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Ha 18 anni il bimbo nato più prematuro del mondo

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Si sta discutendo in questi giorni in varie sedi sulle cure da riservarsi ai bambini piccolissimi, quelli cioè nati estremamente prematuri. E’ un argomento importante che dovrebbe essere seguito con molta attenzione. A questo proposito, è da poco caduto un anniversario speciale. Ha appena compiuto 18 anni il bambino nato più prematuramente al mondo. Si chiama James Gill, è nato nell’Ontario e… pesava alla nascita 490 grammi: poco più di una lattina di Coca Cola. Era stato concepito 22 settimane prima ed era dunque nato proprio appena la natura aveva reso possibile la sopravvivenza fuori dall’utero materno. Ovviamente ha avuto bisogno di tante cure intensive. I genitori hanno sofferto e sperato… ma ora lui è vivo, è sano.

Ci riporta questo caso a considerazioni di attualità: bisogna fissare un numero di settimane dal concepimento al di sotto del quale non curare i bambini che dovessero loro malgrado nascere? Viene da domandarsi perché in Europa ci sono proposte che tendono a dare un limite sotto cui non tentare le cure, diverso dal limite sotto cui il bambino non può sopravvivere. Insomma, c’è chi propone di non rianimare i nati al di sotto delle 24 o 25 settimane, quando i limite per sopravvivere è di 22-23 settimane. Perché non dare a tutti una chance? Del resto, se l’organismo non è pronto per la sopravvivenza, saranno sforzi inutili di breve durata; ma se ce la fa… sarà la salvezza di una vita.

Certo: molti prematurissimi avranno varie forme di disabilità: alcuni più grave, altri meno. Ma alla nascita nessuno ha in mano la sfera di cristallo per prevedere chi e in che misura riporterà delle conseguenze: non esistono strumenti che diano una prognosi sicura appena nati. D’altronde, se vediamo un incidente stradale con gravissimi feriti, e capiamo che le possibilità che muoiano sono alte, cosa facciamo: non chiamiamo subito l’ambulanza?

E’ vero anche che la disabilità è una condizione spesso durissima: su questo dobbiamo fare tre riflessioni. La prima è che dovrebbe essere il paziente a dire che la vita per lui è insopportabile e questo nel caso di un neonato è impossibile. La seconda è che rarissimamente dei disabili gravi chiedono di morire e questo la dice lunga a chi crede che la morte sia meglio di una malattia grave. Terza osservazione: alla disabilità lo Stato dovrebbe o non dovrebbe rispondere in primis con la solidarietà sociale ed economica?

Negli anni ’60 il 90% dei bambini sotto il chilo di peso moriva. Sarebbe stato giusto in quegli anni, vista la bassa sopravvivenza e il rischio di disabilità, dire che curare i bambini di meno di un chilo era accanimento terapeutico, dunque sforzo da evitare? Quanti bambini non sarebbero allora stati rianimati, James Gill non sarebbe diventato uno studente liceale e come sarebbe rimasta indietro la nostra capacit%C3

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