Home News “Ho accettato per dovere”. L’intervista al medico volontario di Vò, premiato da Mattarella

L'esempio

“Ho accettato per dovere”. L’intervista al medico volontario di Vò, premiato da Mattarella

“Penso che questo riconoscimento personale sia un segnale di apertura del Presidente verso i medici che hanno lavorato e lavorano nel territorio”. A parlare al telefono è Paolo Simonato, 29 anni, uno dei tre medici di famiglia premiato Cavaliere della Repubblica da Mattarella per aver sostituito a Vò i tre colleghi posti in isolamento domiciliare allo scoppio dell’epidemica da Coronavirus.

Era il 23 febbraio quando Paolo apprese la notizia che c’era bisogno di assistenza medica nel comune padovano: “Mi trovavo a Oxford, da mio fratello” che, come l’altro fratello più grande, è medico. “Ho accettato in modo quasi istintivo: sono atterrato a mezzanotte e il giorno dopo ero operativo”. In quei giorni Vò, paese di poco più di 3000 abitanti, era stato blindato come una “zona rossa”. È proprio qui che si registrò la prima vittima di Coronavirus.

Paolo, insieme a Mariateresa Gallea e Luca Sostini, con cui oltre ad un rapporto professionale vanta un legame di stima e amicizia, ricorda le difficoltà sorte fin da subito: “I primi giorni sono stati di fuoco: non c’erano linee guida da seguire, insieme ai miei colleghi ho imposto delle regole e adottato dei principi precauzionali, tra cui chiudere l’ambulatorio fin dall’inizio. Non si conosceva il virus e volevamo tener sterile e pulito l’ambiente”.

Non meno impegnativa da gestire è stata la parte emotiva: “La gente era spaventata. Sono stato tempestato di chiamate, di persone che chiedevano come poter fare i tamponi, pazienti oncologici preoccupati. Nessuno spiegava niente a loro”. Uno dei momenti più difficili, ricorda Paolo, è stato proprio l’inizio: “Il ruolo del medico è dar tranquillità ai propri assistiti, ma in quelle circostanze, senza basi scientifiche e dati clinici alla mano, non è stato facile”.

In quei giorni ci si accorse fin da subito che ad esser invisibile, più che il virus in sé, era la sua trasmissione da corpo a corpo e il contagio da persone asintomatiche. “Il rischio era quello di diventare a mia volta vettore e quindi contagiare, senza saperlo” sottolinea Paolo. Non era semplice saper distinguere una normale bronchite dal Coronavirus: “C’era gente positiva, che ho visitato a casa, del tutto asintomatica o con sintomi lievi, e c’era gente negativa che presentava sintomi da altre cause”. Ecco perché la regola adottata era, a prescindere, di non far entrare nessuno di cui non si potesse aver controllo. “Devo dire che gli abitanti di Vò sono stati tutti molto collaborativi” riconosce Paolo, residente a Ospedaletto Euganeo, comune non lontano dal paese padovano.

I pazienti fragili, sia anziani che non, venivano visitati a casa. Con alcuni di loro si è creato un rapporto di fiducia. “Il medico che opera sul territorio non deve solo trattare l’aspetto clinico. Il medico di famiglia è una figura all’interno di una comunità che dà una stabilità e una sensazione di normalità” spiega Paolo mentre ricorda come alcune zone sono state etichettate con un’accezione negativa e gli abitanti, vittime di un pregiudizio per lo più proveniente da alcuni Stati esteri, erano stati catalogati come untori. Basta citare le centinaia di ordini di vini annullati, con una conseguenza economica e un danno al settore vinicolo, ben radicato nella zona di Vò, da non sottovalutare. “Il fatto che in questa situazione si sia garantita un’assistenza di base ha rappresentato un segnale di normalità, all’interno di una situazione che è tutto fuorché normale” sottolinea Paolo.

Il contesto descritto dal giovane medico è a dir poco paradossale: “In quei giorni la cosa più assurda era notare la differenza dell’atteggiamento della gente dentro e fuori Vò: al di fuori della zona rossa le persone si comportavano normalmente, a pochi metri dal posto di blocco nessuno usava le mascherine. Una volta entrato nel Comune era come entrare in un’altra dimensione”. Questo accadeva ogni mattina, mentre tutto il mondo volgeva lo sguardo alla Lombardia e al Veneto, e in generale all’Italia, fino ad allora ignara che quel virus scoppiato in Cina avrebbe potuto mettere in ginocchio il nostro Paese.

Oggi Paolo porta con sé la memoria dell’esperienza più difficile da quando è medico: “Il ricordo più grave di quei giorni è stato apprendere del decesso di una mia assistita, a distanza di qualche settimana dalla fine del mio servizio a Vò. Era una signora di cui sentivo quotidianamente i figli e che la persistenza della febbre mi aveva spinto a ricoverare. La notizia della sua perdita mi ha molto addolorato”. Oltre a questo, tuttavia, condivide un pensiero positivo: “In quelle settimane ho dovuto effettuare una medicazione delicata, che di solito si esegue in ambiente chirurgico. Il paziente aveva una ferita importante al braccio, ricordo ancora l’odore e la moglie preoccupata. Per evitare che un’ambulanza lo portasse fuori dalla zona rossa sono andato a casa sua per un ciclo di medicazioni che solitamente avviene in ospedale. La parte più bella è stato ricevere un ringraziamento da parte della figlia. Sentirsi dire di aver fatto un buon lavoro è stato gratificante”.

A distanza di quasi tre mesi e mezzo da quei giorni, non ancora del tutto usciti dall’emergenza Coronavirus, ci si accorge dell’importanza che la medicina generale ha avuto in Veneto “sia per la vicinanza, sia per il prezioso contributo” dato al territorio. La malattia non va gestita solo dal punto di vista clinico, il paziente non va considerato solo un caso. Esistono componenti che toccano corde non meno importanti per la guarigione e il benessere psico fisico della persona. “Per un medico è importante saper far da ponte tra quello che è la malattia e l’aspetto emotivo e la gestione di questa, soprattutto in momenti in cui la preoccupazione e l’ansia assalgono la cittadinanza” torna a sottolineare Paolo.

Ci si domanda, dopo tutto questo, se un riconoscimento del Presidente della Repubblica ai camici bianchi possa mai ripagare l’impegno svolto in quei giorni di confusione, paura e angoscia. Un premio, che Paolo in quel 23 febbraio mai avrebbe pensato di ricevere. Perché allora accettare di andare incontro un virus sconosciuto che aveva già provocato centinaia di vittime in Cina? “La verità è che non si può ragionare sempre per algoritmi e formule. Ho accettato per dovere. E poi nella vita ci vuole un po’ di follia”. Grazie Paolo.

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