella giusta direzione, anche se vanno migliorate e meglio finanziate. Potremmo giocare un ruolo importante nell’indirizzo delle politiche di Bruxelles, anche facendo leva sul rapporto Draghi, per cercare di creare un’Europa – come dice Fortis – “un po’ meno ideologica, frammentata e baltico-centrica e un po’ più concreta, vecchio stile CECA aggiornato al XXI secolo.”
