I grossolani errori di D’Alema

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È impressionante la caterva di errori che D’Alema e il suo sodale Prodi hanno combinato in Afghanistan, nella gestione del caso di Daniele Mastrogiacomo. Non era difficile capire che la cartina di tornasole del governo dell’Unione sarebbe stata la politica estera, vero tallone d’Achille della coalizione di sinistra-centro. Ma catalogare il disastro afghano sotto il termine “errori” sembra poca cosa davanti a quello che è successo. Perché è bene intendersi. Qui non si tratta di aver compiuto delle scelte diverse dagli americani, di avere opinioni divergenti sui metodi più efficaci per combattere il terrorismo di matrice islamista. Oggi ad essere in gioco è la credibilità del paese presso i nostri alleati e, in Italia, il ruolo delle istituzioni. In pochi mesi è stata gettata al vento una reputazione che piano, piano il nostro paese era riuscito a costruirsi fino alle chiare scelte occidentali del governo Berlusconi.

Elencare tutti gli errori, passi falsi, capitomboli sarebbe troppo lungo; ci limitiamo a dirne alcuni. In primo luogo, l’aver indebolito la coesione politica dell’Alleanza Atlantica con critiche meramente strumentali che non hanno certo agevolato le operazioni della Nato sul campo. Così mentre inglesi, americani, olandesi muoiono e combattono in prima linea, noi raccontiamo barzellette e inventiamo, derisi da tutti, la storia dei talebani buoni, relegando la funzione dei nostri soldati ai “beati costruttori di pace” e rincorrendo una conferenza internazionale in mezzo alla offensiva preventiva della Nato. Il tutto condito da ambiguità, falsità, trucchetti da souk arabo, chissà in quale scuola di diplomazia imparati. Contraddizione non potrebbe essere più evidente: siamo contro l’America quando agisce da sola in nome del multilaterlalismo e giochiamo da soli, senza potercelo permettere, in mezzo ad un intervento multilaterale per eccellenza, deciso dalla Nato e benedetto da quel depositario di moralità che, secondo sempre i nostri soloni, sarebbe l’ONU. Così in una sola volta siamo entrati in rotta di collisione non solo con gli Stati Uniti, ma anche con gli alleati europei.

La seconda follia è stata la pretesa di prendere in giro gli Stati Uniti raccontando balle e bugie, sperando che non se ne accorgessero! Questa è veramente una pazzia politica che costerà molto cara a D’Alema, Prodi e compagnia, ma purtroppo anche al nostro paese. E’ qui, in questo nodo sui modi di tenere rapporti con il nostro maggiore alleato - a cui si deve, ricordiamocelo sempre, non solo gratitudine per la liberazione passata, ma la nostra attuale sicurezza -, che il duo D’Alema-Prodi ha dimostrato tutta la sua improvvisazione, superficialità e in fondo assoluto provincialismo, che già era stato messo in risalto, nella sua totale inadeguatezza prima che culturale antropologica, in quel “Bye, bye Condi” raccontato a mezzo mondo.

Ecco il limite maggiore dei post comunisti: nella volontà e nel desiderio di essere ammessi a corte, ma allo stesso tempo, senza pagare il prezzo dei “parvenue”, il ritenersi sempre più intelligenti, furbi, colti, raffinati dei padroni di casa, scambiando l’Italia per l’Impero Romano, pretendendo di insegnare a chi è sempre stato democratico, la democrazia; a chi ha combattuto sempre in nome della libertà, come si vincono le nuove guerre asimmetriche in nome della difesa della democrazia!

La terza follia è di aver scelto come mediatore un personaggio pacifista, antioccidentale che giudica i talebani migliori degli americani, tagliando fuori dalla trattativa i nostri servizi e i nostri canali diplomatici, facendo fare loro una figuraccia davanti sia ai cittadini italiani che agli occhi dei nostri alleati. Ma con le istituzioni, con il senso dello stato non si può scherzare. La china che porta alla sfiducia verso di esse, verso i governi (tutti) e l’intera classe politica è molto ripida: una volta imboccata conduce in tempi brevi allo sfascio generale. Molte volte si è detto che l’Italia purtroppo è un paese dove ormai “vero e falso” si confondono, dove scarseggia il senso di responsabilità: se qualcuno ne voleva la prova, ha davanti agli occhi quello di cui aveva bisogno. Ci voleva il muro di cemento della politica estera per fare i conti con la realtà.

Disgraziatamente, il conto non finisce qui. Accanto agli argomenti politici, compreso l’indebolimento di Karzai o l’illusione di un’Italia nuovo stato-pivot, bisogna dire che si assiste alla distruzione anche dell’immagine mitologica degli “Italiani brava gente”. In cambio di un reporter, abbiamo fatto rotolare la testa di un povero afgano e abbandonato al proprio destino l’interprete. Il tutto senza vergogna, pietà e umiltà.

Non si possono non chiudere queste righe, che non avremmo mai voluto scrivere, per ricordare come sia lo stesso D’Alema - che oggi si richiama al lato umanitario, al dovere di salvare una vita in cambio della liberazione di non si sa di quanti guerriglieri e terroristi talebani - che, quasi trenta anni fa, apparteneva a quel PCI che, in nome della linea della fermezza, sacrificò il povero Moro, con la motivazione che lo stato non si doveva arrendere davanti al ricatto terrorista. Forse non si può dire, per rispetto comunque della vita, ma non si può non notare che né il giornalista di Repubblica può essere paragonato allo statista democristiano, né tantomeno i talebani siano eguagliabili alle BR.

Al totale dissenso politico si aggiunge quindi un disgusto morale: com’è possibile dire sempre tutto e il contrario di tutto, senza mai motivare, rendere conto, dire che si è cambiato idea e spiegarne il perché?

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