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Una domenica da liberali/ 2

I Cattolici, il Risorgimento e l’Italia Liberale

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Cari amici,

grazie innanzitutto per avermi invitato ad intervenire a questo convegno. Prima di entrare nel vivo del mio intervento lasciatemi fare una premessa sul senso di questa iniziativa e, in generale, sull'importanza che potrebbero assumere le celebrazioni del centocinquantesimo dell'Unità. Il processo di unificazione nazionale non ha goduto di buona stampa presso la nostrana storiografia. Differenti correnti storiografiche di sinistra a lungo egemoni, vi hanno infatti individuato la sintesi di tutti i mali che da lí in poi hanno afflitto la vita dello stato unitario. Non a caso Rosario Romeo, riferendosi a questo fenomeno, parló di "storiografia della disfatta.

Oggi, improvvisamente, gli eredi di queste correnti storiografiche sembrano rivalutare il Risorgimento e l'Unità. Lo fanno per ragioni di evidente strumentalità politica: pensano cosí di colpire la Lega e mettere in difficoltà i suoi alleati di governo. Non di meno aprono in tal modo lo spazio di disponibilità per la revisione di giudizi storici consolidati. Sta a noi riempire questo spazio. E riempirlo di storia, non con suggestioni più o meno à la page (Giovinezza accanto a Bella ciao) e tantomeno di memoria (altra moda cara alla sinistra storiografica), che di per sé é selettiva e non puó nemmeno aspirare alla scientificità.

Con questa spirito entro subito nel cuore della mia relazione, dove partendo dalla frattura risorgimentale cercherò di riprendere il filo dei complessi rapporti tra l'universo cattolico e le istituzioni italiane, fino alla conciliazione avvenuta con la firma dei Patti Lateranensi del '29. L'Italia è stata l'unica grande nazione dell'Occidente la cui unificazione si è fatta contro la Chiesa. E il moto unitario che si usa solitamente indicare con il termine "Risorgimento" fu, per non pochi aspetti, anticlericale. Queste peculiarità della nostra storia nazionale hanno condizionato a lungo le relazioni tra religione e politica, contribuendo a rendere per molti anni la legittimazione del nuovo Stato una scommessa da rinnovare ogni giorno. L'ostilità venutasi a creare tra la Chiesa e la nuova entità statale ha provocato, inevitabilmente, una diffidenza tale da rendere necessarie fortissime garanzie.

Un'esigenza, questa, che ha plasmato l'atteggiamento dell'allora classe dirigente nei confronti del rapporto tra politica e religione, spingendola a fornire alla formula cavouriana "libera Chiesa in libero Stato" una lettura istituzionale dalla quale nel 1871 scaturì la legge delle Guarentigie. Tale formula -va precisato- riconosceva l'esistenza di due sfere distinte e separate, ma non negava certamente la presenza diffusa di una componente cattolica, i cui valori e la cui religiosità andavano però trasferiti dall'ambito pubblico a quello della coscienza individuale. Del resto, questa componente era presente all'interno della stessa classe politica liberale.

Accanto alla sinistra storica, legata agli ambienti massonici e ideologicamente anti-cattolica, e alla destra hegeliana c'era, infatti, una parte della destra storica sensibile o, quanto meno, non ostile alla religione. Basti pensare ai liberali Minghetti e Ricasoli. Il panorama politico italiano, a ben vedere, non era omogeneo ma, al contrario, si presentava piuttosto variegato.Al di là di questa precisazione, resta comunque il fatto che le ostilità e le diffidenze reciproche tra Stato e Chiesa si perpetrarono a lungo, anche se con modalità diverse. In un primo momento, sotto il pontificato di Pio IX, i vertici ecclesiastici manifestarono la loro opposizione auspicando una rivincita della Santa Sede sullo Stato liberale. L'idea era quella di sfruttare prima le insorgenze meridionali, poi una qualche difficoltà internazionale del regno d’Italia, che provocasse il crollo dell'edificio unitario, permettendo il ristabilimento dello status quo.

Solo successivamente, con l'ascesa di Leone XIII al soglio pontificio, questa strategia venne sostituita da un tentativo di riconquista dal basso, attraverso una strutturazione della componente cattolica come forza sociale organizzata. Basti pensare al lavoro svolto dall'Opera dei Congressi, nata nel 1874. In generale, questa seconda fase fu caratterizzata da una sorta di accerchiamento che la Chiesa operò nei confronti dello Stato anche impossessandosi della cosiddetta questione sociale. La priorità attribuita a questo tipo di tematiche le permise di conquistare consensi tra le masse ma anche, successivamente, di acquisire peso di fronte ai liberali, che dopo la nascita del Psi avevano bisogno dell'alleanza con i cattolici per contrastare quella che consideravano una minaccia.

Al di là delle ostilità di fondo, infatti, i liberali preferivano che fossero le organizzazioni cattoliche ad occuparsi delle emergenze sociali, in maniera tale da evitare che divenissero il terreno di battaglia su cui il partito socialista potesse guadagnare consensi. Lentamente si assisteva, quindi, all'avanzare di un processo di integrazione spontanea tra cattolici e liberali, favorito anche dalla volontà della classe dirigente liberale di allargare le basi sociali dello Stato. D'altra parte, il progressivo attenuamento del non expedit, a partire dal 1904, da parte di Papa Pio X, consentì ai cattolici di partecipare in misura crescente alla vita politica del Paese. Entrambi i fenomeni -sia quello che si svolgeva sul versante liberale sia quello che si svolgeva sul versante cattolico- andavano dunque nella stessa direzione, e cioè verso un ricomponimento della frattura risorgimentale tra Stato e Chiesa.

Il Patto Gentiloni, siglato nel 1913, rappresentò il punto più alto di questo avvicinamento e non fu un semplice accordo di vertice, ma il risultato di una effettiva e ampia integrazione. Tuttavia, il momento che avrebbe sancito il definitivo ingresso dei cattolici nella vita politica italiana e l'acquisizione da parte loro di una cittadinanza non separata corrispose allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Al di là della naturale avversione morale al conflitto armato, i cattolici non fecero mancare il loro sostegno al governo durante la guerra. In tale circostanza non solo dimostrarono di non essere anti-italiani, ma assunsero persino un comportamento patriottico. Del resto, durante gli anni del conflitto ci furono anche dei ministri cattolici tra cui, solo per citarne uno, Filippo Meda, che diresse il Ministero delle Finanze.

Il passo successivo fu, poi, la strutturazione di una presenza politica autonoma dei cattolici, con la nascita del Partito Popolare Italiano fondato da Don Luigi Sturzo nel 1919. Nello stesso anno, tra l'altro, ci fu il più importante tentativo di conciliazione tra Stato e Chiesa compiuto sino ad allora. Mi riferisco all'incontro avvenuto a Parigi tra Vittorio Emanuele Orlando e monsignor Cerretti, durante il quale si arrivò a un passo dall'accordo che avrebbe potuto portare una volta per tutte alla soluzione della questione romana. Per una serie di ragioni quel tentativo fallì e sarebbero dovuti passare altri dieci anni per arrivare, nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi.

Ciononostante, da questa vicenda risulta chiaramente che l'idea di un Concordato era maturata già in epoca liberale, dopo la fine della guerra, come risultato del processo di integrazione dal basso che sin qui abbiamo delineato. La medesima tesi è stata sostenuta persino da Gaetano Salvemini, strenuo oppositore della conciliazione, che la spiega nel suo libro Il partito popolare e la questione romana (1922), di cui vorrei citarvi un estratto: "La transazione, guardata con spirito sgombro da sdilinquimenti conciliatoristi e da convulsioni massoniche ritardatarie, non merita di essere né sospirata come indispensabile, né condannata come dannosa, né disdegnata come del tutto inutile. E' un frutto che va maturando".

A questo punto, e mi avvio verso la conclusione del mio intervento, c'è un'ultima considerazione da fare e riguarda il contesto storico-politico in cui il percorso di pacificazione è giunto a compimento. La firma del Concordato avvenne, infatti, quando alla testa del Paese non c'era più un governo liberale, ma il regime fascista. Ciò ha dato adito, ex post, ad una interpretazione fuorviante dell'atto di conciliazione in sé, considerato più come una manifestazione di appoggio al regime che come momento finale di un processo di integrazione partito dal basso e perpetratosi nel tempo.

Ed è di questo, invece, che si è trattato: di un patto che ha chiuso la controversia risorgimentale. In altre parole, la tappa finale di un lungo e lento percorso di composizione della frattura tra Stato e Chiesa nata con la nascita dell'Italia unita. In questa sede non possiamo purtroppo andare oltre e analizzare le ripercussioni che tale evento ha avuto sia al livello sociale che politico-istituzionale. Tuttavia, credo che debba essere sottolineata l'importanza del legame che storicamente esiste nel nostro paese tra religione e politica. Si tratta di una componente innegabile e imprescindibile della nostra identità, come dimostra la storia che ho sin qui rievocato.

Non possiamo non tenerne conto, specialmente di fronte alle nuove sfide che la Modernità ci pone e al relativismo che rischia di cancellare con un colpo di spugna i connotati della nostra Nazione. Ecco che ritorniamo al senso di questa iniziativa e al valore della storia.

Ricordando il nostro passato e le peculiarità che caratterizzano la società e le istituzioni italiane sin dalle origini, comprendiamo anche quanto sia fondamentale non disperdere questo patrimonio e lavorare ogni giorno affinché possa conservarsi, pur nel cambiamento, la specificità costruitasi nel tempo.

(Intervento del Senatore Gaetano Quagliariello al convegno "Il Risorgimento e l'unità nazionale. La storia come presente", organizzato dalla Fondazione Riformismo&Libertà, Roma 5 novembre 2010)


 

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