I cattolici non sono un’etnia!

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I cattolici non sono un’etnia!

31 Marzo 2008

Quando
la giornata precedente si chiude alle 2 di notte, l’introduzione
dell’ora legale non è un’alleata del candidato. Si dorme un’altra ora
in meno, che non si sa proprio quando potrà essere recuperata.
Tuttavia, nei dieci minuti di dormiveglia che mi concedo nel letto
dell’Hotel Baglioni – da un po’ di tempo la mia casa fiorentina –
ripenso alla notte nella Canonica di Livorno e ne traggo qualche
elemento d’ottimismo.

Dopo le defezioni, come ho detto,
nella sala parrocchiale, gremitissima di pubblico cattolico ma non
solo, siamo rimasti in tre: Pdl, Lista Ferrara e Udc. Dall’andamento
del confronto, a freddo, colgo quest’impressione: vi è curiosità e
simpatia per la battaglia culturale di Giuliano ma comprensione del
fatto che, essendo in ballo il governo, si debba dare il voto al Popolo
della Libertà. Quel che mi fa riflettere, è l’assoluta marginalità
dell’esponente dell’Udc Marco Carraresi, che pure si batte con grande
generosità e competenza. Gioca la carta della “cattolicità integrale”.
Ma, nonostante si trovi di fronte a un auditorio di certo non
insensibile all’argomento, ho facile gioco a far prevalere il fatto che
la sfida antropologica lanciata dal progressismo richieda di
oltrepassare i confini della cattolicità per coinvolgere credenti e non
credenti in una battaglia comune contro “la nuova ideologia”. Per
questo, se non si accede a un approccio relativista come ha fatto
Veltroni (“su questi temi esiste una doppia verità”), contraddizioni,
aporie, affermazioni di coscienza non possono mancare in un grande
partito del 40%. L’importante però è garantire di saperle governare e
che su vita, educazione, famiglia e morte non sia la furia ideologica a
prevalere. Il resto è lavarsi la coscienza, in fondo a buon mercato.

Questa
riflessione domenica ha avuto un seguito. In mattinata in programma c’è
un giro per gazebo e un aperitivo con un nutrito gruppo di professori e
professionisti, nella ormai inarrestabile primavera delle colline
presso Careggi. Semi-libertà, dunque, tant’è che a inizio pomeriggio ci
scappa persino una fugace visita al Cimabue e alle cappelle di Santa
Maria Novella, che da poco è tornata a concedere la vista della sua
facciata. Ma nel pomeriggio a Campi Bisenzio, in un bellissimo spazio
attrezzato presso la parrocchia di San Donino, debbo partecipare con
Gabriele Toccafondi ed Eugenia Roccella a una festa della famiglia.

Parlerò
dallo stesso palco dal quale ieri Casini ha lanciato l’accusa di
“barbarie” a Berlusconi per le sue dichiarazioni, in fondo rispettose e
affatto compromettenti, sui rapporti con Ruini.

Il
pomeriggio si svolge nel sole, tra una merenda e il chiasso dei bambini
impegnati nei giochi nello spazio attrezzato adiacente. C’è un po’ di
tutto: candidati, cattolici, laici, anziani e giovanissimi con bambini.
Arriva Massimo Parisi legittimato addirittura da due carrozine. Mi
fermo con Massimo Lenzi, ex-radicale e ora aspirante sindaco di Campi
Bisenzio per il PdL, perfettamente a suo agio. Prima di salire sul
palco mi viene quest’idea: in fondo, la famiglia che vogliamo difendere
è un po’ come il PdL. C’è di tutto, comprese contraddizione e
difficoltà. Ma anche voglia di superarle per non perdersi. Se si
rinunzia a questa laica problematicità per sposare un modello di
perfezione – alla “Mulino Bianco” per intenderci -, ci si chiude in uno
spazio minoritario, da specie in estinzione. E, inevitabilmente, si
viene battuti.

Mi serve a comprendere meglio l’errore di
Casini. Nel 1994 – quand’era ancora possibile – ebbe il coraggio di
rifiutare la prospettiva del partito unico dei cattolici collocato al
centro, per scegliere il bipolarismo e far valere il patrimonio del
quale era portatore in uno spazio potenzialmente maggioritario. Oggi,
di fronte a una nuova semplificazione del quadro politico, è tornato
indietro rifugiandosi nella scelta identitaria. Rischia così di
trasformare i cattolici in una etnia alla quale assicurare “una quota”
di rappresentanza, perdendo di vista il governo. Quel “barbarie”,
pronunziato dal palco dal quale mi accingo a parlare, è dunque qualcosa
di più di uno sproposito. E’ la spia semantica di una involuzione
politica. Si addice assai più a uno scontro etnico che a una battaglia
d’idee.

Diario di un
candidato