I giudici controllano il Parlamento. Ma chi è che controlla i giudici?

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

I giudici controllano il Parlamento. Ma chi è che controlla i giudici?

07 Settembre 2010

A ben riflettere, la vera colpa storica dell’Illuminismo non sta nell’aver abbattuto le statue dei vecchi dei — che alimentavano il fanatismo degli inquisitori e le superstizioni dei nemici della scienza – ma nell’aver sostituito ad esse il simulacro di una divinità, per certi aspetti, ben più esigente, il Progresso. Grazie al ricatto delle ‘magnifiche sorti e progressive’ è divenuta una colpa essere ‘conservatori’, voler preservare, quanto più è possibile, il nostro patrimonio culturale, i paesaggi, le case, le vie, le piazze della nostra identità collettiva: se gli altri non vogliono il crocifisso in classe, non siamo più noi a doverci pronunciare — magari contando le teste in un referendum che potremmo anche perdere — ma è il magistrato, che sentenzia la rimozione in nome di un Diritto, che non conosce limiti, né ragioni di opportunità, né democrazia.

Se è vero che il liberalismo si definisce innanzitutto come «la filosofia del maggiore ampliamento possibile delle libertà (più che dei diritti) individuali», è altrettanto certo che il perseguimento di quel fine viene legato a specifici «mezzi» istituzionali, tra i quali il posto d’onore va riservato alla divisione, all’equilibrio e al bilanciamento dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario). Per i liberali classici il legislativo — il potere che in democrazia ha il rapporto più stretto e diretto con la ‘politica’, con i partiti, con le competizioni elettorali — non «può tutto». Nessuna maggioranza, neppure di mille contro uno, può manomettere i diritti fondamentali di un individuo – habeas corpus, libertà di coscienza, libertà civili, diritti politici etc.— di cui sono garanti i giudici e le carte costituzionali. Ma come gli «entia» medievali i diritti fondamentali «non sunt multiplicanda praeter necessitatem» e persino sui pochi, riconosciuti da tutti, la controversia è aperta, almeno per quanto riguarda la loro definizione e applicazione: per citare un caso classico, dal principio che la vita è sacra alcuni (ed io tra questi) derivano la richiesta di abolizione della pena capitale ma altri—e tra loro il più grande filosofo liberale tedesco dell’età moderna, Immanuel Kant—derivano la legittimità della condanna a morte di chi ha soppresso suo «fratello Abele». Gli americani che stanno con Kant e non con Marco Pannella meritano l’esecrazione dei ‘giusti d’Israele’?

In realtà, se si ritiene che tutte le leggi «toccano» – realizzano o violano—i «diritti fondamentali», se ogni decisione governativa – riguardi i contratti collettivi di lavoro o la riforma scolastica, il processo breve o il regime carcerario, il riassetto della magistratura o le partecipazioni statali e quant’altro—dev’essere sottoposta, non in base alla legge (almeno per il momento) ma in base al ‘costume’ o alla ‘civic culture’, fatta valere dai nuovi intellettuali militanti, al vaglio della magistratura, all’arbitrio dell’aula parlamentare si sostituirà quello dell’aula giudiziaria. Con la differenza che i singoli individui, che compongono il popolo sovrano, possono non rieleggere i rappresentanti che ne hanno tradito la fiducia ma non possono mandare a casa i magistrati che, in nome dell’interesse pubblico e della Costituzione, hanno azzerato i suoi interessi – ad es. consentendo un rimborso ridicolo per i beni sottratti ai cittadini dagli enti statali o locali per causa di pubblica utilità.

Il potere giudiziario ha legato le mani al legislativo (e non solo in Italia) ma quale check and balance garantisce ora dal suo potenziale arbitrio di padrone dell’«ordine del giorno politico»? E soprattutto oggi che, a dargli man forte, sono quasi tutti i vecchi chierici d’antan che hanno riscoperto—declinandola a sinistra – la critica aristocratica della democrazia, da Platone a Oswald Spengler?

Repetita juvant. Non sono le singole leggi che una parte politica propone o vuol fare abrogare lo spartiacque tra liberali e non liberali ma il clima culturale (in senso lato) che si sta diffondendo pericolosamente a macchia d’olio anche nel nostro paese, un clima caratterizzato dalla pretesa di ciascun contendente di combattere una ‘battaglia di civiltà’, sotto le bandiere della Legge, della Costituzione, delle Carte internazionali dei diritti. Ne deriva una sostanziale delegittimazione etica, storica e politica dell’avversario che non solo non consente più alcun compromesso tra le posizioni diverse (e non si dimentichi che di bargaining vivono le democrazie più antiche, come quella statunitense!) ma finisce col minare il terreno stesso su cui si muove la democrazia liberale, quello dell’incertezza, dell’opinabile, del «forse che sì, forse che no». Una società aperta non ignora che qualsiasi legge elettorale ha i suoi aspetti positivi e quelli negativi: il sistema proporzionale, ad esempio, esalta la rappresentatività a scapito della governabilità, quello uninominale sacrifica, in parte, la prima alla seconda. Se nessun sistema ha la consacrazione della dea Democrazia, si può adottare l’uno o l’altro e tenerselo fino a quando gli inconvenienti di quello prescelto non siano avvertiti come insopportabili dal maggior numero dei cittadini elettori: da quel momento si pensa a cambiar modo di votare senza traumi e senza accuse di lesa sovranità popolare. Se un decreto governativo affianca alle forze dell’ordine, nel pattugliamento notturno delle città, anche qualche reparto militare scelto o volenterosi carabinieri e poliziotti in pensione, sarà la maggiore sicurezza delle strade a stabilirne la giustezza e l’opportunità: gridare al colpo di stato non significa solo affondare nel ridicolo ma portare il proprio ‘granello di sabbia’ a una guerra civile col tempo inevitabile.

Il relativismo – come espressione di modestia ovvero come consapevolezza che per bocca nostra non parla l’Assoluto – ancor più delle ‘istituzioni della libertà’, è il sale e il prerequisito in mancanza del quale la ‘polis’ verrà sempre distrutta e ricostruita sulle sabbie mobili delle grandi ideologie in conflitto. E’ proprio la mia disposizione a credere che la mia opinione valga quanto la tua e che siamo entrambi fallibili a rendere possibile e a dar senso e significato a una competizione democratica ‘regolata’: regolata da norme e da istituzioni che delimitano, sì, l’ordine del giorno politico, rendendo certi diritti ‘indisponibili’ ma non rinunciano affatto ad affidare alla politica –ovvero agli eletti del popolo — ogni decisione relativa al loro esercizio. Per tornare a Ground Zero, anche i repubblicani tanto disprezzati da Oscar Bartoli, ritengono la libertà religiosa un ‘diritto naturale’ di ogni abitante della terra: a dividerli dai loro avversari è l’opportunità di costruire una moschea proprio vicino al luogo di una strage ordita non dall’Islam ma da fanatici che certo non si erano formati nei seminari ma nelle madrasse. I repubblicani sono contrari—ed io sto con loro—ma questo importa poco. La domanda essenziale è: è giusto che siano i newyorkesi a decidere in un senso o nell’altro? E se decidessero per il no, meriterebbero l’infamante qualifica di razzisti? Si può pensare che la controversa moschea di Ground Zero, con la sua forte valenza simbolica, preluda a una auspicabile trasformazione profonda dell’american culture, promuovendo l’Islam a sua componente fondamentale, ma si può anche ritenere che essa segni la fine di un mondo, di idealità e di valori irrinunciabili.

La libertà che ci sta a cuore, scrisse Rosa Luxemburg in polemica coi bolscevichi, è la libertà degli altri, dei nostri avversari. Ben detto ma la sinistra forse non ha ancora superato la prova decisiva per entrare, a vele dispiegate, nell’arcipelago liberale. Gli altri di cui parla e nei confronti dei quali esige tolleranza e capacità di ascolto, infatti, sembrano essere quanti interpretano diversamente i principi e i valori che fanno parte del suo ideale patrimonio storico. Poiché dalle lezioni dell’89, della democrazia sociale, del materialismo storico non tutti derivano le stesse tattiche e le stesse strategie, e poiché i dissidenti potrebbero aver ragione par doveroso e necessario il rispetto nei loro confronti. Gli altri, però, possono non appartenere né all’89 né alla progenie di Mazzini o di Marx, possono essere ‘prigionieri del passato’ e rimpiangere le vecchie comunità distrutte dal rullo compressore della società moderna. Rispetto e tolleranza valgono anche per loro? Si è davvero liberali se si pensa che non sia un crimine essere ‘conservatori’ né un delitto il voler fermare la ‘corsa precipitosa del tempo’. A differenza dei dittatori del XX secolo, convinti che «chi si ferma è perduto», per i liberali fermarsi o andare avanti, è una scelta dei singoli individui che nessuno ha diritto di sindacare se non comporta la violazione dei diritti ‘naturali’. Naturali non perché davvero tali ma perché riconosciuti dalla stragrande maggioranza dei paesi civili: è un diritto naturale la libertà di coscienza ma non il sillabario distribuito gratuitamente a ricchi e poveri, dal momento che se si sottoponesse tale misura legislativa a referendum la maggioranza, con ogni probabilità, si esprimerebbe per la sua abrogazione. Per i liberali laicisti, nella competizione con il democratismo e con il socialismo, al liberalismo spetta la palma della vittoria giacché più di essi sarebbe stato fedele ai valori dell’89. Ma un liberalismo inteso come il Pierino dell’Idea Moderna, è un liberalismo monco che espelle da sé la saggezza antica di Edmund Burke e si converte pienamente all’ideologia dei suoi avversari per i quali essere conservatori è «un peccato contro lo Spirito» (del Progresso).