Green Zone è uno splendido film sulla guerra in Iraq. La storia è un’altra cosa

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Green Zone è uno splendido film sulla guerra in Iraq. La storia è un’altra cosa

25 Aprile 2010

Conquistata Bagdad, il nucleo operativo dell’esercito di occupazione americano si è installato nel palazzo presidenziale di Saddam Hussein. È un’oasi felice, con tanto di rinfrescante piscina, in un inferno di macerie, morti, polvere, attentati, scontri, agguati, calore, corpi dilaniati dai colpi e dalle esplosioni. Questa è la “green zone”, spazio di comando protettivo, al riparo da brutalità e insicurezze della vita quotidiana. In questo paradiso terrestre ci finisce il  comandante Roy Miller (Matt Damon), a capo di una squadra di specialisti dell’esercito americano, addetta al ritrovamento di siti contenenti le prove della fabbricazione di armi di distruzione di massa.

Un luogo comune della guerra di Bush, intrapresa per rovesciare il dittatore irakeno Saddam Hussein, è quello dell’esistenza di fabbriche di armi distruttive, da utilizzare per attentati terroristici. Quindi la guerra sarebbe stata scatenata per una ragione “preventiva”. Ma se la prova della presenza di siti ben protetti di fabbricazione non si trova, allora la guerra è stata dichiarata per una ragione sbagliata. O, come insinua il libro da cui “Green Zone” è tratto, “Imperial Life in the Emerald City. Inside Iraq’s Green Zone”, scritto con grande successo (e notevoli riconoscimenti) nel 2006 dal giornalista Rajiv Chandrasekaran (pubblicato da pochi giorni presso Rizzoli con il secco titolo “Green Zone” e l’immagine di Matt Damon in copertina), qualcuno ha truccato le carte. Si sapeva che armi chimiche non si sarebbero trovate. Ma la scusa era davvero buona.

Il film di Paul Greengrass si concentra solo su questo punto, mentre il libro di Rajiv Chandrasekaran è una dura requisitoria della decisione di imporre la democrazia in Irak, e soprattutto del modo insensato e crudele di condurre le operazioni militari da parte degli alti vertici dell’amministrazione Bush negli Stati Uniti, e dei responsabili delle operazioni sul campo a Bagdad. Dalla ricerca delle prove prende dunque avvio l’avventura dei soldati comandati da Miller. La prima splendida incursione con cui si apre “Green Zone” riassume il senso dell’opera. Questi ragazzi preparati e coraggiosi, rischiano la vita per conquistare un capannone. I servizi segreti li hanno indirizzati in quel sito, attraverso un’informativa riservata e confermata: lì troveranno le prove che da giorni cercano. Innanzitutto trovano un cecchino che li mette a dura prova. Eliminatolo, entrano nel buio e diroccato capannone. È solo una fabbrica di water (volgari cessi), piena di polvere e di escrementi di piccione. Ennesimo giro a vuoto per Miller e i suoi uomini. L’ufficiale annusa l’aria del depistaggio organizzato. Anche le future operazioni porteranno al medesimo risultato: niente prove. Quindi da buon soldato intenzionato certo a rispettare gli ordini, ma deciso a scoprire la verità, Miller si mette sulle tracce di un testimone chiave, il generale Al Rawi (il “jack di fiori” del famoso mazzo di carte con il volto dei più pericolosi ricercati  iracheni), nascosto a Bagdad, l’unico a conoscenza della verità sulle armi di distruzione.

Il film di Paul Greengrass è bellissimo. Azione, ritmo, velocità, perfezione della ricostruzione, intrighi, sparatorie, elicotteri in volo a bassissima quota, corse su mezzi blindati nelle stradine. Matt Damon nel ruolo è perfetto. Del resto il regista inglese e l’attore hanno già lavorato insieme in “The Bourne Supremacy” (2004) e in “The Bourne Ultimatum” (2007). Nonostante la “trilogia” del nuovo 007 Matt Damon abbia incassato cifre straordinarie, in America “Green Zone” è andato decisamente male. Come malissimo è andato il film Oscar-evento di quest’anno “The Hurt Locker”. Matt Damon ha credibilità se privo di qualsiasi identità. Ma se indossa la divisa del militare americano impegnato a denunciare gli errori della guerra, piace molto meno. “Green Zone” non è un semplice film che si serve della spettacolarità per portare in scena un racconto di guerra e di azione il più avvincente possibile. “Green Zone” è un film storico. Si sforza (riuscendoci visivamente) di collocare nella maniera più appropriata eventi verificatisi nel 2003. E soprattutto prospetta  una verità secca: la guerra in Irak fu dichiarata dagli americani per volere di un gruppo occulto, ben organizzato e capace anche di influenzare abilmente (con la menzogna) i media. Immediatamente verrebbe voglia di pensare alla CIA. Invece in “Green Zone” la CIA, che ha fornito alla cinematografia hollywoodiana le credenziali dei cattivi cospiratori nell’ombra, stavolta non solo non c’entra nulla, ma è al servizio della giusta causa. Il male si nasconde dentro le più alte responsabilità dello staff presidenziale. Il volto di colui che orchestra con spregiudicatezza il gioco sporco, rimanda a quello di Donald Rumsfeld, all’epoca dei fatti segretario alla difesa. Un ultraconservatore, considerato il “falco” più determinato dell’amministrazione Bush, per alcuni il vero ispiratore dell’intervento armato e il responsabile del fallimento militare (Rumsfeld si dimise nel 2006, dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di mezzo termine, e tale atto consentì un cambiamento di strategia militare, alla prova dei fatti rivelatosi molto più efficace del precdente).

La questione della presenza di pericolose armi nelle mani di Saddam (fatto fino ad oggi non dimostrabile) spiegherebbe dunque la guerra. Quindi se non ci fosse stata questa “scorciatoia” costruita con l’inganno, la guerra non sarebbe stata possibile. Ma proviamo a vedere la storia da un’altra angolazione. Ritorniamo al contesto in cui maturò l’intervento, con l’aiuto del libro di memorie di uno dei protagonisti di alto rango negli otto anni di presidenza Bush: Carl Rove. Il giornalista, politologo, mago delle strategie elettorali, nonché consigliere fra i più ascoltati del presidente, ha da poco pubblicato “Courage and Consequence. My Life as a Conservative in the Fight” (Threshold Edition, pag. 596, 30 $). Rove ripercorre gli anni con Bush, in un racconto ricco di fatti, nomi, eventi, dichiarazioni, curiosità, rifuggendo retorica e giudizi affrettati. La sua è la visione di un dichiarato conservatore. Ricorda l’11 settembre 2001. Un consigliere alla sicurezza del presidente, appena quest’ultimo venne informato del’attentato, e ancor prima che la seconda torre venisse centrata, per sbriciolarsi a terra, seppellendo migliaia di vittime, insieme alla gemella, disse a Bush: «siamo in guerra». E ricorda come in una conversazione in videoconferenza con il segretario di stato Colin Powell, che si trovava in Sud America, il presidente abbia detto che era iniziata una guerra al terrore, e che quella sarebbe stata, da quel preciso istante, la direttiva prioritaria della sua amministrazione. Infine nel discorso alla nazione, poche ore dopo l’attentato di New York, Bush indica la necessità di intraprendere una guerra al terrorismo, porre un rimedio ai limiti della sicurezza nazionale rivelatasi inadeguata e fronteggiare paesi pericolosi come l’Afghanistan. Carl Rove fissa un giudizio: la presidenza di George Bush passerà alla storia per l’11 settembre. Senza fare i conti con questo passaggio epocale, che chiude una stagione e ne apre un’altra, ancora tutta da comprendere, ogni rappresentazione degli eventi è destinata a lasciare il tempo che trova.  

La storia può anche essere riscritta. Da sempre è stato così. Ogni generazione rimette mano al passato. Per tutto il Novecento il film di finzione è stato un mezzo prioritario per la riscrittura della storia. Il cinema americano questa lezione la conosce benissimo. E puntualmente la mette in atto. “Green Zone” è un grande, affascinante videogioco sulla tesi del complotto. La storia però, è bene ricordarlo, non è né un film, né un videogioco.