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I cattolici italiani s’interrogano sul loro impegno nella società

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Si apre oggi la Settimana sociale dei cattolici italiani, che si terrà a Pisa-Pistoia fino al 21 ottobre. E’ la Settimana del centenario, perché la prima si tenne proprio in quelle città nel lontano 1907. Il tema generale è  Il bene comune oggi, un impegno che viene da lontano. Potrà essere una passerella di relazioni e riflessioni oppure potrà essere un evento importante se i cattolici avranno il coraggio di affrontare il vero nodo della questione, senza delegare questo compito al Papa e così nascondere a se stessi le divisioni interne.  Potrebbe sembrare che la Settimana sociale debba affrontare un tema politico – il bene comune, appunto – mentre alla base c’è un altro nodo da risolvere di tipo teologico. Lo aveva detto il vescovo Crepaldi al convegno preparatorio di Treviso nel gennaio scorso: «Il bene comune ha bisogno di una ragione pubblica che non escluda la verità della fede cristiana. Ha bisogno di cattolici che non riducano la propria fede a buoni sentimenti, ma anche ne testimonino il carattere veritativo. Ha bisogno che carità e verità si incontrino per un servizio intelligente all’uomo, espressione di “quel grande sì che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua storia”».

Ora, i cattolici per primi non sono tutti convinti che il bene comune abbia bisogno di loro, o meglio del cristianesimo. Molti di essi ritengono che si possa costruire la società anche senza la fede cristiana. Anzi, il cristiano, quando entra nella scena pubblica dovrebbe mettere da parte la sua fede e adoperare solo argomenti di ragione. I cattolici, come dice Padre Sorge, non devono contrapporre «la propria visione a quella degli altri esasperando il confronto», non devono pretendere di “imporre” agli altri le loro visioni influendo sulle leggi dello stato, rinunciando così di fatto alla difesa di valori non negoziabili.

Nel cattolicesimo italiano sono ancora presenti due modalità diverse di intendere il rapporto dei credenti con la società e la politica, quella della diaspora e quella della presenza, quella dell’anonimato e quella dell’identità, quella della ricerca e del dialogo senza punti irrinunciabili e quella della ricerca e del dialogo ma a partire da alcuni punti irrinunciabili, quello della democrazia come fine e quello della democrazia come strumento. Se la Settimana sociale non affronta questo nodo è destinata a rimanere inefficace. Le Settimane sociali, infatti, non sono convegni di studio o passerelle accademiche, ma luoghi di produzione di pensiero da mettere alla concreta disposizione della nazione. Se dalla Settimana sociale non emerge una “linea” e delle “proposte” dei cattolici al paese si può dire che non serva a nulla.

La questione decisiva è quindi se il cristianesimo sia solo “utile” alla società o anche “indispensabile”. I cattolici democratici pensano che sia solo utile, ma l’insegnamento di Benedetto XVI dice invece che è indispensabile, perché senza Dio “i conti non tornano”. Da queste due posizioni discendono due linee di lavoro per il bene comune molto diverse. I primi diranno che una cosa è la coscienza e un’altra la legge e il credente non può imporre per legge agli altri quanto gli dice la sua coscienza. Ne consegue che il bene comune è inteso come compromesso, o come male minore. I secondi diranno che esiste una verità della coscienza che io devo rispettare proprio per non ridurre il bene comune a compromesso su elementi fondamentali per l’uomo, compromesso che trasformerebbe il massimo bene comune nel minor male comune.   

Senza la pretesa di essere – nonostante loro stessi - portatori di questa “salvezza” i cristiani possono fare ben poco per il bene comune e lo stesso utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa trova piena e adeguata espressione dentro una simile prospettiva, altrimenti essa è sempre in pericolo di trasformarsi in semplice etica sociale.

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