I libertari sono i nuovi marxisti: troppa teoria e poca realtà

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I libertari sono i nuovi marxisti: troppa teoria e poca realtà

22 Agosto 2007

Ogni volta che incontro Carlo Stagnaro, esponente del movimento
libertario in salsa italiana, gli dico: “Carlo, io sono più libertario di
quanto tu possa immaginare”. Non so perché ma sono convinto che Stagnaro
interpreti questa mia uscita come una sorta di garbato risarcimento per tutte
le volte che ho attaccato lui e i libertari in genere. Non è così. Il fatto è
che anch’io, come moltissimi altri in questo benedetto e dannato Paese,
possiamo dirci “libertari”, perché esserlo è a costo zero. E’ il famoso pasto
gratis di cui i libertarians sanno quasi tutto. No allo Stato! Più mercato!
Privatizziamo l’Alitalia! Le ronde padane sono venute prima di certi libertari
nostrani con le agenzie private di sicurezza (vorrei vederle alla prova con gli
attentati di Londra, con quell’11 settembre, di cui qualcuno scrisse: L’America
se l’è cercata, era un libertario, se non erro, etc.). Roba da smercio facile,
tutta pars destruens che funziona bene assai in questo giro di giostra
italiota, inclusa l’antipolitica di turno, salvo poi convegnare con piacere
sommo con tutti i politici di rango del Belpaese: bella l’Italia, anche quella
dei libertari… Ecco perché anch’io sono “più libertario” di quanto Stagnaro
possa immaginare. Che ci vuole?

Dopodiché riconosco, grato, il valore intellettuale di certe
opere di Rothbard e leggo con piacere e profitto gli scritti della Rand e di
Nock, tanto per fare due esempi di succulenti libertarians (e qui la reazione
da setta indurrebbe i più “scafati” libertari de noantri a esclamare: la Rand!
No! E’ minarchica! Meglio Hoppe, no, meglio Rothbard, ma poi c’è quel
canadese…: dopo il marxismo e le sue sette, oggi abbiamo i libertari, questo è
uno degli effetti del crollo del Muro di Berlino? Meditate gente, meditate…):
eppure non ci siamo. E vengo al punctum dolens: Cofrancesco pone delle
questioni gravi a Lottieri e il professore libertario, che ha scritto cose
importanti che mi hanno aiutato a cogliere certi nodi della modernità, stavolta
latita. Parte in quarta con la solita strategia retorica: perché non dovrebbe
essere possibile che…Ovvio che è possibile: si può criticare a fondo la
democrazia anche come forma in sé, sempre tenendo presente che in realtà
l’oggetto delle critiche è lo Stato, di più la forma-Stato in quanto tale, di
cui la democrazia è una propaggine e una concrezione dispotico-formale
(“dispotismo legale”, avrebbe detto Merciére de la Riviére e, con lui,
nientemeno che Althusser, lettore accanito di Montesquieu); si può, certo, e si
può anche allargare la cerchia dei critici autorizzati della democrazia,
includendo, indebitamente a mio avviso, Talmon. Si può tutto, ma non è una
risposta a Cofrancesco, il quale domanda a Lottieri: se p, allora q, sii
logico: se la democrazia è statalismo dispotico, allora qual è l’uscita storica
da questa condizione? Perché, al fondo, questa è la domanda. Il resto è
filologia al pari di quella marxiana, che mi sono sorbito quand’ero marxista
ancora negli anni Ottanta: Marx sì, ma senza “Capitale”, “oltre Marx” con i
“Grundrisse”, e nessuno o almeno pochissimi a riflettere sulle tragedia del
comunismo realizzato di fatto, cioè dell’apice storico “da Marx al Gulag”
(Pellicani). Qui rischiamo di replicare siffatto filologico furore ma senza
interlocutori. La strada è quella effettuale, storica, logico-storica: dalla
realtà alle forme di statualità ed alla democrazia. Ad esempio: leggendo
seriamente Talmon, si capisce che il suo bersaglio polemico non è la democrazia
in quanto tale, ma la deriva totalitaria della medesima a seguito
dell’espansione della dimensione giacobino-statolatrica-dispotica. Qui in
questione è il giacobinismo come forma mitica e storica insieme di ampliamento
del dispotismo anche attraverso gli apparati formali ed istituzionali. Questo è
il nodo vero. Di qui la cifra del messianismo politico immanente ad ogni forma
di totalitarismo. Anche quello  sedicente
“democratico”, come le “democrazie popolari” e le esperienze così ammirate da
Lukàcs delle democrazie a forte tasso di “socializzazione” (in sostanza: la
società replica i comandi dello Stato perché non vuol diventare un dominio
“borghese” dell’economia di mercato). Ma allora dobbiamo “complicare” per
capire, se si fa di ogni erba un fascio è la notte in cui tutte le vacche sono
nere e non si cava un ragno dal buco. Cofrancesco ha ragione: l’esperienza
liberale è storicamente complessa e non è vero che si possa dire tutto e il
contrario, è invece vero che si debba dire tutto ciò che sia sottoponibile a
critica storica. Ripeto: l’effettualità storica è la guida della critica
intellettuale. Invece Lottieri, come schematismo libertario dispone, produce
idealtipi su idealtipi, cioè induce il primato dell’astratto sul concreto,
finendo per lanciare una lunghissima sonda in avanti (ricordiamo l’approccio
retorico iniziale: perché non si dovrebbe pensare che…): la conclusione del
contributo di Lottieri è significativo: il futuro è aperto e “altre soluzioni”,
che non sia quella democratica, sono possibili. Benissimo: quali? Silenzio
totale. Lottieri ha scritto un bellissimo saggio, che cito spesso per la pars
destruens di critica del dispotismo intellettuale anche di un certo
democraticismo (che io non gradisco e che ho infatti sottoposto a critica
proprio su una rivista libertaria, “Enclave”), in cui si propone di dimostrare
che il libertarismo non sia un’utopia. Esito: nessuno. Il libertarismo appare
come il marxismo rovesciato. Un costruttivismo alla rovescia. Il primato
dell’ideale sul concreto storico. La pars construens è totalmente deficitaria.
Di più: non si coglie neanche che le critiche alla democrazia sono già
ammuffite quando giungono alla memoria dei libertari. Ha ragione Lottieri: non
siamo solo noi a mettere in discussione la democrazia. Caspita! Che notizia!
Certo che no: Mosca, Michels, Pareto, Gramsci, Lukàcs, Gentile, la scuola dell’organicismo
tedesco, Weber, e potrei continuare per una pagina. E allora? Proprio la tenuta
di strada della forma democratica dovrebbe indurre i costruttivisti libertari a
non compiere l’operazione che compie improvvisamente Rothbard alla fine della sua
“Etica della libertà”: elaborare una “strategia della libertà”. Un paradosso
assoluto, corrispondente a chi ritenga come verità la massima hobbesiana
“Auctoritas aut potestas non veritas facit legem”, siamo agli antipodi
idealistici del libertarismo, ma la direzione di marcia metodologica è la
medesima. Costruttivismo puro. Invece Mises, nel suo splendido saggio dedicato
al liberalismo mette al bando qualsiasi forma di costruttivismo, in ciò
allineandosi con von Hayek, incluse certe strategie politiche di libertà calata
dall’alto. Forse è anche per questo che nel pensiero di Mises c’è posto anche
per lo Stato, come ogni liberale sa. Rothbard, in quest’ultima sezione del suo
saggio che contiene spunti anche magistrali, afferma: “Il libertarismo, dunque,
è una filosofia che cerca una politica”. Dunque, stringe Rothbard, cerca una
sua “strategia”, anzi, di più, per il pensatore libertario siffatta strategia
sarebbe necessaria in quanto mai declinata (chissà perché, vien fatto di
domandarsi…). Rothbard si infila in un ginepraio dal quale non esce fino al
punto, anche un po’ penoso, in cui, corroborando la mia idea del settarismo
libertario ormai non più in pectore, assevera con qualche malizia (a proposito:
prima aveva chiarito che spetta al libertario spingere la comunità politica
verso l’obiettivo più radicale, indovinate quale? Abolire lo Stato! Come a dire
all’esercito: disarmati, roba incredibile): “Nella vita di qualsiasi movimento
dedicato a un radicale cambiamento sociale nascono necessariamente, come hanno
scoperto i marxisti (n.d.r.: appunto!), due tipi di “deviazioni” dalla corretta
linea strategica (n.d.r.: che R., da buon “libertario” intende inculcare ai
suoi discepoli, ovvio, no?!): l’ “opportunismo di destra” da un lato e il
“settarismo di sinistra” (n.d.r.: Touché!) dall’altro. Queste deviazioni,
spesso attraenti a prima vista, sono così rilevanti che di norma, nel corso del
suo sviluppo, qualsiasi movimento è destinato prima o poi ad essere afflitto da
una o da entrambe di esse. Tuttavia, la nostra teoria non può predeterminare quale
tendenza trionferà in un movimento; il risultato dipenderà dalla visione
strategica soggettiva che anima le persone che costituiscono il movimento. Tale
risultato, quindi, è questione di libero arbitrio e di persuasione”. Dieci
righe prima c’era la linea “corretta” da seguire, alla fine c’è il “libero
arbitrio”: logica molto libertaria, sembra Feyerabend, “anything goes”, tutto è
permesso, anche in logica. Bene. Queste citazioni e argomentazioni non vogliono
costituire un attacco a priori alle teorie libertarie, ma vogliono raggiungere
due obiettivi: 1) mostrare come i libertari siano costruttivisti alla rovescia,
cioè marxisti del “free market”, teorici del terzo libro del “Capitale”, che
oggi, non a caso piacciono molto anche a sinistra perché, dopo l’89, sono in
perfetta linea per raccogliere le membra sparse con una casa accogliente e
zeppa di stendardi amici; 2) fare un autentico scoop: Deleuze è come Rothbard,
il quale somiglia molto all’altromondismo (infatti infuria assai il
“benaltrismo”, cioè la questione è sempre un’altra…): Deleuze, in una splendida
intervista del 1988-89 (appunto…), tutta riprodotta oggi in Dvd, rileggendo i
significati decisivi a partire dalle lettere dell’alfabeto, giunto alla “G”, come
“Gauche”, spara dritto: tutti sanno che le rivoluzioni falliscono, e allora? La
sinistra ha un indirizzo postale diverso (sic!) dalla destra. Quest’ultima
parte dall’individuo per arrivare alla famiglia, quindi allo Stato e infine al
mondo. La Gauche pensa che vi sia prima di tutto l’”orizzonte” (quel che
pensano oggi gli antagonisti dei movimenti, che infatti non hanno categorie
sottoponibili a retta falsificazione: e chi lo falsifica un orizzonte?), cioè
che i problemi dell’Africa siano più prossimi di quelli della mia ristretta
famiglia. Tutto qua. La Gauche aspirerebbe alla politica (proprio come
Rothbard), ma al governo non può starci, perché la macchina governativa, lo
Stato, determina strettamente i criteri e le cose da fare, mentre il “divenire
rivoluzionario” (il “movimento” chéz Rothbard) è permanente e trascende
continuamente il presente e la politique politicienne. Deleuze come Rothbard e
Rothbard come Deleuze. Non è uno scoop, questo? E non si dica ora che la
“questione è un’altra”. Qui parliamo di “orizzonti”, dunque della stessa aria
fritta.