Giorno di Festa

I giornaloni, Trump e la democrazia

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Josh Blackman, professor of South Texas Collegeof Law argued in National Review that opposition to president’s policies had been advanced’ by federal judges” Dahlia Lithwich e Stephen I. Vladek sul New York Times dell’1 novembre esprimono preoccupazione per le tesi, nel caso rappresentate dal professor Blackman che insegna Legge nel Texas, che i giudici possano e/o debbano essere la base dell’opposizione a Donald Trump. Un po’ la tesi esposta da Federico Rampini sulla Repubblica sempre del primo novembre: “La magistratura sta fungendo da contropotere come dimostra la quantità di decreti presidenziali bloccati dai giudici”. Attenzione, dicono i due reporter del quotidiano newyorkese, i giudici devono muoversi in punta di diritto non sulla base di input politici. Anche in una fase di grande faziosità, la preoccupazione per le basi liberaldemocratiche del sistema americano è sempre molto presente. Però proprio in tema di bilanciamento della democrazia, sta crescendo invece un atteggiamento particolarmente insinuante e demonizzante da parte del giornalismo liberal contro chi nei media non pensa “politically correct”.

Su Slate del 31 ottobre Reihan Salam scrive che: “The Wall Street Journal editorial page is, I suspect, a different story. Though I have no doubt Murdoch follows the newspaper’s editorial line with great interest, Paul Gigot, the Journal’s editorial page editor and vice president, is no mere cipher who’d take a position on an issue simply because his boss demanded it. My guess is that Gigot and his colleagues have their own reasons for going to the mat on Trump’s behalf.” Nella pagina degli editoriali del Wall Street Journal, il suo direttore Paul Gigot, avrebbe cambiato linea su Trump non solo sulla base di indicazioni di Rupert Murdoch ma anche per suoi ben precisi scopi. Oliver Darcy sulla Cnn il 31 ottobre dice che “Some employees at Fox News were left embarrassed and humiliated by their network's coverage of the latest revelations in special counsel Robert Mueller's investigation into Russian election meddling” alcuni dipendenti di Fox News sarebbero imbarazzati e umiliati per come la televisione in cui lavorano avrebbe trattato le inchieste di Robert Mueller. “The development forced Fox News to confront a familiar tension between its ideological allegiance and editorial responsibility. And it underscored how the network employs hard news in its daytime programming and overt commentary in primetime to stitch a narrative tailor-made for its conservative audience” dice Tom Kludt sulla Cnn del 30 ottobre: Fox news grazie all’espansione della sua audience è costretta a inseguire il suo pubblico anche a prezzo di sacrificare le proprie responsabilità editoriali.

Su Politico del 30 ottobre Jason Schwartz scrive che “’This is embarassing for every good reporter at that paper’ New York Times reporter Nikole Hannah-Jones tweets of the Journal board’s call for Mueller to resign and the democrats to be investigated”, riportando un tweet  della giornalista del NYT Nikole Hannah-Jones, il sito internet Politico spiega come ogni giornalista del WSJ dovrebbe essere imbarazzato per le tesi sostenute dal giornale in cui lavora. Taylor Adams, Jessia Ma, Stuart A Thompson. Poi, sul NYT dell’1 novembre hanno fatto un’inchiesta per segnalare come Fox News abbia svuotato le notizie sull’indagine di Mueller: “The way each network covered the story – or avoided it- is a sign of how the media landscape has become more politicized in the Trump era”. E terminano la loro considerazione dicendo come la stampa si stia politicizzando nell’era di Trump. Anche una simpatica ricostruzione su come il sito ultraconservatore Breibart intreccia critica della moda a politica “Yes, Breitbart has a fashion critic (!) a man who by his own account is uniquely cut out for that job”: sì Breitbart ha un critico di moda che si ritiene assolutamente tagliato per questo incarico, scrive Ruth La Ferla sul NYT dell’1 novembre, poi finisce con il solito veleno nella coda “his opinions, as might be expected, are in line with those of his employers”, le sue opinioni, come ci si potrebbe aspettare, sono in linea con quelle dei suoi datori di lavoro. Infine Robbin Wigglesworth, Shannon Bond e Lindsay Fortado sul Financial Times del 3 novembre raccontano come “Mr Mercer paired the announcement with news he is selling his stake in Breitbart to his daughters”, Mercer si è dimesso da co-ceo di Renaissance Technologies LLC  perché ambienti “liberal” dell’industria tecnologica lo hanno attaccato per il suo finanziamento al noto sito ultraconservatore: una scelta tesa a proteggere l’impresa che ha fondato e a schivare nuove molestie, ma una mossa niente affatto anti Steve Bannon (così sostiene invece qualche piccolo linciatore mediatico di trumpisti) come dimostra il coinvolgimento delle figlie.

I media centrali nel sistema di informazione liberal, innanzi tutto New York Times e Cnn, ma anche i siti liberal che si credevano non contrastabili, sono chiaramente infastiditi di non poter contare su quella situazione di quasi monopolio della credibilità di cui hanno goduto per un lungo periodo, e non si impegnano tanto a contestare i loro competitori quanto a delegittimarli: denunciano quindi gli editori che hanno una linea diversa dalla loro per irresponsabilità giornalistica, i loro reporter per essere servi umiliati e degradati, le scelte alternative alle loro come cedimenti all’audience, sollecitano il linciaggio morale di chi finanzia media conservatori. Infine c’è l’incredibile accusa, poi, che questi media conservatori “politicizzerebbero l’informazione”. Mentre i media liberal non avrebbero punti di vista “politici” ma solo sulle farfalle? Vi è dietro questa mobilitazione che appare talvolta avere tratti nevrotici, anche una convinzione ideologica: quella che la verità politica non nascerebbe dal libero confronto delle idee, ma dal conformarsi a modelli su cui i giornalisti “liberal” avrebbero l’esclusiva dell’approvazione.

Conosciamo bene in Italia questa prassi, come nel 1992 le maggiori testate nazionali (dall’Unità alla Stampa al Corriere) si coordinassero per concordare “la linea”, come poi per venti anni e passa l’élite giornalistica abbia sfornato  a ritmo serrato “le pistole fumanti” delle complicità di Silvio Berlusconi ora con la mafia ora con i soliti russi. Pur con molte botte ricevute, uno spazio di discussione aperto comunque anche da noi è stato difeso. Credo che ciò sarà ancora più semplice negli Stati Uniti dove la religione della libertà è centrale nella vita della società e dello Stato. E in questo senso, insieme con i giudici che agiscono secondo diritto e non politicamente, è centrale la necessità di difendere un sistema di media che discute “liberamente” come elemento essenziale di bilanciamento di qualsiasi sistema democratico.

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