I giochi sono finiti e per la Cina è tempo di bilanci

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I giochi sono finiti e per la Cina è tempo di bilanci

25 Agosto 2008

L’ultimo gioco pirotecnico in cielo, a dimostrare la loro millenaria dimestichezza con quest’arte, poi la fiamma olimpica che si spegne dopo il passaggio di “eredità” da Pechino a Londra 2012. 

Un “successo eccezionale” – con queste parole il presidente del Cio Jacques Rogge manda in archivio la XXIX edizione dei giochi dell’era moderna. Era ora che l’Occidente conoscesse la Cina e che questo paese si affacciasse al mondo. Presagi di migliori rapporti per il futuro tra Pechino e il resto del globo, questo si vedrà. Per adesso la fine delle Olimpiadi ci consegnano una nazione ancora fortemente condizionata dal regime che la governa e dalle tante incongruenze e differenze tra quella società sempre più agiata e quella che continua a vivere ai margini dello splendore cinese, nascosta dalle mega strutture sportive del villaggio olimpico e da qualche muro finto e decorato, laddove era veramente difficile nascondere quartieri affamati e miseri. 

A risvegliarci dal sogno “roggeiano” ci pensa “Amnesty International” che bolla così Beijing 2008: “Un fallimento dal punto di vista dei diritti umani”. Durante i Giochi, infatti, sono stati continuamente intimiditi gli attivisti che volevano manifestare in maniera pacifica e arrestati – sostiene ancora l’organizzazione internazionale – nonostante “non abbiano commesso alcun crimine, se non quello di manifestare liberamente, appunto, e pacificamente”. Otto militanti americani “Pro-Tibet Libero” sono stati espulsi secondo quanto riferito stamattina da un portavoce dell’ambasciata statunitense, dopo l’arresto nella notte tra il 20 e 21 agosto scorso. 

“È arrivato il momento, secondo il vice direttore del programma per la zona dell’Asia e del Pacifico di “Amnesty International”, Roseann Rife – che il Cio metta tra i punti fondamentali del suo programma quello del rispetto dei diritti umani. In Cina si è assistito a sfratti forzati, attivisti arrestati e limitazioni ai giornalisti, tutti fatti riprovevoli che non dovrebbero esistere alle Olimpiadi”. “Amnesty International” propone anche l’istituzione di un “termometro” che valuti il grado di rispetto di un paese verso i diritti umani e in relazione a questo decidere di assegnare o meno le Olimpiadi. 

Sul piano dell’organizzazione i 15 giorni di gare sono stati perfetti. Lo hanno ribadito organizzatori, giornalisti ed opinionisti vari. È stato l’investimento più grande in termini di risorse economiche e umane. Londra avrà certamente difficoltà, e non le nasconde, ad esempio a reperire un numero così alto di volontari (a Pechino erano 2 milioni) che espletino i vari servizi di accoglienza all’interno degli stadi. 

Ma se si va verso la costa è facile accorgersi quante facce diverse mostra il Dragone. Rotta verso est, destinazione Qingdao, provincia di Shandong. Qui sono state ospitate le gare di vela, mare stupendo, e nemmeno a dirlo organizzazione perfetta. Tra le province più ricche della Cina, lo Shandong negli ultimi anni ha basato il proprio sviluppo economico sull’attività di grandi imprese, molte delle quali sono proprietari di marchi conosciuti all’estero, e per la sua vicinanza al Giappone ed alla Corea Qingdao è diventata un crocevia interessante di investimenti provenienti dagli altri paesi asiatici. 

Eppure qui, tra grattacieli e imponenti palazzi, si apre uno scenario di povertà nel quale il progresso economico non si percepisce affatto e nemmeno un bel fondale olimpico, nelle vicinanze, riesce a nascondere il degrado. 

Sembra un cortile ma è un quartiere circondato dai palazzi del benessere cinese. Qui per molti abitanti la vita non è cambiata con i Giochi né probabilmente cambierà in futuro. L’ha immortalata un reportage firmato da Oliver Hoslet (visibile qui); fotografie che non lasciano adito ad altri commenti. Da queste parti le strade non sanno nemmeno cosa significhi asfalto. Si cammina su vecchie moto dove dentro un carrellino a rimorchio si cerca di vendere quel poco che si ha. 

Case fatiscenti, tetti inventati con assi di legno e pezzi di eternit, quel cemento amianto che è ormai bandito ovunque per la sua pericolosità alla salute. Gli uomini lavorano per strada. Spesso l’“azienda” è costituita da un solo sgabello e una valigetta usurata, dove un capo famiglia cerca di procurarsi il pranzo riciclando bulloni o risuolando scarpe vecchie. Le mogli vanno al mercato vicino con la speranza di trovare un po’ di ortaggi per inventarsi il pranzo e la cena. 

A proposito di scarpe, in questo quartiere dimenticato l’infradito tanto di moda tra le nostre ragazze occidentali è una scarpa da usare tutto l’anno che ci sia il sole o che piova. Vecchie biciclette dal telaio consumato dalla vetustà del tempo vanno avanti e indietro. Dietro una vecchia casa a due piani con la passerella, le pareti “sfregiate” dall’umidità e qualche panno steso ad asciugarsi si scorge una moderna torre bianca tempestata di finestre, che termina nel terrazzo con una cornice di guglie orientaleggianti. Due immagini di oggi che rappresentano la Cina di oggi. 

Un comunismo che pensa ancora di esistere azzannato da un crescente capitalismo e individualismo, dove c’è chi alloggia in alberghi a 7 stelle e chi, come i bambini del povero quartiere di Qingdao, per avere ancora la forza di sorridere, giocano – pericolosamente – arrampicandosi sui tubi arrugginiti delle impalcature che puntellano diversi edifici. 

Tutto questo mentre l’ennesimo campanello di una bicicletta scandisce un altro passaggio della giornata su queste strade in terra battuta, all’ombra delle Olimpiadi che finiscono, dentro una cartolina di Cina nascosta, dove probabilmente è già difficile reperire una tv per guardare Beijing 2008.