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Hillary Clinton riscopre la Dottrina Bush per il Grande Medio Oriente

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“In troppi luoghi, in troppi modi, le fondamenta della regione stanno affondando nella sabbia”. Così il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha messo in guardia gli autocrati arabi con un notevole discorso pronunciato la scorsa settimana in Qatar. 

Il paesaggio arabo attorno a lei ne ha fornito un’ampia conferma. In Tunisia, Zine el-Abidine Ben Ali, un despota che è stato al potere per quasi un quarto di secolo, stava vacillando. La sua gente aveva sconfitto la paura ed era scesa per le strade. Al Cairo, il Faraone che la Pax Americana ha assecondato per cinque presidenze statunitensi ha dato l’impressione che stesse perdendo la mano, con il suo paese una volta tollerante ormai divorato da problemi di natura settaria tra musulmani e copti. Il Libano, che era stato una vetrina del successo americano nella regione, viveva di nuovo l’agonia di una crisi politica. 

Ma c’è stata una verità sulla quale il nostro segretario di Stato è scivolato. Quella dell’affondare nella sabbia è stata anche la visone del mondo che ha informato l’approccio del presidente Obama al Medio Oriente. 

Obama è entrato in carica con la convinzione di conoscere e capire il mondo islamico. Era fiero che l’Islam fosse una parte della propria identità. Era sicuro che la politica del suo predecessore si fosse inimicata l’Islam. Alla “diplomazia della libertà” del presidente Gorge W. Bush non è stata concessa la grazia di una degna sepoltura. “L’deologia è così sorpassata”, aveva proclamato con fierezza il segretario Clinton all’inizio del 2009. La Realpolitik doveva essere all’ordine del giorno. 

La diplomazia di Bush aveva lanciato un aperto attacco ideologico alla teocrazia iraniana. Obama gli offre un ramo d’ulivo e una promessa d’impegno. La Siria è stata sbattuta fuori dal Libano e considerata come un regime rinnegato che aveva fatto del proprio meglio per ostacolare la guerra americana in Iraq. La diplomazia di Obama offre la riabilitazione diplomatica per coloro che detengono il potere a Damasco. 

E così ai despoti della regione è arrivata la voce che la campagna americana in nome della libertà che aveva lanciata Bush nel 2003 era stata interrotta. Una nuova democrazia irachena, che la potenza americana aveva contribuito a far venire alla luce, stava combattendo per la vita. L’amministrazione Obama tiene l’Iraq a debita distanza. 

Tale cessazione dell’appoggio alla democrazia è stata crudelmente messa in evidenza nell’estate del 2009, quando gli iraniani si sono sollevati in rivolta contro chi li comandava. È vero: era tutt’altro che probabile che la diplomazia americana potesse alterare il crudo equilibrio di potere tra il regime e i suoi oppositori democratici. Ma la timidezza del potere americano e il rifiuto da parte dell’amministrazione Obama di abbracciare la causa dell’opposizione dev’essere riconosciuto come uno dei più grandi imbarazzi morali per la politica estera statunitense. 

Nessuno ha fatto appello al presidente affinché stanziasse i Marines a Teheran, ma la deferenza mostrata dalla più importante potenza liberale nei confronti di uomini che avevano sguinzagliato i vigilantes contro la propria stessa gente è stata al tempo stesso un fallimento morale e strategico. Un presidente americano che era tanto orgoglioso della propria oratoria non è riuscito a trovare il linguaggio adatto per esprimere l’antica convinzione americana per la quale il nostro paese è investito, da un punto di vista morale e strategico, del compito di diffondere e far trionfare la libertà. 

Obama ha affermato di voler trattare con la teocrazia e con simili regimi fino a quando questi si fossero mostrati disponibili a “distendere il pugno”. Invece ha preso piede una dittatura ancor più spietata. I teocrati non avevano interesse a fare concessioni a Obama. Erano certi di poter mantenere le proprie posizioni, e certi che l’America fosse destinata a capitolare. Chi comanda in Iran ha valutato Obama: l’opposizione in patria si poteva spezzare e la campagna per l’egemonia nella regione e per gli armamenti nucleari poteva essere portata avanti senza correre rischi eccessivi. 

Non c’è da stupirsi che il movimento Hezbollah abbia mostrato una tale aria di sfida negli ultimi giorni. I sodali dell’Iran in Libano ne hanno fatto cadere il governo di coalizione mentre il primo ministro Saad Hariri s’incontrava con Obama. 

Ora, un tale tipo di gioco è, per gli standard di Hezbollah, un peccato di minore entità. I leader di Hezbollah hanno tolto le tende in previsione di un’accusa ai membri da parte di un tribunale internazionale che indaga sull’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. 

Ma una innegabile verità si libra sui cieli del Libano: il decadere della potenza americana. Cinque o sei anni fa, la ribellione libanese contro Damasco era stata incoraggiata dalla forza e dalla protezione americana. La “Rivoluzione dei Cedri” che ha causato il ritiro delle truppe siriane è stata figlia al tempo stesso del Libano e figlia della presenza e del prestigio americano in quella nazione. 

Ma i siriani erano impazienti di recuperare quel che avevano ceduto sotto coercizione. La sollecitudine dimostrata a Damasco dall’amministrazione Obama ha convinto i Libanesi che a Washington stesse soffiando un vento diverso e che loro e la loro nazione stavano venendo ceduti nell’ambito di una risoluzione siriano-americana. Anche a trovarsi nella migliore delle situazioni, sarebbe difficile per i libanesi, divisi gli uni dagli altri come sono stati nella loro storia moderna, mantenere la presa contro la Siria. Ma il fatto che gli Stati Uniti li abbiano abbandonati è stato un colpo devastante per chi tra questi aveva desiderato un ordine politico di pace e di normalità per il proprio paese. 

Il potere delle autocrazie della regione ha fatto nascere la convinzione che esista un “eccezionalismo arabo-islamico” all’appello per la libertà. Nei suoi anni di ascesa, la diplomazia di Bush si è battuta contro la “morbida bigotteria delle basse speranze”. Si è trattato di una suprema ironia il fatto che Barack Obama, il quale aveva parlato di una grande apertura nei confronti del mondo islamico, abbia ricondotto la politica americana alla sua antica accettazione della “diversità” degli arabi e all’inevitabilità della tirannide fra di essi. 

C’è voluto un po’ di tempo ai tormentati liberali musulmani per comprendere l’indifferenza morale dell’amministrazione Obama. Ma alla fine hanno capito, e nella loro lotta impari contro le tirannie che hanno fra di essi hanno operato in base al ragionevole assunto che la più grande potenza liberale al mondo non aveva interesse nella promozione della loro libertà. 

All’improvviso è venuta la Tunisia, come un fulmine a ciel sereno, e gli arabi, sia chi è al governo che le opposizioni, stanno a guardare e a chiedersi se questo non sia il primo pezzo del domino a cadere o un semplice caso isolato. In Tunisia, la situazione sarà messa alla prova per quel che riguarda l’eventualità che gli arabi sappiano liberarsi dell’orribile scelta tra gli autocrati in sella e i radicalismi islamici nell’ombra. “Our president and king must be go”, recita un post su un quotidiano online tunisino. La grammatica lasciava a desiderare, il sentimento era facile da rilevare. 

Per un fugace momento, in Qatar, George W. Bush ha dato l’impressione di fare un furtivo ritorno nell’arena diplomatica. Era lì, reincarnato nella persona di Hillary Clinton, e portava quel quintessenziale messaggio americano per il quale il nostro paese non può restare indifferente alle disposizioni interne di terre straniere. Il mondo arabo presenta una grande sfida strategica e morale. Si tratta di Stati con un contratto rescisso tra chi governa e chi è governato. Chi governa produce proprio quel terrore e quella rabbia che propone di ostacolare. Nel frattempo i dissidenti restano un’incognita, grande e preoccupante.

© The Wall Street Journal
Traduzione Andrea Di Nino

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