Iraqi Freedom

I democratici sbagliano ancora: rovesciare Saddam era necessario

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Di tutto quello che si è scritto sulle dinamiche della situazione irachena, niente si avvicina alla verità quanto le parole che l’ambasciatore americano a Baghdad, Ryan Crocker, ha pronunciato di recente in relazione alla guerra: “Alla fine il modo in cui ce ne andremo e quello che avremo lasciato dietro di noi conterà di più del modo in cui siamo venuti”. È quantomeno curioso, detto questo, che i contestatori abbiano scatenato un nuovo attacco sulle origini della guerra proprio nel momento in cui in Iraq sta prendendo piede un ordine nuovo. Ma l’opinione liberale americana, in questi giorni, ha un atteggiamento ossessivo. Scott McClellan non è certo un guru del pensiero strategico, ma è stato accolto nell’olimpo degli Zbigniew Brzezinski e dei Brent Scowcroft. Un testimone e presumibile iniziato – un “lealista texano” – è “uscito di testa”. 

McClellan affronta in maniera radicale il problema cruciale se questa guerra fosse una guerra di “necessità” o una guerra di “scelta”. Lo fa nel sesto anno del conflitto, quando molti hanno ormai dimenticato che cosa si pensava e si diceva prima che esso avesse inizio. La nazione era in preda a legittime inquietudini per i pericoli che si andavano addensando all’indomani dell’11 settembre. Kabul e la guerra contro i Talebani non bastavano, perché erano stati degli arabi a colpire l’America quel giorno. Bisognava scatenare una guerra di deterrenza contro il radicalismo arabo, e la sorte ha puntato il dito contro Saddam Hussein. Non si era defilato, non era corso a rintanarsi. Aveva schernito apertamente il dolore dell’America, stuzzicato la sua potenza. 

Dobbiamo guardarci dall’insistere troppo sullo stereotipo secondo il quale gli arabi comprendono la logica della forza e ad essa reagiscono, ma è vero che stiamo parlando di una regione sensibile al mutare del vento e alla volontà delle potenze estere. Prima che l’America attaccasse l’Iraq, a neanche diciotto mesi dall’11 settembre, il mondo arabo appariva compiaciuto, come se l’America avesse finalmente avuto quello che si meritava. C’erano regimi che abbassavano la testa, fingendosi amici degli Stati Uniti, mentre al tempo stesso aiutavano e nascondevano le forze del terrore. L’opinione liberal in America e in Europa ha sghignazzato quando il presidente Bush ha tracciato una  netta linea morale tra ordine e radicalismo – è arrivato a inserire nel vocabolario politico la nozione desueta di “male” –, ma nel Grande Medio Oriente questo genere di chiarezza è nella natura delle cose. È nei termini del bene e del male che gli abitanti di quei paesi descrivono il loro mondo. L’inflessibile campagna condotta dal nostro presidente li ha profondamente impressionati. Oggi individui che non hanno mai avuto una sola parola buona per la guerra in Iraq vogliono dire la loro sulla ritirata dei jihadisti. Forse che gli islamisti hanno riletto i loro testi e hanno cominciato a nutrire dei dubbi sulla loro utopia di violenza. Forse gli uomini d'affari e le “associazioni umanitarie” che hanno sostenuto il terrore hanno rimesso in discussione le loro affiliazioni e deciso di non prendere più parte a quel mercato sporco e cinico. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Se l’islamismo è alle corde, se i regimi al potere nei principali stati arabi si mostrano oggi più determinati nell’affrontare le forze del radicalismo, una parte non piccola del merito spetta al progetto americano in Iraq. 

Dobbiamo essere giusti con i “teorici” del terrore e leggerli con discernimento. Dal primo all’ultimo hanno detto che in Iraq hanno subito un bagno di sangue, che sono stati sorpresi dallo stoicismo degli americani, dalla stabilità del potere dell’amministrazione Bush. Non c’è modo di convincere un certo segmento dell’opinione pubblica che esistono davvero guerre di “necessità”. Si potrà sempre sostenere che un aggressore finirà sempre per ottenere quello che cerca, o che i costi della guerra sono proibitivi se confrontati con gli oscuri sistemi della pace e della vita quotidiana. 

“Le guerre non cominciano da sole”, ha scritto Michael Walzer, il noto filosofo, nel suo fondamentale libro Guerre giuste e ingiuste. “Le guerre possono ‘scoppiare’, come un incendio, in condizioni difficili da analizzare e tali per cui l’attribuzione di responsabilità appare impossibile. Di solito, però, assomigliano piuttosto a un incendio doloso che a un incidente: una guerra ha agenti umani, oltre che vittime umane”. Molto bene. Per quanto riguarda nello specifico gli ordini e il potere, la guerra in Iraq è una guerra di George W. Bush. Fare come se la guerra fosse un suo affare privato, però, sarebbe rifuggire dalle nostre responsabilità. La guerra ha avuto l’autorizzazione del Congresso, è stata sostenuta dall’opinione pubblica, ed è stata legittimata dall’ONU, che ha invocato il disarmo dell’Iraq. Dal punto di vista politico è una fortuna (per i militanti del Partito Democratico) che al senatore Barack Obama sia stato risparmiato l’onere di votare per autorizzare la guerra. A sentire lui, dovremmo credere che avrebbe votato contro, ma come possiamo sapere se davvero si sarebbe opposto al vento favorevole all’intervento? 

Con il lusso del senno di poi, i contestatori della guerra dipingono gli argomenti addotti in suo favore come un caso di manipolazione e inganno. È una mossa stramba e fuori luogo. Le ipotesi sulle armi di distruzione di massa in Iraq dovevano rivelarsi errate, ma sono state formulate in buona fede. È ottuso e arbitrario, inoltre, dipingere a tinte fosche gli sforzi fatti per “vendere” la guerra. Le guerre non si combattono alla chetichella, e sostenerle sul piano morale è un obbligo che ricade sui leader che le promuovono. Ci sono stati casomai dei periodi, e dei frangenti critici, in cui l’amministrazione Bush ha abdicato alla lotta per l’opinione pubblica. 

Né c’è nulla di inaudito, o di particolarmente disonesto, nel modo in cui la giustificazione del conflitto è cambiata nel momento in cui la caccia alle armi di distruzione di massa si è arenata. È vero, l’obiettivo di un Iraq democratico – e in generale l’idea della guerra in Iraq come testa di ponte di un programma di “riforma” nei paesi arabi e musulmani – è emerso a oltre un anno dallo scoppio della guerra. Ma praticamente in ogni guerra, in fondo, gli obbiettivi mutano nel corso del conflitto, al mutare delle circostanze storiche. Dobbiamo forse ricordare che l’abolizione della schiavitù non era tra gli scopi “originali” della guerra civile americana, e che la Proclamazione d’Emancipazione è stata, per ammissione dello stesso Lincoln, un prodotto delle circostanze? Una guerra combattuta in nome dell’Unione si è trasformata in una vittoria per l’abolizionismo. 

L’America non era preparata a costruire una nazione in Iraq; non conoscevamo il paese né i suoi abitanti, né comprendevamo fino in fondo la portata del suo tracollo. Ma non c’è niente di così sorprendente o di insolito nel legame che George W. Bush ha istituito tra la sicurezza degli Stati Uniti e la “riforma” della condizione araba. Dal momento che il patto tra l’America e gli autocrati arabi aveva partorito un mostro, era logico e prudente imboccare una strada diversa. 

“Quando il vitello stramazza brillano mille coltelli”, recita un proverbio arabo. L’autorità dell’amministrazione Bush si sta dissolvendo, la guerra in Iraq è vista con malcontento, e ora perfino i “lealisti” descrivono questi anni di panico e pericolo come un’epoca di paure esagerate. Non è semplice far capire alla gente quante minacce e quanti pericoli gli sono stati risparmiati. La guerra ha mandato un avvertimento ai regimi e ai cospiratori che nutrivano pensieri sinistri ai danni dell’America, e che nel corso degli anni ’90 erano stati indotti a credere che azioni terribili a suo danno sarebbero rimaste impunite. L’Iraq ha dato una lezione ben diversa. Oggi è facile calcolare il peso della guerra in termini di sangue e di fondi, mentre è più difficile dimostrare i guadagni, teorici o reali. Il mese scorso le perdite americane in Iraq hanno toccato il livello più basso dal 2003. I sunniti hanno rotto con Al Qaeda, e il governo sciita ha mosso guerra all’esercito Mahdi. C’è qualcosa di strano se i contestatori hanno ricominciato a preoccuparsi delle origini della guerra? 

Tra cinque mesi il popolo americano esprimerà il suo voto sulla guerra, nel modo più drammatico e definitivo. Alcuni ascolteranno le parole dell’ambasciatore Crocker. Altri non vedranno l’ora di raccontare ancora una volta come e perché siamo arrivati in Iraq. 

Traduzione Francesco Peri

© Wall Street Journal

Fouad Ajami insegna alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University di Baltimora. Ha ricevuto il Bradley Prize ed è autore di The Foreigner’s Gift (Free Press, 2006).

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3 COMMENTS

  1. L’intervento in Iraq fu
    L’intervento in Iraq fu approvato dalla gran parte dei democratici,salvo,da buoni sinistri,prendere le distanze quando ci furono problemi.Certo,si sono persi anni,avendo collaboratori inadeguanti,decidendo politiche inadeguate.Ma,anche di fronte agli attuali risultati,i democratici insistono.La sinistra in tutto il mondo è uguale.Bush è un grande Presidente,che ha unito pragmatismo al perseguimento di valori.

  2. invasione Iraq
    chissà quanto sarà contento Walzer quando Ahmadinejad butterà a mare gli israeliani…Dovrà ringraziare G.W. Bush che ha reso Amadinejad l’uomo più potente del mondo arabo. Per diventare leader maximo della nazione araba, qualche regalino dovrà farlo, no?

  3. Iraq dopo 6 anni
    Io spero che il Sign.Obama perda alla grande. E spero che vinca McCain alla grande. Capisco il
    nervosismo degli americani che dopo 6 anni sono
    ancora li in Iraq a spendere soldi e perdere uomini
    mentre le potenze rivali se la godono restando fuo-
    ri dal conflitto senza spendere ne soldi e ne perdere vite umane preziose. La colpa del prolunga-
    rsim delle missione e da attribuire anche all’Europa
    che prima è andata a firmare per l’intervento al-
    l’ONU e poi alla chetichella se ne è andata lasciando l’America a cavarsela da sola. L’Europa
    rimprovera alla’America che è andata la per il pe-
    trolio. E allora io dico che “PETROLIO SIA”. Ma che
    non si sognino poi gli europei di pretendere fette
    di rendite petrolifere irachene!.
    Buon Iraq a tutti!

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