I giovani non si fidano di Veltroni. Meglio il Cavaliere
23 Novembre 2007
I
primi sondaggi di opinione indicano che il nuovo soggetto politico delineato da
Silvio Berlusconi avrebbe, se si votasse oggi, più consensi del PD guidato da
Walter Veltroni. Suggeriscono inoltre che sono soprattutto i giovani ad essere
attratti dalla nuova formazione. Cerchiamo
di approfondire il fenomeno ed esaminarne le determinanti. Una diecina di anni
fa un pamphlet parlava di “guerra dei trentenni” perché il welfare
(principalmente la normativa sulle pensioni e sul mercato del lavoro) militava
apertamente contro di loro. La “guerra” non c’è stata anche poiché il nostro
non è un Paese di rivoluzioni ma di jacqueries: buttare dalla finestra il
Ministro delle finanze del Lombardo-Veneto austro-ungarico, cercare di
distruggere l’automobile del Capo del Dipartimento della Protezione Civile, intento
a tentare di mettere ordine nel caos dei rifiuti in Campania. L’aumento della
violenza giovanile connessa con il tifo sportivo ha le proprie radici, in
parte, nelle jacqueries di elementi di una generazione che si sente, a torto o
a ragione, discriminata.
Alcune
settimane fa numerosi quotidiani e periodici si sono soffermati su
dichiarazioni del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi sulle crescenti
differenze di reddito (e di consumo) a svantaggio delle fasce di età più
giovani: nessuno, però, ha esaminato l’analisi originale ed integrale su cui
si basavano le affermazioni di Draghi e, soprattutto, la ha poste nel contesto
di una più vasta ricerca internazionale, di cui il lavoro del servizio studi
Bankitalia è parte integrante (pur se si tratta di una serie di studi distinti
e non coordinati da un organo collegiale o simili). In primo luogo, l’analisi
Bankitalia riguarda i lavoratori di genere maschile (non è chiaro perché non
tratti anche delle donne) su un arco di tempo trentennale (dall’inizio degli Anni
70 all’inizio del 21simo secolo) ed integra due fonti di dati: le statistiche
Istat e le rilevazioni dell’Istituto di Via Nazionale sui redditi e la
ricchezza delle famiglie. Il suo punto centrale non è (come messo in rilievo da
molta stampa) l’aumento del “wage gap” (differenza salariale) tra giovani ed
anziani (dal 20% all’inizio degli Anni 80 al 35% al volgersi nel nuovo secolo)
ma l’individuazione del momento di svolta: il peggioramento avviene all’inizio
degli Anni 90 quando le leggi sul lavoro degli Anni 70 cominciano a mordere le
nuove generazioni (bambini o neonati quando venne varato lo “Statuto
dei Lavoratori”). L’analisi corrobora quella che era soltanto un’intuizione nel
pamphlet sulla guerra dei trentenni di dieci anni fa.
C’è,
però, molto di più. Una determinante importante – di cui pare non accorgersi il
servizio studi di Bankitalia – è esaminata in un lavoro della London School of
Economics, della Facoltà di Economia dell’Università di Oslo, dal Center for
Econonic Performance, dall’Institute for Fiscal Studies e dal Centre for
Economic Policy Research. Tutti istituti distinti e distanti dalle nostre beghe
ed intellettualmente vicini al riformismo europeo a sinistra del centro. Il
lavoro è di micro-analisi (ossia si basa su indagini di campo), non riguarda
soltanto i maschi ma pure le donne ed è relativo agli Usa ed al Regno Unito –
non all’Italia. Usa e Regno Unito sono due Paesi in cui la normativa sul lavoro
non ha preso la piega che ha avuto da noi negli Anni 70 (ed 80), ma dove c’è un
analogo fenomeno di crescente differenziazione dei salari (a svantaggio dei
giovani): le conclusioni puntano il dito sulle dimensioni di imprese (le PMI
tendono a pagare i giovani peggio) e sull’introduzione delle nuove tecnologie
(che non si modernizza paga poco i nuovi entranti nel proprio organico).
Quindi, non sono soltanto le rigidità del mercato del lavoro (ed il lungo
processo per rimuoverle) all’origine del “gap” ma anche una struttura
produttiva fatta di PMI e (soprattutto nel Sud) con un marcato ritardo
tecnologico.
Una
soluzione è indicata in un lavoro di tre giovani economisti italiani ma
pubblicato dall’Istituto Tedesco di Studi sul Lavoro (Iza). E’ un’analisi
econometrica del “gap” in 12 Paesi europei. Il miglioramento della qualità e
quantità di istruzione – concludono – è una leva efficiente per ridurre il
differenziare tra giovani e vecchi. Un’altra soluzione è delineata in
un’analisi comparata effettuata da Università tedesche e pubblicata in questi
giorni dal National Bureau of Economic Research (Nber) Usa: l’evoluzione demografica (ossia l’invecchiamento della
popolazione) produrrà una graduale riduzione dei rendimenti medi nei Paesi
delle “pantere grigie” (90 punti di base, ossia circa un punto percentuale, tra
il 2005 ed il 2050) ed un flusso di capitali verso i Paesi “giovani”, ma ad
esso seguirà un riflusso man mano che le famiglie ridurranno i loro risparmi,
con la conseguenza che per i giovani di oggi c’è speranza di un futuro migliore
in quanto l’invecchiamento dei loro padri e zii (ed il riflusso di capitali)
dovrebbe portare loro buste-paga più pesanti.
Veniamo
adesso al contesto italiano di politica economica. In primo luogo (come
sottolineato su L’Occidentale del 21 novembre) il ddl sul welfare rappresenta
un passo indietro (specialmente in materia di previdenza) che, in particolare
nella versione che ha raggiunto l’aula, penalizza i giovani. La finanziaria non
contiene virtualmente nulla per incoraggiare la crescita delle dimensioni
d’impresa e l’ammodernamento tecnologico. Il coraggioso “Quaderno bianco sulla
scuola” dei Ministeri dell’Economia e delle Finanze e del Ministero
dell’Istruzione è stato presentato con tanto spolvero da Romano Prodi in
persona a fine settembre, ma successivamente lasciato a raccogliere polvere
nello scaffale dedicato ai “libri dei sogni”. La disillusione delle giovani
generazioni non può che aumentare: quelli che non cadono nelle jacqueries, non
fanno la guerra ma scendono in campo politicamente. Sanno anche che, se non
cambia rotta, l’Italia ha meno speranza degli altri in termini di riflusso di
capitali : lo ricordano periodicamente i rapporti Ice-Prometeia e Unctad sugli
investimenti dal’estero.
Riferimenti
Brunello G., Fort M.,
Weber G. “‘For One More Year With
You’: Changes in Compulsory Schooling, Education and the Distribution of
Wages in Europe”
IZA
Discussion Paper No. 3102 (scaricabile
dal sito istituzionale dell’IZA)
Faggio
G., Salvanes K, Van Rennen J “The
Evolution of Inequality in Productivity and Wages: PanelData Evidence”
NBER Working Paper No. W13351 (scaricabile dal sito istuzionale del NBER)
Ludwig
A., Kruegen D., Boersch-Supan “A Demographic
Change, Relative Factor Prices, International Capital Flows, and Their
Differential Effects on the Welfare of Generations” NBER Working
Paper No. W13185 (scaricabile
dal sito istituzionale del NBER)
Pennisi G. “La Guerra
dei Trentenni- Italia e Nuove Generazioni” Ideazione Editrice, 1997
Rosolia A., Torrini R. “The Generation Gap: Relative Earnings of
Young and Old Workers in Italy Banca d’Italia, Temi di discussione n. 639 (scaricabile dal sito istituzionale della Banca
d’Italia)
L’accesso
ai siti Banca d’Italia, Iza e Nber è normalmente gratuito per studenti,
studiosi e giornalisti.
