I fantasmi del Pd nella corsa in Abruzzo
24 Novembre 2008
Dopo il terremoto giudiziario che ha portato in carcere l’ex presidente Ottaviano Del Turco (Pd), la corsa elettorale che si concluderà a dicembre per l’Abruzzo sarà un voltar pagina di non poco conto. Molte ferite sono ancora fresche e la campagna elettorale non passerà sicuramente alla storia di quella regione per trasparenza e lealtà tra i partiti (è ancora forte l’eco dell’accordo raggiunto in extremis tra Pd e Idv e gli attacchi pretestuosi rivolti al PdL). E’ quindi in un contesto segnato dalle polemiche che si inserisce la vicenda di Mariza Bafile, prima cittadina italo-venezuelana eletta nel parlamento italiano nel 2006 ma non riconfermata nel 2008 nonostante fosse capolista nel Pd e oggi in corsa sempre col Partito democratico. Ma all’ombra del Gran Sasso.
Una vicenda ricca di ombre che si intreccia con il mondo dei giornali e i finanziamenti per l’editoria. La storia della signora Bafile è infatti strettamente legata a un quotidiano italo-venezuelano che fa parte del Cogito (Consorzio Giornali Italiani Transoceanici) e che si chiama La voce d’Italia. Usufruisce, insieme con altri quattro privilegiati, dei finanziamenti pubblici dell’editoria all’estero che solo nel 2006 le hanno destinato circa 408mila euro. La cifra è andata crescendo di anno in anno ma sembra che il quotidiano non sia stato mai oggetto di un preciso piano di ristrutturazione che ne possa giustificare la cifra esorbitante né la crescita di tale importo nel tempo. Secondo i dati diffusi dalla Presidenza del Consiglio sotto la voce Dipartimento per l’informazione e l’editoria, nel 2004 sono stati sborsati in favore del giornale della famiglia Bafile 226mila euro, lievitati a 329mila nel 2005 e a 408.512,72 nel 2006. La Voce d’Italia dichiara una tiratura giornaliera altissima ma il venduto, dati alla mano, parla di pochissime copie: il solito giochetto che permette di guadagnare fondi pubblici non sulla base delle copie realmente vendute bensì sulla base di quelle stampate (più stampi più soldi hai). Il rapporto sull’andamento degli ultimi sei mesi mette in risalto proprio questa forbice. Marzo 2008: 53.910 copie stampate, 43.999 copie restituite, 9911 vendute. Aprile 2008: 65.810 stampate, 54.058 restituite, 10852 vendute. Maggio: 55039 stampate, 46.243 restituite, 9596 vendute. Giugno: 20785 stampate, 13899 restituite, 6886 vendute. Luglio: 22749 stampate, 15.547 restituite, 7202 vendute. Agosto: 20818 stampate, 12184 restituite, 8634 vendute.
Torniamo ai contributi per l’editoria. I soldi che l’Italia versa ai Bafile ovviamente sono decisi dal nostro Governo in base al cambio ufficiale (attualmente 1 euro vale 2,7 BsF, bolivares fuertes) ma in Venezuela il costo della vita è agganciato al “cambio parallelo”, cioè al cambio nero. Le monete in euro vengono quindi trattate al cambio parallelo (1 euro= 6500 Bolivares) consentendo ai Bafile di portare in cassa il doppio del valore dei soldi. Ancora: nell’azienda di famiglia uno stipendio medio non supera i due milioni di Bolivares, che se al cambio ufficiale valgono poco più di 600 euro, a quello parallelo ne valgono 300. Ma non tutti i dipendenti (circa una ventina) fanno capo alla stessa azienda perché i tipografi vengono fatturati da una società parallela e solo i giornalisti dalla società “La voce d’Italia”. Considerati i bassi costi di produzione del prodotto e i dati reali delle vendite, la domanda è lecita: se solo un decimo dei soldi che arrivano al quotidiano bilingue che per decenni è stato un punto di riferimento importante per la comunità italiana emigrata nel Venezuela vengono spesi realmente per informare i cittadini di nazionalità italiana in Venezuela, che fine fanno gli altri?. E qui entra in ballo la signora Mariza Bafile che per 20 mesi di Governo Prodi (e ancora oggi) abita nel cuore di Roma. E che in vista delle elezioni ha fatto una campagna elettorale in giro per l’America del Sud, degna più di un candidato di governo che di un parlamentare qualsiasi. Ha girato in Brasile (dove si vocifera, più che in altri Paesi, di un suo forte legame con Piero Fassino), Perù, Cile, Argentina, Colombia, Uruguay e naturalmente Venezuela.
Mariza Bafile, giornalista professionista italo-venezuelana, è stata prima caporedattore e poi vicedirettore del quotidiano “La Voce d’Italia”, fondato e diretto da Gaetano Bafile. Si tratta del padre, un giornalista abruzzese tenace e coraggioso citato perfino da Gabriel Garcia Marquez in un suo libro, sbarcato alla fine degli anni ‘40 in una Caracas dove la fame di petrolio alimentava la nascita dei primi grandi grattacieli.
In seguito alla sua candidatura in Abruzzo, le leggende metropolitane della Rete la ritraggono come la Robin hood de noantri in terra straniera, sempre pronta a difendere i diritti degli italiani in Venezuela e più ancora in tutta l’America del Sud, con il coltello puntato alla gola degli avversari e la mano tesa verso i connazionali emigrati. Chi di lei sa un pochino di più la descrive però semplicemente come una giornalista dal cognome importante che per anni ha scritto per l’Unità, fino all’11 novembre del 2002, quando pare abbia fatto pubblicare la notizia di una mai avvenuta detronizzazione di Chavez. Sarebbe stata questa cantonata a tagliare fuori la Bafile dall’Unità. Ma non dal circuito dei quotidiani italiani. Strumentale alla sua notorietà, circa un annetto prima della vittoria del centrosinistra è stato il caso degli italiani rapiti in Venezuela, finito sulla prima pagina del Corsera (in quell’occasione la Farnesina ripristinò la missione antisequestri ), grazie al quale la futura parlamentare riuscì a catalizzare molti consensi in vista delle future elezioni politiche che l’avrebbero vista trionfare alla Camera dei deputati per la lista dell’Unione con 17.763 voti nella ripartizione Sud America.
Adesso la Bafile ci riprova in Abruzzo. Ma l’Italia potrebbe riservarle brutte sorprese sotto almeno due punti di vista. Quello politico perché in Abruzzo la sua coalizione, il Pd, rischia davvero lo schianto. Quello economico perché la stretta di Palazzo Chigi ai contributi pubblici per l’editoria stavolta potrebbe toccare anche il giornale di famiglia.
