Guerra all’Occidente: l’arte del jihad contro gli infedeli

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Guerra all’Occidente: l’arte del jihad contro gli infedeli

08 Maggio 2009

La guerra coranica
Michael Rubin sul Weekly Standard dell’11 maggio scrive un interessante commento, un po’ polemico, sulle strategie adottate contro i talebani in Afghanistan e Pakistan. Accusa Hillary Clinton di non aver ben compreso la portata dell’estremismo islamico, del suo pensiero strategico, e di ritenere che invece sia semplicemente causato da situazioni di malessere sociale ed economico da risolvere con interventi improntati che favoriscano lo sviluppo economico. Rubin, esperto di Medio Oriente nonché esponente del famoso think tank neoconservatore American Enterprise Insitute (AEI), afferma che “il segretario Clinton non è sola nel suo rifiuto di comprendere che la sfida portata dai Talebani è essenzialmente ideologico-religiosa e non causata da ingiustizie”. Per spiegare questa affermazione, lo studioso americano cita l’ideologo jihadista Abu Bakr Naji, che nel 2004 pubblicò un trattato intitolato, incredibile ma vero, “The Management of Savagery (Idarat at-Tawahhush) o “La gestione della ferocia”. Questo lungo libro per fortuna è disponibile in inglese e quindi è diventato un testo di riferimento per comprendere – leggendo una delle fonti originarie – il pensiero estremista islamico; la sua lettura è estremamente istruttiva anche per il motivo che offre un’idea della complessità di quel mondo: qui infatti si rifiuta la tattica di Al Qaida di insorgenza globale slegata da rapporti stretti con qualsiasi territorio e nazione, sostenendo invece la necessità di occupare innanzitutto un delimitato spazio geografico su cui imporre la propria legge coranica. Il testo è interessante anche perché offre una visione estremamente obiettiva sia sul punto di vista islamico rispetto agli occidentali che ai punti di forza e di debolezza di questi ultimi. “O popolo! La depravazione del soldato russo è due volte quella del soldato americano. Se gli americani soffriranno un decimo delle perdite sofferte dai russi in Afghanistan e Cecenia, essi andranno via e mai ritorneranno. Questo perché la struttura attuale dell’esercito americano e di quelli occidentali non è più la stessa di quella durante l’era coloniale. Essi hanno raggiunto un tale stadio di effeminatezza che li rende inabili a sostenere battaglie di lungo periodo, una debolezza che compensano con un ingannevole alone mediatico” .

Assieme a questo libro, ve ne è un secondo, anch’esso reperibile in inglese e on line (per chi ne volesse ordinare una copia può rivolgersi ad Amazon): “The Coranic Conception of War” (1979) del generale di brigata dell’esercito pakistano, S.K. Malik, con prefazione dell’ex ambasciatore del Pakistan in India, Allah Bukhsh K. Brohi. A conferma dell’importanza di questo testo vi è il suo ritrovamento tra gli zaini dei talebani in Afghanistan. Ma per felicità dei lettori, esiste una recensione americana del libro tradotta in italiano dalla Fondazione Camis de Fonseca. Il saggio inizia con una distinzione tra Dar al Islam (la casa dell’Islam) e Dar al Harb (la casa della guerra – i paesi non islamici), con una strana idea di guerra difensiva che consiste nel dovere per ogni musulmano di rimuovere, anche con la forza, tutti gli ostacoli alla diffusione dell’Islam. Se poi qualcuno dubitasse della raffinatezza del pensiero islamico, può fermarsi a riflettere sulla seguente citazione: “In guerra il nostro principale obiettivo è rappresentato dalla mente o anima del nemico, la nostra maggior arma di offesa contro questo obiettivo è la forza delle nostre proprie anime e per lanciare un simile attacco dobbiamo scacciare la paura dai nostri cuori… Il terrore provocato tra i cuori dei nostri nemici non è solo un mezzo, è un fine in se stesso. Una volta che è ottenuta una condizione di terrore nel cuore del nemico, possiamo raggiungere qualsiasi scopo. E’ il punto dove i mezzi e i fini si incontrano e si mischiano. Il terrore non è un mezzo per imporre le decisioni al nemico; è la decisione che noi vogliamo imporre a lui” (pag 59). Cioè di per sé e questo è possibile  perchè “il terrore può essere instillato solo se la fede del nemico è distrutta. Per instaurare il terrore nei cuori del nemico, è essenziale, in ultima analisi, che la sua fede sia sradicata”.

Mi sembra che non ci sia bisogno di commenti, spaventa una simile lucidità di analisi e vengono alla mente le parole che Cormak McCarthy fa dire allo sceriffo in “Non è un paese per vecchi” (cito a memoria): “Non si può vincere una guerra se non si crede in Dio”. Se questa, dunque, è una guerra ideologica, che militarmente può essere solo arginata, ne consegue che il terreno delle idee è quello principale. Per curiosità, ecco un documento, riservato fino a poco tempo fa, del Counter Terrorism Communication Center sul linguaggio da adottare contro Al Qaida e le altre organizzazioni terroristiche di matrice islamica. Il documento inizia con una massima che dovrebbe essere tenuta a mente sempre nella lotta, e non solo: “Non è importante quello che dici, ma come loro ti capiscono”.

Pakistan e Afghanistan
La situazione nel cosiddetto Afpak rimane quindi sempre difficile e problematica, come dimostra l’incidente dove sono morte cento cinquanta civili ad opera dei bombardamenti americani e nonostante gli incontri a Washington tra i tre presidenti. In un chiaro articolo su Foreign Policy, ci si chiede quando il Pakistan si risveglierà dal torpore che lo sta portando al collasso. Il generale Petraeus ha dichiarato che le prossime settimane saranno decisive, mentre Kilcullen sostiene che il paese potrebbe collassare entro sei mesi. In questo stato di apatia la popolazione ha sviluppato una grande tolleranza per le forze antigovernative come i talebani…La maggioranza silenziosa è diventata acquiescente permettendo ai radicali di trovare rifugio tra loro piuttosto che scegliere la strada della ribellione”. Anche il giornalista vincitore del premio Orwell Patrick Cockburn  è pessimista sullo stato del paese, ma in modo particolare sulla volontà e capacità del suo presidente Karzai di sconfiggere il terrorismo. “In Afghanistan vi sono grandi opportunità. Il regime dei talebani è sempre stato odiato dalla maggioranza della popolazione che è stata contenta di vederlo crollare. La presenza degli americani è stata ben accolta dalla maggioranza. Gli aiuti per la ricostruzione dall’estero non sono stati molti, ma abbastanza da fare la differenza per gli afgani. Sono state le disfunzioni create dai signori della guerra e dai criminali tollerati da Karzai che hanno aperto la porta ai talebani”.

Stati Uniti
Lo stato della guerra al terrorismo negli Stati Uniti viene illustrata in questo rapporto che esce annualmente a cura del Dipartimento di Stato.

Israele
Shimon Peres ha rilasciato il 5 maggio un’intervista dove sostiene un principio molto importante: che Israele è disposto a pagare un prezzo alto per la pace e che la situazione attuale in Medio Oriente è piena di rischi ma anche di opportunità. 

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