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La festa importata

Halloween: moda americana, festa celtica o anti-festa cristiana

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Quella di Halloween è una ricorrenza che fino a circa un decennio fa era completamente sconosciuta in Italia ed in genere nei Paesi europei. Complice la globalizzazione e l’americanizzazione dei costumi, da qualche anno l’ormai celebre festa del 31 ottobre viene vissuta anche da noi dalle nuove generazioni e rilanciata in termini commerciali.

Basti guardare, in tempi normali, i locali agghindati, le zucche, le candele, l’usanza dei travestimenti e delle maschere: insomma, un vero e proprio mix di mondanità importata da oltreoceano. Ma possibile che un qualcosa di così apparentemente estraneo abbia prese piede con tale facilità anche tra i giovani della vecchia Europa?

Com’è ormai pacifico, le origini di Halloween affondano nella festa celtica di Samahin, la notte di passaggio tra estate ed inverno, in cui il velo spazio-temporale che separava il mondo dei vivi da quello dei morti poteva essere oltrepassato.

E’ noto che caratteristica di tutte le feste è che il vivere consueto si sospende: la rigenerazione degli uomini passa attraverso la rottura di una concezione lineare del tempo per riprenderne una ciclica, dov’è necessario riproporre, in forme rituali, una sorta di caos extra ordinem, fattore concepito quale indispensabile per una ri-nascita. Franco Cardini ci ricorda che la festa non è niente altro che “è un esorcismo di proporzioni comunitarie contro le forze della distruzione. La festa è una terapia di gruppo, una forma di vaccinazione a livello psicosociologico: inocula nella comunità festeggiante il virus della distruzione nella quantità necessaria e sufficiente a provocare una reazione immunizzante”. Cosa che detta in questi tempi provoca qualche facile riflesso.

Il tempo festivo, d’altronde, è un tempo che si oppone, nell’uso e nelle forme, a quello usuale, normale. Pensiamo all’abitudine dei lunghi pranzi e delle numerose pietanze, vere e proprie rotture con l’ordine alimentare ordinario, al capovolgimento delle gerarchie con il contemporaneo protagonismo di coloro che di solito sono meno importanti, ai costumi, al travestimento, alla musica.

Durante la festa sono consentiti comportamenti di norma vietati o considerati inadeguati: è il trionfo del vino, delle abbuffate, dei dolci, dello scherzo, del rumore ed in genere di cerimonie collettive caratterizzate da comportamenti improntati all’eccesso e alla sfrenatezza. Chiarissimo sul punto Mircea Eliade: « …il senso nascosto dell’orgia rituale – intesa come comportamento di rottura, e non nella (sola) accezione mediatica attinente alla sfera sessuale – era questo: la fusione di tutte le cose, la soppressione di tutti i limiti, la sospensione di ogni «forma», di ogni distanza e discriminazione».

Dunque la festa “libera” la società dall’accumulo di tensione, essa cioè funge proprio da grande esorcismo comunitario che, attraverso i riti – ossia quei comportamenti canonizzati e ripetuti nel tempo secondo una tipica formalità – viene praticato a livello quasi inconsapevole. Attraverso il rito, però, in realtà si manifesta proprio quel Sacro – che apparentemente risulta essere totalmente profano – che stava alla base, alle origini della festa: esso dunque, nonostante sia stato sia stato bandito dal suo ruolo proprio che, per secoli ed in tutte le civiltà, è stato pubblico (rectius comune) e confinato in angusti angoli strettamente privati, ritorna visibile e percepibile.

Più esattamente, attraverso i riti l’uomo oltrepassa il confine situato fra la comune durata temporale: instaura quello che si chiama il Tempo Sacro e che è sacro in quanto mitico e primordiale e che attraverso la ritualizzazione diviene un eterno presente.

Questo discorso, valido per ogni festa, è particolarmente evidente in Halloween caratterizzata da un aspetto ludico (tutto diviene una sorta di gioco), dal protagonismo di categorie che di solito non sono ai livelli gerarchici del sociale (i bambini), dall’atmosfera di festa, dal cambio di abitudini alimentari (i dolci), dal permettere ciò che di norma non viene permesso (lo scherzo), dalla costruzione di immagini diverse dal proprio io e che richiamano aspetti primordiali (la maschera). Ed è presente, altresì, tutto il rituale dell’esorcismo collettivo, con tanto di simboli e formule: le zucche, le candele, lo spostarsi casa per casa ripetendo in continuazione “dolcetto o scherzetto?”.

Date queste premesse, viene dunque da chiedersi perché alcune associazioni nonché ambienti cattolici si scaglino con forza contro questa usanza americana e non con altre.

Fanno ciò per ragioni storiche, come pensano alcuni, ossia per eliminare gli ultimi residui di cripto-paganesimo che in Halloween sarebbero presenti? Lo fanno per ragioni identitarie, cercando di difendere quello che resta dell’Europa cattolica e cristiana da un modello estraneo alla sua cultura? O lo fanno per ragioni prettamente teologiche, avendo ben presente i concetti della Dottrina?

Forse una risposta semplice prevede in realtà una sintesi di tutto ciò, sebbene spesso si tratti di una reazione superficiale.

Una risposta complessa, invece, passa attraverso un’analisi più approfondita. Pertanto, innanzitutto occorre almeno sgombrare il campo da una questione: la storiella che la Chiesa avrebbe distrutto le antiche religioni pagane imponendo la cancellazione di riti a vantaggio del cristianesimo, pecca di semplicismo e di incongruenza. Infatti, proprio il cristianesimo, inverando ciò che doveva essere inverato, è stato nei fatti canonizzato su feste, rituali e credenze pre-cristiane (la stessa nascita e messa a morte del Cristo – vero Dio e vero Uomo-, in quanto Sol Iustitiae, sono una vera e propria teofania solare).

Dunque, se la Chiesa, in forza della Rivelazione, ha contribuito ad inverare aspetti che ritroviamo persino per la Settimana Santa e per il Natale, certamente i momenti più importanti dell’intero anno liturgico, perché per Halloween è diverso? Perché non accettarne il substrato storico, ossia l’antica festa pagana di Samahin, che diviene per i cristiani la celebrazione dei Santi e il ricordo dei defunti?

Il fatto è che la festa di Halloween nel corso del tempo ha subito una serie di trasformazioni ed infiltrazioni da ambienti palesemente anti-cristiani, al punto che il suo potere esorcizzante si è rovesciato in una sorta di esorcismo al contrario: esso cioè, rispetto a tutte le altre feste, anche non religiose, anche apparentemente e completamente ludiche e profane, non chiede la liberazione da forze negative e/o demoniache (si pensi a titolo di esempio ai rituali della pizzica salentina e al fenomeno del tarantismo, con le continue invocazioni ai Santi), ma al contrario si immedesima con esse, o addirittura le invoca o ne favorisce la manifestazione.

Nella modernissima ed occidentale festa di Halloween, dunque, si perde l’originario e delicatissimo aspetto del ricordo dei defunti e del tenere lontani gli spiriti maligni, che pure era presente nei rituali del Sahmain celtico, per divenire solo la porta tra la dimensione dei vivi e quella dell’occulto, grazie ad elementi di matrice satanista che si sono inseriti a partire dal XVIII secolo negli USA. In altri termini, non ha senso opporsi ai festeggiamenti di Halloween per mera “americanata”, per le origini celtiche della festa (che una volta cristianizzata sarebbe potuta essere al pari delle altre) ma, semmai, proprio per la sua volgarizzazione che, accompagnata alla desacralizzazione di ogni aspetto sociale nell’occidente moderno, ne ha nascosto il potenziale esoterico negativo.

Del resto, ciò è confermato dal persistere di tradizioni prettamente europee, come nel sud Italia dove vi è stata una presenza normanna, in Sardegna, o nelle regioni e nei Paesi del nord direttamente influenzate dai celti, dove ancora fino a qualche anno fa era d’uso lasciare le tavole imbandite la notte di Ognissanti per la credenza che le anime purganti passassero metaforicamente a nutrirsi in attesa della Resurrezione.

Tradizioni popolari cristianizzate e quindi tollerate dalla Chiesa, per il carattere eterno di religio mortis e dunque di rispetto e di legame positivo vero il trascendente, la realtà ultraterrena e la Luce.

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1 COMMENT

  1. A quelle vecchie usanze ricordate dall’autore si potrebbe aggiungere il “gioco” infantile ciociaro delle “corna di San Martino”, che l’amico Renato Tamburrini poterbbe descrivere bene, avendoci, lui ciociaro, partecipato, da piccolo, negli anni in cui era ancora praticato.

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