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I have a dream: un Dpef per l’Italia

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Il Documento di Programmazione Economico Finanziaria che il Consiglio dei Ministri di mercoledì 28 Giugno si prepara a varare assume un’importanza esiziale. Tenendo conto della positiva congiuntura internazionale e della disponibilità di extra gettito, il Governo ha la possibilità di delineare una serie di misure per la crescita e lo sviluppo, fondamentali e improrogabili per l’economia del nostro Paese.

Certo, la canea per la spartizione del tesoretto, la paradossale e antistorica, ma ahimé, probabile abolizione dello scalone, l’arrogante prevaricazione della sinistra radicale sulle scelte di governo e l’ormai sonnolenta rassegnazione dei riformisti (chi li ha visti?) dell’attuale maggioranza, rendono quantomeno possibile che il prossimo DPEF si allontani significatimente dagli interessi veri dell’Italia.

 

Ma dimentichiamo per un’attimo queste tragiche premesse e proviamo a ipotizzare alcune chiare e concrete proposte per il rilancio del Paese.

 

La prima riguarda i metodo. Per una volta, solo per una volta, si abbia il coraggio di varare un provvedimento senza concertarlo, pensando solo alle necessità vere dell’Italia e ai suoi problemi. La concertazione è ormai diventata una pantomima ridicola che vede sempre le stesse controparti, difendere sempre gli stessi interessi particolari, ottenere sempre nuove rendite con la minaccia di scioperi, utilizzando un potere di veto che nessuno ha concesso. Chi governa deve sì saper ascoltare, comprendere i bisogni dei cittadini, ma deve essere soprattutto capace di prendersi la responsabilità di farne la sintesi all’interno di una visione unitaria e chiara. E’ ora di smetterla di concertare con gli amici e “decretare” per i nemici.

 

Prima proposta di merito, è di facile attuazione. Non toccare lo scalone: lo dobbiamo a noi stessi e ai nostri figli. Un Paese nel quale si inizia a lavorare a trent’anni e si vuole andare in pensione a cinquantasette, é tragicamente fuori dalle dinamiche globali e dimostra di lasciarsi condurre da quei geni che presentano le pensioni con 14 anni 6 mesi e 1 giorno, come una conquista di civiltà. Perché invece non prevedere uno scalino agguntivo nel 2009 e con le risorse ricavate riformare un Welfare obsoleto e retrogrado. Oggi solo circa un quinto dei lavoratori licenziati gode di una qualche forma di tutela: si introduca, a posto della giungla inutile degli attuali ammortizzatori, un ammortizzatore unico di un anno (quindi con un enorme estensione della attuale rete di welfare), nel quale il lavoratore che ha perso il posto, abbia la possibilità di ri-formarsi, mentre percepisce un sussidio: in sintesi un trampolino non un’amaca su cui adagiarsi. L’innalzamento dell’età pensionabile di un anno lo finanziarebbe ampiamente: è meglio capace di tutelare i deboli chi difende la pensione a 57 anni, o chi alzando l’età pensionabile, crea un vero sistema di ammortizzatori sociali? Perché inoltre non parificare l’età pensionabile tra uomini e donne? Le donne vivono mediamente di più e siamo sicuri, tutte preferirebbero avere le risorse ricavate da un provvedimento del genere a loro disposizione quando da lavoratrici hanno un figlio oppure da casalinghe si prendono cura di anziani non autosufficienti.

 

Seconda proposta. Detassare il lavoro straordinario ed incentivare la produttività. Bisogna avere il coraggio di dire che il grande patto di politica dei redditi firmato da governo e sindacati nel 1993 ha fatto il suo tempo. In quel momento l’effetto fu più che positivo, per mettere sotto controllo l’inflazione dei salari, all’indomani della svalutazione della lira.

Con l’euro le cosa sono definitivamente cambiate (al meno per quanto riguarda le svalutazioni monetarie) ed il patto si riduce ora ad una meccanismo che frena la crescita dei salari bassi rispetto a tutti gli altri redditi, con evidenti impatti sulla domanda, ma ancor di più sulla produttività.

E’ ora che il salario di produttività venga negoziato nelle aziende e nei territori, con l’inevitabile doppio  vantaggio di avere più retribuzione nelle tasche dei lavoratori e miglior utilizzazione dei fattori produttivi per le aziende. Inoltre ciò permetterebbe di incentivare i lavoratori ad offrire più lavoro e le imprese ad occupare manodopera aggiuntiva o ad accrescerne l’orario marginale, in cambio di incentivi; un circolo virtuoso di incredibile potenzialità.

 

Il mondo del lavoro. Abolire la parola precarietà. Il problema infatti è favorire l’entrata nel mondo del lavoro, non disperdere risorse affinchè un lavoro diventi sicuro, la sicurezza sta nel merito e nella capacità del singolo lavoratore, non si ottiene per decreto. Bisogna quindi favorire i dispositivi tipici che stimolano nuovi ingressi, il contratto di primo impiego (si proprio quello che ha creato tanto scandalo in Francia qualche mese fa), l’apprendistato e i tirocini formativi. Chiedetelo a un giovane neolaureato se preferisce un lavoro e un’esperienza non garantita, nella quale tutto dipende dalle sue capacità, oppure desidera un posto a tempo indeterminato forse fra 5 o 10i anni, magari grazie a una raccomandazione.

 

Il sistema fiscale e la spesa pubblica. Bisogna innestare il circolo virtuoso, l’abbasamento delle tasse per i lavoratori e per le aziende, finanziato dalla riduzione della spesa pubblica, in attesa che una riduzione della pressione fiscale porti a un incremento delle entrate in consequenza della riduzione dell’evasione. Le tasse le pagano tutti quando sono eque, non è una speranza, è una dinamica macro-economica comprovata in ogni paese che ha attuato una consistente riduzione delle tasse. Abbassare le tasse quindi, ma non con un maquillage da zerovirgola, è necessario portare la media almeno appena al di sotto del 40%; per fare ciò è sufficiente un taglio della spesa pubblica di qualche punto percentuale, ottenibile con una gestione efficiente della cosa pubblica, immetendo una goccia di meritocrazia tra gli statali e smettendola di accarezzare i fannulloni. Sarkozy ci dà un suggerimento, ogni due dipendenti pubblici che vanno in pensione, solo uno viene rimpiazzato. In sintesi finanziare l’abbassamento delle tasse eliminando gli sprechi. Non sembra un’impresa titanica per una classe dirigente coraggiosa, forte e responsabile.

 

Infine l’eliminazione di almeno il 50% degli adempimenti burocratici per le aziende e per i cittadini. La burocrazia è una giungla frustrante e costosa: 10 milioni di ore uomo all’anno è il costo della burocrazia in Italia per le aziende. Tempi lunghi, più di ogni altro Paese industrializzato, mai autocertificazioni e con il patema sempre di avere dimenticato qualcosa e di vedere la propria attività sospesa o pesantemente ridimensionata. Lasciamo a chi sa e vuole lavorare la possibilità di farlo…..

…..  all’improvviso si sentono da lontano delle voci, Pecoraro Scanio propone l’innalzamento degli assegni famigliari per i genitori che convincono i figli a lavarsi una sola volta alla settimana, Ferrero sostiene la necessità di un bonus di entrata per tutti gli extracomunitari autosponsorizzati, Bianchi propone un ritocco degli stipendi delle hostess Alitalia e i sindacati uniti l’abbasamento dell’età pensionabile a 55 anni. 

Mi sono risvegliato dal sogno. Prendo il telefono, chiamo il mio commercialista e chiedo se la mia denuncia redditi è pronta. Mi consolo dicendomi che dal 15 luglio comincerò a lavorare per me e per la mia famiglia.

(N.B. Il titolo non è altro che un disperato tentativo di ingraziarsi il futuro Segretario del Partito Democratico)

 

 

          

 

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