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I comunisti da celebrare e il Pd da nascondere: i dilemmi della sinistra emiliano romagnola

Da una parte l’ex presidente della Regione Emilia Romagna Vasco Errani che dal suo scranno in Senato firma un emendamento da 400mila euro alla Manovra (poi accantonato) per celebrare i 100 anni della fondazione del Partito comunista italiano. Dall’altra parte l’attuale presidente ricandidato Stefano Bonaccini che, nel disperato tentativo di non essere il primo candidato governatore di sinistra della storia a perdere in Emilia Romagna, nasconde il simbolo Pd (figurarsi falce e martello) dai manifesti della sua campagna elettorale. Sono queste le due facce della profonda crisi della sinistra in Italia, perfettamente rappresentate dalla situazione Emiliano romagnola, Regione che andrà al voto il 26 gennaio e sulla quale sono concentrati i riflettori politici romani.

Il Pd costretto a strizzare l’occhio al suo zoccolo duro attraverso il ‘compagno’ senatore Errani, ma allo stesso tempo tenacemente impegnato a rinnegare se stesso per non disgustare la gran parte dell’elettorato ormai lontano da un voto ideologico. Un equilibrio difficile e contraddittorio con rischi enormi da entrambe le parti. Senza il ‘richiamo della foresta’ comunista Bonaccini regalerebbe infatti alla sinistra radicale (che si presenta alle Regionali con un proprio candidato, Stefano Lugli) una fetta importante di consensi. Allo stesso tempo però schiacciandosi su posizioni estreme il governatore con barba e occhiali verdi (questo il logo scelto per la sua corsa) spaventerebbe tutta la parte moderata della Regione. ‘Di rosso resterà solo il vino’ – grida spesso Salvini dalle piazze di Italia che lo accolgono strapiene e in Emilia Romagna, proprio nella roccaforte rossa, il Pd lo ha preso alla lettera autocensurandosi e non lasciando nemmeno un rosa pallido nel proprio dna. Ormai del resto la sfida è chiara: per la sinistra non è più tempo di rivendicare i propri valori e ideali, o meglio i valori e gli ideali servono solamente a giustificare il bisogno di mantenere un potere basato su un sistema preciso fatto di una commistione tra una fetta di economia, partito e istituzioni.

La necessità di mantenere in piedi a tutti i costi questo modello è visibile in ogni scelta, finanche nella decisione di arruolare tra le fila Dem ex grillini, ex leghisti e delusi meloniani. ‘Tutto e il contrario di tutto’ – ha sintetizzato il candidato di sinistra Stefano Lugli e dargli torto è difficile. E sul fronte opposto? La coalizione di centrodestra non ha questi problemi. L’identità è chiara e i simboli di partito vengono mostrati con orgoglio dalla candidata presidente Lucia Borgonzoni. Il limite per l’asse Lega-FI-Fdi-Cambiamo in Emilia Romagna è legato alla esperienza e alle competenze tecniche, ma da questo punto di vista si può far poco. L’esperienza si matura governando e senza alternanza è impossibile chiedere alla opposizione di conoscere gli ingranaggi complessi e farraginosi della macchina regionale. Il cambiamento comporta sempre una dose di rischio: e gli elettori Emiliano romagnoli dovranno decidere proprio su questo, non su vecchie ideologie calpestate da quel che resta della sinistra targata Bonaccini. Dovranno scegliere se rischiare e puntare sul cambiamento pagando lo scotto della inesperienza o continuare sulla strada della conferma dell’esistente tanto esperto quanto arrugginito. Un bivio dal quale dipenderà probabilmente anche il futuro dell’attuale Governo.

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