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Censura o libertà?

Guerra a Trump, ora Twitter diventa un editore

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Oggi il titolista collettivo diffonde a piene mani la notizia che Donald Trump vuole “punire Twitter”, emettendo anche un’ordinanza dal contenuto censorio.

Il problema è che, come al solito, se uno non si accontenta di notizie di terza mano dovrebbe fare lo sforzo di leggere la disposizione, che pure è stata diligentemente pubblicata. O magari andarsi a cercare qualche resoconto che non sia tagliato con l’accetta: per esempio, quello – esaustivo – di Riccardo Luna su Repubblica.

 

Per prima cosa bisogna tornare un po’ indietro e risalire agli albori del Web (anno 1996): “In rete c’erano solo alcuni pionieri entusiasti. Amazon era appena nata, Google ancora non c’era, per cercare qualcosa si usava Altavista. Ed era pieno di forum dove potevi scrivere quello che volevi. Era l’apoteosi della libertà. Per mettere un freno agli abusi il Congresso approvò la Legge sulla comunicazione ‘decente’ intesa come decorosa: voleva essere un argine, ma grazie alle battaglie di molti attivisti della rete, in particolare della Electronic Frontier Foundation, passò un principio fondamentale (sancito dalla Section 230 del CDA). Questo: “No provider or user of an interactive computer service shall be treated as the publisher or speaker of any information provided by another information content provider”. Vuol dire che nessuna piattaforma potrà essere considerata responsabile [come invece succede a un editore], per i contenuti postati dagli utenti. Come ha scritto il professor Jeff Kosseff, in un libro dello scorso anno, quelle sono ‘le ventisei parole che hanno creato Internet’. Senza non ci sarebbero i video di YouTube, i commenti ai blog, e i social network”.

 

Poi sono venute le cosiddette fake, gli esiti politici imprevisti favoriti dalla rete (la vittoria di Trump e la Brexit in primis) e si è fatta strada l’idea che le piattaforme come Twitter e Facebook dovessero controllare la veridicità dei contenuti pubblicati: una tendenza insidiosa, e con ogni evidenza zeppa di risvolti rischiosi (chi controlla? chi potrebbe assicurare una cosa così aleatoria come la neutralità?), eppure considerata sempre più necessaria, soprattutto dopo lo scoppio dell’epidemia del Coronavirus, quando le distorsioni informative sono diventate potenzialmente molto dannose. “E i social network improvvisamente entrano in campo: se fino a quel momento, per usare una metafora, sono stati i proprietari e gestori della stadio che seguivano la partita dalla tribuna, indossano la casacca dell’arbitro e si mettono ad ammonire ed espellere i giocatori. Quali? Quelli che contravvengono alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che diventa così il nuovo Ministero della verità globale”.

 

Ecco allora che Jack Dorsey, fondatore di Twitter, improvvisamente decide che è venuto il momento di contrastare le balle, non solo quelle sul coronavirus, ma anche quelle dei politici, Presidente compreso.

Il 27 maggio Trump posta l’affermazione che il voto postale può essere soggetto a imbrogli. È un’opinione che ha pieno diritto ad esprimere, come il suo rivale Biden quella contraria. E, rileva Fulvio Scaglione in un intervento su Famiglia Cristiana molto puntuale e azzeccato anche nel sottotitolo (Siamo davvero disposti ad affidare i nostri diritti alla benevolenza di un algoritmo?), “Quello che non si capisce è quale diritto abbia un’azienda privata come la Twitter a ergersi a giudice della verità”. Sotto i due tweet di Trump – indicati come fuorvianti – è comparso in azzurro l’invito a “get the facts”, rimandando ad una pagina in cui si spiegherebbe perché il voto postale non comporta frodi. Non si sa neppure chi abbia raccolto il materiale “vero” e con quali criteri. Potrebbe essere stato uno dei soliti insindacabili “algoritmi” o al limite uno stagista tifoso di Biden. Insomma, la faccenda ha tutto l’aspetto di un grave abuso, metodologico e fattuale.

Coglie la palla al balzo il rivale Mark Zuckerberg, che in un’intervista a Fox News, dichiara che Twitter ha sbagliato e che i social non devono diventare ‘arbitri della verità’, “sorvolando sul fatto che sono mesi che i suoi fact checkers e a volte direttamente i suoi algoritmi censurano, rimuovono e bollano post considerati falsi”. Abbiamo dimenticato la magra figura fatta in Italia con la rimozione di Casapound, un partito politico che non è fuori legge e che il Tribunale di Roma il 29 aprile ha ordinato di reintegrare in Facebook?

 

Ma in sostanza qual è il cuore del problema? È che se la piattaforma interviene sui contenuti, diventa un editore a tutti gli effetti: il che vorrebbe dire essere responsabili di ogni post, di ogni foto, di ciascun video. Questo alla fine è il senso dell’intervento di Trump: se fai l’editore, è ancora valida la Section 230 del CDA?

 

E i democratici scandalizzati dall’intervento “censorio”? Hanno velocemente rimosso il fatto che Joe Biden, non più tardi di gennaio ha assicurato che se diventerà presidente cancellerà subito la famosa 230.

Il cerchio si chiude, con la quasi certezza che Internet come lo conosciamo, con la sua disordinata e caotica libertà di espressione, conoscerebbe comunque la sua fine.

 

Postilla (illuminante): nel frattempo da noi, che siamo notoriamente la patria del diritto, scambiano il sito Gutenberg per un fornitore di contenuti-pirata e ne chiudono gli accessi.

Progetto Gutenberg in realtà è una rispettabile e professionale piattaforma internazionale che rende disponibili opere di pubblico dominio, libere dal diritto d’autore: tutto il contrario dei siti pirata, insomma. Ma nel corso di un’indagine della Procura di Roma finisce in “una rete a strascico”, con la seguente surreale motivazione: in esecuzione di un medesimo disegno criminoso” era finito in canali privati tipo Telegram che, oltre il link al Gutenberg, linkavano anche a molti siti pirata! L’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), nel dare notizia della surreale iniziativa giudiziaria, stigmatizza “il fatto che migliaia di cittadini italiani oggi si vedono interdetto l’accesso a una iniziativa meritoria e di pubblica utilità quale il Progetto Gutenberg, considerato tra le principali espressioni a livello internazionale della libertà di accesso alla conoscenza, che è un aspetto fondamentale della libertà di espressione”. E conclude: “Anni fa, l’AIB segnalava che gli eccessi della protezione del copyright e guardiani della rete troppo zelanti possono incidere sulle libertà individuali degli utenti. Quanto accaduto nel caso del Progetto Gutenberg è un caso in cui questo rischio si è concretizzato”.

 

Insomma, quando si tratta di chiudere e proibire, non ci facciamo mancare mai nulla. Ovviamente sempre recriminando sulle pulsioni liberticide altrui.

 

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